Shermlock

Il sito bolognese autogestito Zero In Condotta usa per i titoli delle sezioni un senza grazie un po’ sbilenco. Si tratta dello Shermlock di Daniel Gautier, Gaut Fonts.
Il carattere si può scaricare gratuitamente su Dafont, ma in effetti la licenza non è libera: “free for personal use”, dice il sito, “gratis per uso personale”. Come tutti gli altri font dello stesso autore.
Che riempiono tre pagine, ma non riscuotono grande successo: solo uno supera i cento download giornalieri, è quello che riproduce il vecchio logo di Yahoo.
Al secondo posto il Sambdan, senza grazie condensato insolito, con un cranio di bufalo o roba del genere nel logo (inserito nel font diviso in due metà nelle parentesi graffe). Al terzo posto oggi c’è il Mad Science, senza grazie, diciamo outline, ma la descrizione è abbastanza complessa: i tratti sono frammentati, a segmenti; le lettere sono in bianco circondate da un alone come quello di un’esplosione, o come se le lettere fossero pelose. Insomma dà un senso di terremoto, di fremito. Interessante, per certi usi.
Poi abbiamo un carattere chiamato semplicemente Punk, che sembra fatto col pennarello, ma in maniera strana, solo il lato esterno delle lettere. Una specie di outline, con le estremità superiori e inferiori che vengono lasciate aperte.
Il Potland è composto di lettere dalla forma abbastanza improbabile e banale, ma ha il tratto distintivo di sovrapporre al tutto delle foglie di marijuana. Anche troppo.
Può essere interessante l’Ooghie Boogie, con lettere come fossero palloncini, con la controforma decentrata, adatto al bigliettino di una festicciola, e il Typewriter Keys, dove ogni lettera stampa l’apposito tasto delle vecchie macchine da scrivere, quelle a tasti rotondi.
Abbiamo poi un set di tatuaggi, un Chinese Watch Shop condensato, sottile, che pare tagliato con le forbici da un bambino. Un Sweet Leaf sempre sulla marijuana, un bel Tattoo Lettering, dove le lettere hanno qualcosa di tuscan (i trattini orizzontali al centro), ma tratti molto grassi alternati a tratti molto sottili.
In tema marijuana c’è anche il Sapphire Sativa, con le foglie in bianco sui larghi tratti nero, disposte in maniera ordinata. Una specie di Rosewood, diciamo.
Un’attività interessante è quella di andare a vedere anche i font meno fortunati di una fonderia. All’ultimo posto c’è il Beethoven, lettere maiuscole, senza grazie, solo tratti rettilinei, ccondensato, ultra-black. Niente di che. Ma sopra qualche tentativo interessante c’è.
Barton & King Bus, fatto di tanti mattoncini staccati uno dall’altro (forse quei tabelloni che indicano la destinazione, sulla parte anteriore dell’autobus), Web Press, che sembra composto di parti meccaniche, Zoot Allures, molto molto nero, con sottili strisce verticali bianche che spezzano le lettere in due parti disuguali.
Quello che mi colpisce di più e il Topple, che sembra fatto con le tesserine del domino appoggiate sul lato stretto. Avete presente, che se ne fa cadere una e vengono giù a catena tutte le altre? Eh, quello. Solo che qui l’inquadratura è strana, per far vedere sia la faccia superiore, sia quella anteriore, sia quella sinistra. Quindi le lettere appaino inclinate verso sinistra. In medie dimensioni appare un po’ scolorito. Difficile immaginarne un uso utile, comunque.
Già che ci siamo diamo un’occhiata anche a pagina due: Rock Font, con le lettere scolpite nella roccia, Burrris, in tema far west, Steel Town, che sembra metallo inchiodato da qualche parte. Eastwood, ancora in tema far west (con una Colt al posto dell’underscore e un ritratto di Clint col poncho al posto dei simboli maggiore e minore. Ma mentre nel precedente le lettere erano almeno egizie, qua al massimo possono suggerire qualche pezzo di legno intagliato alla meno peggio. Nulla a che vedere con la Storia).
In tema punk c’è anche il Cbgb Font, che riproduce l’insegna del noto ritrovo newyorkese degli anni Ottanta.
Infine si segnala un dingbats: The One Ring Font, dove per ogni lettera maiuscola c’è un inquadratura dell’anello del Signore degli Anelli, con scritta sul lato esterno e interno, oppure senza scritta. E infine c’è l’iscrizione medesima, separata in quattro lettere diverse.
Gli altri font sono anche meno riusciti di questi.
Dovrebbero essere tutti lavori più vecchi di dieci anni.

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