Da dove viene il font dei fumetti

Vox ha pubblicato su Youtube qualche anno fa un filmato in cui si chiede da dove viene il font dei fumetti, dove le parole “comic book font” compaiono tra virgolette. Da allora il video ha totalizzato oltre un milione di visualizzazioni, quindi si suppone che sia un punto di riferimento. Il montaggio è frenetico: le immagini si succedono ad un ritmo infernale mentre la voce fuori campo prosegue nel discorso, con l’aggiunta di un sottofondo musicale e questo è abbastanza sgradevole se qualcuno cerca di fare mente locale sulle singole affermazioni. È difficile notare le differenze tra una scritta fatta negli anni Cinquanta e una fatta negli anni Zero, se l’immagine resta sullo schermo per cinque decimi di secondo. Una lettera è fatta di tante cose diverse: spessore delle aste, contorni, forme, controforme, larghezza... Una frase è fatta di tante lettere. E se in mezzo ci sono pure delle immagini colorate a maggior ragione l’attenzione non sa dove deve fermarsi, anzi non può fermarsi e fare mente locale.

Comunque, pur così compresso il filmato dura otto minuti e mezzo. E contiene parecchie informazioni interessanti e spunti di riflessione.

Per esempio, una delle conclusioni a cui giunge è che non esiste il “comic book font”, ma tanti “comic book fonts” tra cui gli autori possono scegliere per differenziarsi gli uni dagli altri. Non solo: il filmato fa notare che esiste uno stile di font che va bene per i fumetti e che si differenzia a prima vista dagli altri stili di scrittura. Purtroppo nel filmato si fa un esempio drastico: si sostituiscono le lettere di un fumetto vero con una scritta in Times New Roman. Chiunque noterebbe la differenza! In realtà anche un normale handwriting a lettere separate appare diverso da un font progettato apposta per i fumetti.

Un osservatore che non si interessa di questo settore potrebbe pensare che in fondo le lettere che compaiono nei palloncini dei fumetti sono normali stampatelle tracciate a mano. Ma, prima di tutto, c’è da notare che le lettere sono tutte maiuscole. Non è un dettaglio scontato. Quando si studia l’Abc della tipografia e della grafica di sicuro ci si imbatte in qualche affermazione in base alla quale le scritte minuscole sono più facilmente leggibili rispetto alle maiuscole, perché grazie ai tratti ascendenti e discendenti hanno una forma caratteristica che viene riconosciuta al volo dall’occhio prima ancora di identificare le singole lettere. E allora perché non si scrive in minuscolo?

La risposta la si vede nel filmato: ancora negli anni Sessanta i fumetti venivano stampati su carta di bassa qualità e con le tecniche dell’epoca. Si vede quindi una pagina stampata in un sans serif stretto in cui molte delle a e delle e tendono a chiudersi per via dell’inchiostro. In un altra inquadratura (che dura tre secondi) si vede un testo, forse più piccolo, in cui perfino le o, le g e le R rimanevano senza buco all’interno. Quindi bisognava compensare, tracciando lettere più grandi e larghe per facilitare la leggibilità. Per cui non si potevano usare le minuscole, che avrebbero preso troppo spazio coi tratti ascendenti e discendenti: due righe di maiuscole possono essere molto più ravvicinate tra di loro; le lettere possono quindi essere più grandi, e si ottimizza l’uso dello spazio.

All’epoca le lettere venivano tracciate, non disegnate. Nel senso che c’era una persona in carne ed ossa che, con un apposito strumento che viene inquadrato nel filmato, tracciava delle righe a matita all’interno del balloon del fumetto, e poi scegliendo un pennino ben preciso a seconda delle esigenze, tra i vari che aveva a disposizione, scriveva il testo a mano, per poi cancellare con la gomma le linee orizzontali. 

Insomma, non era affatto un font all’epoca, se per font si intende un set di caratteri mobili usato in tipografia.

Nel filmato viene mostrata anche una statistica di quante volte compare la parola font nei libri anno per anno. È solo con l’avvento dell’informatica che c’è stato un boom di usi, e che la gente ha iniziato a fare mente locale su questo dettaglio. Finché una persona vede che le scritte delle pubblicità sono fatte in maniera diversa, lo sa ma non se ne rende conto. Quando poi comincia a dover usare un computer e scegliere il nome del font con cui deve impaginare un documento, allora si rende conto che ogni font ha un nome e inizia a chiedersi come si chiama il font che è stato usato qui o lì.

Comunque, a un certo punto anche nel mondo dei fumetti si è passati all’uso dei font, ossia di caratteri digitali già pronti: tracciare a mano, con estrema cura, lettera per lettera è molto più dispendioso, in termini di tempo e di fatica, che inserire i testi da tastiera. La qualità di stampa è molto migliorata, quindi in teoria si potrebbe usare un qualsiasi font esistente. Però, come fa notare Vox, scrivere in Times New Roman all’interno di un balloon sarebbe un pugno in un occhio anche di quelli che non hanno mai notato la forma delle lettere in vita loro. Quindi è nata da parte degli autori una richiesta di avere dei font adatti al mondo dei fumetti, per cui i font designer hanno cominciato a chiedersi: cos’è che rende un certo font adatto ad un fumetto? Come fare per disegnare delle lettere in maniera tale che non sembrino fuori posto all’interno di un comic book?

Una cosa che non sapevo (e che ho notato nel filmato solo guardandolo una seconda volta) è il fatto che la I sui fumetti d’epoca in lingua inglese veniva tracciata in due modi diversi. Quando era da sola, aveva lunghe grazie sopra e sotto, come nei typewriter, mentre quando stava dentro una parola era senza grazie.

Su Dafont ci sono vari font scaricabili gratuitamente che sono adatti a impaginare i fumetti: sono mischiati agli altri nella categoria Fantasia/Fumetto. Altri? Quali altri? Beh, in questa categoria sono stati inseriti non soltanto i caratteri che si usano per il lettering (ossia per scrivere nel palloncino le battute dei personaggi, o per le didascalie), ma anche quelli che vanno bene per gli effetti sonori (il Boom! delle esplosioni è fatto con lettere di cui viene tracciato il profilo che poi si riempie con il colore), più quei font che vanno bene per titolare le singole storie (nei fumetti ci si sbizzarrisce molto su questo fronte) e quelli che invece vanno bene per la testata di una rivista di fumetti (nel mucchio ci finiscono anche i caratteri ispirati ai titoli dei film di Indiana Jones o del videogioco Street Fighter.

Il fumettista italiano Zerocalcare non usa font, e infatti anche i palloncini dei suoi personaggi sono caotici (come tutto il resto): può permettersi di tracciare lettere più tranquille o più nervose a seconda del tono di voce dei personaggi, inclinarle a sinistra o a destra, restringerle o allargarle. Ma qualche anno fa, per un LuccaComics, mi sembra, una fonderia italiana ha digitalizzato alcune delle lettere tracciate da lui. Il risultato si può scaricare gratuitamente anche da Dafont. C’è sia la versione di lettere solo maiuscole (ciascuna di altezza diversa: il disordine regna sovrano!), sia uno script, ossia lettere corsive unite tra di loro. Entrambi i font però non sono stati inseriti nella categoria Fantasia/Fumetto, ma in Script/Manoscritto. Perché in effetti non hanno nulla a che vedere con quello stile che Vox chiama “comic book font”.

 

Due pagine di caratteri gratuiti su Dafont: a sinistra quelli della categoria Fumetto, a destra quelli della categoria Manoscritto. Anche là dove sono state aggiunte le minuscole, si nota subito che lo stile fumettistico è diverso rispetto a qualsiasi altro stile di scrittura a mano.

 

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