Jyllands-Posten
Il quotidiano esiste davvero. Il nome attuale è Morgenavisen Jyllands-Posten. La prima parola è scritta in verde, tutta in maiuscolo. Il resto è in nero. Originariamente il nome era tutta una parola, Jyllandsposten, nel 1871, mentre il trattino che divide il nome in due è stato introdotto nel 1945.
Il carattere usato per la testata è il Clarendon, uno dei font più popolari in assoluto, secondo il sito Identifont. Riconoscibile la a con codina all’insù e le l con grazie slab.
Il giornale si è guadagnato una pagina di Wikipedia anche in italiano, poche righe solo per ricordare la discussa vicenda relativa al 2005, quando il quotidiano pubblicò delle caricature di Maometto che “provocarono una grave crisi diplomatica internazionale fra l’Occidente e i Paesi arabi”.
Più che altro ci furono proteste popolari tra gli arabi che si sentirono offesi dalle vignette e scatenarono la loro rabbia, anche con minacce di morte e attentati, mentre in Occidente si aprì la discussione sull’ipotesi di rinunciare alla libertà di espressione per adeguarsi alle regole imposte dalla sensibilità altrui (o per paura delle minacce ricevute).
Scrive Wikipedia in inglese che il giornale è sempre stato di centrodestra e ha una tiratura giornaliera di 120 mila copie, nei giorni feriali.
Su Wikimedia è disponibile una scannerizzazione in alta definizione del primo numero del Jyllandposten, datato 2 ottobre 1871. All’epoca la testata era solo Jyllandposten, tutta una parola senza trattino, scritta in caratteri gotici. Una gotica quadrata stretta, di aspetto medievale, fatta eccezione forse per la J iniziale (che non sembra una J), che aveva l’andamento sinuoso dei gotici moderni. Da notare anche la presenza di due s diverse. La prima, al termine della parola Jyllands, è una normale s, mentre la seconda è una s lunga (perché, anche se erano scritte unite, Jyllands e Posten sono comunque due parole diverse, e la s lunga si usava solo in mezzo alla parola e non in finale).
Interessante notare che non soltanto tutte le informazioni del giornale sotto la testata sono scritte a caratteri gotici, ma perfino il testo degli articoli!
Ovviamente in questo caso non si tratta del gotico medievale della testata, ma di lettere larghe e sinuose, con l’inconfondibile S a chiocciola del Fraktur.
Volendo provare a scrivere qualcosa nello stesso stile, si può scaricare gratuitamente l’Unifraktur Maguntia da Google.
La scelta, dal nostro punto di vista sembra assurda. È risaputo che in tutto il mondo la grafia gotica veniva utilizzata per la testata ed è segno di prestigio (dal New York Times al Messaggero, molti quotidiani antichi la conservano ancora oggi), ma in Italia anche le più antiche gazzette e pubblicazioni periodiche hanno usato per gli articoli i caratteri antiqua, pressoché uguali a quelli che si usano oggi.
Nel nord Europa però il gotico era lo stile usato comunemente per libri e giornali. In Danimarca venne accantonato nel 1875, anche se continuò ad essere usato per anni e anni. Il Jyllands-Post lo abbandonò soltanto nel 1889, in favore della “scrittura latina” usata oggi, dice Wikipedia.
Come spesso accade nelle questioni tipografiche, ci troviamo di fronte a una terminologia ambigua, per cui la stessa parola può essere usata per indicare delle cose diverse. Parlare di “scrittura latina” rischia di creare confusione con l’ “alfabeto latino”, ossia l’insieme delle lettere con cui componiamo le parole. Quella che si chiama “scrittura gotica” non è altro che un particolare stile dell’alfabeto latino, da non confondere con l’ “alfabeto gotico”, inventato dal vescovo Wulfila, che è composto di lettere diverse.
Secondo Wikipedia la “scrittura latina” è anche conosciuta come “scrittura romana”. Che crea un ulteriore corto circuito. Per romano si intende spesso un carattere con grazie, tipo il Times New Roman, che si chiama così non perché è stato inventato a Roma (è un font inglese, in realtà), ma perché ha le grazie. E si contrappone ai caratteri senza grazie, che talvolta venivano chiamati etruschi, in Italia, ma che nel mondo anglosassone vengono definiti gotici (come il Franklin Gothic). Con una definizione che va a pestare i piedi sia ai blackletter sia all’alfabeto del popolo dei Goti.
Ricapitolando: l’alfabeto latino può essere sia in stile romano che gotico, e con quest’ultima parola si può intendere sia il blackletter che i senza-grazie. Esiste inoltre un alfabeto gotico che non ha nulla a che vedere con gli stili gotici dell’alfabeto latino.
L’articolo in inglese dedicato alla
scrittura “latina o romana” mostra come esempio un alfabeto
composto di maiuscole senza grazie (chiamate gotiche nel mondo
anglosassone) e di minuscole italiche, nel senso di corsive, ossia
uno stile che non veniva usato né dai latini né dai romani. Tra
l’altro gli antichi popoli italici non scrivevano affatto in un
corsivo italico, bensì in un senza grazie, ossia un gotico, anche se
i goti sono arrivati solo un millennio dopo. Tutto chiaro? Mal di testa?
Ma concludiamo con un’ultima osservazione sul Jyllandsposten del 1871: uno potrebbe immaginare che era scritto in Fraktur perché i caratteri romani non erano in uso in Danimarca. Invece no, perché tutta la prima colonna, che contiene vari riquadri contenenti brevi frasi (in danese, non so cosa c’è scritto) è impaginata in caratteri romani moderni. Moderni nel senso che hanno un contrasto molto forte e grazie molto sottili.
L’impaginazione del quotidiano non è molto differente rispetto a quella in uso contemporaneamente in Italia: sono quattro colonne di testo senza disegni, senza fotografie e senza titoli su più colonne. Il quarto inferiore della pagina è separato da una linea nera orizzontale, ed è riservato al “feuilleton”, come dice il titolo, ossia al capitolo di un romanzo che veniva pubblicato a puntate sulla stampa periodica.
In questo caso abbiamo anche un capolettera, o meglio due: le chiuse virgolette (da intendersi come aperte virgolette) e una L maiuscola, di altezza praticamente doppia rispetto alle lettere normali, e molto più nera, che si estendeva al disopra dell’altezza delle altre lettere, non al disotto della linea di base come avviene nei programmi informatici quando si imposta l’opzione capolettera (nei word processor si ottiene lo stesso effetto aumentando la dimensione della maiuscola iniziale senza attivare l’opzione capolettera).
Il font utilizzato per il titolo Feuilleton è più stretto e leggero di quello usato per il titolo dell’articolo principale.
Nel testo notiamo l’uso delle virgolette basse con punta a sinistra per indicare le aperte virgolette, virgolette alte con punta in alto a destra per indicare le chiuse virgolette. Per andare a capo si usava il doppio trattino, nella sezione gotica, il trattino singolo invece nella parte impaginata a caratteri romani. L’uso della s normale e della s lunga era quello consueto per tutto il testo (s normale solo in fine di parola). Del set di caratteri doveva fare parte, tanto nella versione gotica che in quella romana, qualche lettera che non fa parte dell’alfabeto in uso in Italia. In particolare noto la O barrata.
I numeri nella sezione gotica hanno la stessa forma dei numeri a cui siamo abituati noi.
L’aspetto della pagina è grigio chiaro, anche se tendiamo a classificare il Fraktur come blackletter, ossia lettera nera. Appare molto più scura la prima prima pagina del Corriere Della Sera, 5 marzo 1876 (cinque anni dopo). Qui l’impaginazione era in cinque colonne, sempre senza foto o disegni, e col quarto inferiore della pagina dedicato al romanzo di appendice. Il Corriere fin dall’inizio ha puntato sui caratteri romani per gli articoli, con la testata in uno slab obliquo e titoletti a una colonna in caratteri senza grazie. Il gotico-blackletter faceva capolino solo per il titoletto di una sezione all’interno del giornale.





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