La storia (semplificata) della tipografia. Il kerning

Nove anni fa è stato caricato su Youtube un cortometraggio animato intitolato “La storia della tipografia”, in lingua inglese.

Era stato realizzato con la tecnica dello stop-motion. Venivano inquadrate soltanto le mani dell’autore e alcune lettere dell’alfabeto ritagliate nel cartoncino colorato.

La storia della tipografia veniva semplificata all’osso, e affrontata solo dal punto di vista del design grafico, senza riferimenti alla tecnologia, ad esempio o alle implicazioni sociali.

La favoletta che viene raccontata è questa. All’inizio si scriveva soltanto a mano. Poi è arrivato Gutenberg, un tale con un buffo cappello, che ha creato il primo carattere tipografico, il blackletter. In seguito Jenson ha inventato il romano, a cui è seguita l’invenzione dell’italico da parte di Manuzio. Segue la citazione dell’opera di Caslon, Basckerville, Didot e Bodoni per presentare la distinzione tra old style, transizionali e moderni. Poi si passa agli egiziani e ai sans serif, geometrici e umanistici. Poi c’è l’Helvetica. Infine i caratteri per computer, inizialmente limitatissimi pixel font, ora invece disponibili in possibilità illimitate.

Il cortometraggio dura cinque minuti e ha totalizzato 1 milione e 755 mila visualizzazioni. 

Tre mesi fa lo stesso autore ha caricato un altro filmato con una breve presentazione con slide ad una conferenza, sul tema “Why typography matters” (Perché la tipografia è importante).

In sintesi, i caratteri utilizzati per comporre un testo rappresentano la voce con cui si sta parlando. La stessa frase assume significati ben diversi a seconda se viene scritta in un corsivo amichevole o in caratteri horror. I font usati possono evocare luoghi diversi (Irlanda, Cina, Russia) o epoche diverse (medioevo, far west, fantascienza), come pure possono suscitare emozioni diverse.

Bisogna saper distinguere i caratteri con grazie da quelli senza grazie, quelli che è giusto usare per i testi e quelli che invece vanno usati per i titoli. Bisogna scegliere tra vari pesi e larghezze disponibili per lo stesso font. E bisogna fare attenzione al kerning, ossia che lo spazio tra le varie lettere sia costante all’interno delle parole.

Segue diapositiva con esempi di cattivo kerning, e la platea che ride a crepapelle quanto più sono volgari.

La parola kerning qui viene utilizzata con un significato più generico che non coincide necessariamente con quello usato dai font designer e dai programmatori. 

Il problema da risolvere è effettivamente quello di avere delle parole in cui la distanza tra le varie lettere sia costante. La soluzione è abbastanza complicata perché le lettere sono diverse una dall’altra e molte di loro sono asimmetriche. Due I troppo vicine si fondono completamente, ma due T troppo vicine si toccano solo per le punte. La L a sinistra è come la I, a destra come la T. E poi abbiamo lettere composte di linee curve, o quelle scomode come la f che rischiano di dare fastidio alle lettere successive.

In molti casi questi problemi si possono risolvere in una maniera che è accettabile in tutte le combinazioni. Ma non sempre. A e V, messe una di seguito all’altra, potrebbero apparire comunque troppo distanti. Ridurre la spalla risolverebbe il problema, ma creerebbe effetti improponibili in altre combinazioni. E allora?

Allora il font designer aggiunge una formula che avvicina le lettere di una certa quantità soltanto quando sono consecutive. Viene stabilita una coppia di crenatura (kerning pair) e si inserisce un numeretto in un’apposita casella del software chiamata kerning.

Ai tempi dei font in metallo c’era bisogno di lettere speciali nelle quali l’estremità dell’asta spuntava dal blocchetto metallico per andarsi a sovrapporre allo spazio vuoto sul blocchetto della lettera successiva.

In caso di necessità era possibile limare i caratteri normali per poterli avvicinare tra di loro.

La radice della parola kerning sembra derivare da quella della parola cerniera, proprio perché le lettere con questa caratteristica fungevano da cerniera tra due blocchetti diversi.

Insomma, anticamente se un carattere aveva l’estremità di un’asta che spuntava andando a sovrapporsi allo spazio vuoto nel carattere successivo si parlava di kerning.

Coi font digitali qualunque lettera può avere dei tratti che si estendono oltre lo spazio assegnato, ma si parla di kerning soltanto quando è stata fissata una coppia di crenatura, con un valore ben preciso che indica la proporzione di cui devono avvicinarsi le due lettere quando compaiono adiacenti.

Però, a quanto pare, tra i grafici si parla di cattiva crenatura anche quando è la spaziatura in generale ad essere stata gestita male, da parte del font designer, o addirittura da parte della persona che ha impaginato il testo.

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