DAB Trevi. I problemi dei bitmap e dei monospace

Il passaggio dei caratteri tipografici al digitale è stato abbastanza traumatico. Sui primi monitor per computer lo schermo era organizzato come una griglia. In ogni casella poteva entrare una sola lettera, per cui tutte le lettere e i segni tipografici dovevano avere la stessa larghezza. La I doveva essere larga quanto la W, nonostante la diversa conformazione. Ma questo si era già visto con le macchine da scrivere, inventate alla fine dell'Ottocento. La novità qui era che ogni casella era composta di un numero limitatissimo di pixel, ognuno dei quali poteva essere o tutto acceso o tutto spento. In basse risoluzioni diventava impossibile dosare lo spessore delle aste, aggiungere grazie, ma anche gestire le curvature. Era come quando si prende un foglio a quadretti e si prova a realizzare una scritta annerendo i quadretti interi.

I designer professionisti digitalizzarono in questo modo alcuni caratteri per usarli con le macchine per la fotocomposizione a tubo catodico. A loro veniva data una griglia di 100 o 200 quadretti che dovevano annerire, un compito che non ricordano con nostalgia. Tanto più che dovevano ripetere tutto il lavoro da capo per realizzare lo stesso font in una dimensione diversa, visto che non si trattava di caratteri scalabili.

Almeno loro potevano gestire curvature e contrasto, e potevano disegnare lettere più larghe e più strette a seconda delle esigenze. Sugli home computer invece la griglia era magari di 8x8, quando andava bene, incluso lo spazio che separava una lettera dalla successiva e dalla riga seguente.

Le possibilità erano limitatissime, eppure si poteva essere creativi lo stesso: bastava un pixel in più o in meno in una lettera per darle un aspetto originale rispetto ai font della concorrenza. 

Poi gli hardware sono migliorati, sono stati in grado di gestire informazioni sempre più complesse, per cui sono stati introdotti i font scalabili che usiamo ancora oggi. Qui il disegnatore disegna il contorno ideale delle lettere, su un piano cartesiano largo centinaia e centinaia di unità, tramite linee di Bezier. Poi sarà il software a ricondurre questo disegno ideale a un numero di pixel limitatissimo, salvaguardando le proporzioni tra i vari tratti. E non sono disponibili solo le due opzioni, acceso e spento: il software può inserirci anche le gradazioni di grigio per far sì che l'occhio dell'utente percepisca una forma il più possibile simile a quella ideata dal disegnatore, e può intervenire anche sui subpixel, nei monitor e display a colori, per triplicare la risoluzione orizzontale. 

Così i font pixmap sono scomparsi del tutto... O no?

In realtà no, perché esistono ancora dispositivi su cui vengono usati. Ad esempio i display delle radio. 

Questa è la foto di un display di una radiolina portatile che capta FM e DAB, marca Trevi. 


Possibilità molto limitate e creatività: quanto è strana quella lettera g?

Il display serve per visualizzare le informazioni di servizio: la frequenza numerica, il nome dell'emittente, i contenuti del Radio Data System, il nome della trasmissione, titolo e autore di ogni canzone, eventuali numeri di telefono.... 

E com'è questo display? Limitatissimo, in grado di visualizzare solo scritte monospace in una griglia, e ogni casella di questa griglia è di 5x8 pixel. 

Le caselle sono separate una dall'altra, quindi nei 5 pixel di larghezza non bisogna includere anche lo spazio con la lettera seguente. 

Noto però una cosa strana: l'ultima fila di pixel in basso non è mai usata, quindi di fatto ci sono solo sei file orizzontali utilizzabili. 

Sufficienti per le maiuscole, ma come si fa con le minuscole? Quelle con tratti ascendenti possono essere alte quanto le maiuscole mentre quelle con tratti discendenti sono state riadattate per non scendere mai sotto la linea di base. 

La p in questo caso sembra pressoché una maiuscola ma alta quanto le minuscole adiacenti. La g invece si sarebbe dovuta deformare troppo per farla rientrare nello stesso spazio. Quindi si è deciso di rialzarla.

Sulle altre lettere ci sarebbe ben poco da dire, sembra quasi ovvio che siano disegnate così. E però niente è scontato: guardate la lettera c, quel pixel che si accende in basso a destra, che suggerisce che l'estremità inferiore pieghi verso l'alto, a risalire. Non è una cosa scontata, potevano non mettercelo, in altri font pixmap non c'è. 

Oppure guardate la lettera A: ha la parte superiore piatta. Si poteva tentare una punta come quella della lettera v ma verso l'alto, e avere i tratti laterali paralleli solo nella parte inferiore. 

Dato che i caratteri pixmap sono ancora diffusi, e dato anche che qualcuno ha bisogno di emulare i supporti informatici di quarant'anni fa, esistono molti font scalabili che riproducono la forma dei pixmap. Non è che ogni quadratino occupi un bit di memoria: sarebbero incompatibili coi programmi di videoscrittura moderni. Sono dei font scalabili ma disegnati per riprodurre le forme dei font bitmap. 

Su Dafont ne troviamo abbastanza da riempire 8 pagine da 200 risultati l'una.

Emulano griglie di dimensioni diverse, e danno un'idea delle numerose soluzioni che possono essere messe in atto. 

Il più scaricato è il Minecraft di Craftron Gaming, dove la g ha un occhiello superiore molto stretto ma ha un lungo tratto discendente, che emula una curva che finisce sotto la linea di base. 

Al secondo posto per numero di downolad nelle ultime 24 ore c'è il VCR OSD Mono di Riciery Leal, dove la g è una specie di 9 alto quanto le altre minuscole e la p: niente tratti discendenti.

Mentre nel primo font la A ha la cima piatta, qui la cima è a punta. Ma la risoluzione è più alta. 

Nella M del Minecraft i due tratti obliqui si incontrano in un punto, mentre nell'altro c'è un pixel in più al disotto del punto di incontro, proprio come sul display della mia radiolina Trevi. 

Nel Pix32 di Yu Job la g invece è una specie di 9. Quello che dovrebbe essere il tratto discendente poggia sulla linea di base, mentre la parte superiore della lettera è più alta delle altre minuscole.

Beh, e non è un 9? No, perché il vero 9 è alto un pixel in più, quanto le maiuscole, e ha il tratto inferiore che termina in obliquo anziché tentare di risalire. 

Qui la A è disegnata in maniera tale da evocare i tratti più obliqui possibile, invece che averceli paralleli o simulare l'obliquità solo nella parte superiore. 

Scorrendo la lista troviamo pixmap per tutti gli usi, da quelli fantasiosi inventati per i videogiochi, fino allo stile gotico o ai corsivi calligrafici. E ci sono anche vari dingbat, ossia font che contengono solo simboli e disegni. 

Molti dei pixmap che si trovano sul sito non sono affatto monospace: non lo è il primo della lista, il Minecraft. Basta scrivere "iiimmm" per rendersi conto che le tre i occupano meno spazio di una sola m

Il VCR OSD Mono per ovviare al fatto che la i lascia troppo spazio bianco intorno a sé, a causa della sua conformazione, ha il tratto inferiore di questa lettera che devia in obliquo verso destra, con un risultato un po' discutibile. 

Il problema dei font monospace è stato affrontato per la prima volta alla fine dell'Ottocento, quando sono state inventate le macchine da scrivere il cui meccanismo spostava il foglio di uno spazio fisso ad ogni pressione di qualunque tasto. 

La soluzione fu quella di aggiungere grazie sproporzionate a lettere come I e l per renderle larghe quanto una M o una W compressa, un'esigenza di cui prima di allora nessuno aveva sentito il bisogno. 

Se non si fa così resta molto spazio vuoto ai lati di alcune lettere, che risulta molto sgradevole quando si va a leggere un testo perché le parole risultano frammentate in corrispondenza delle lettere più strette. 

Di solito si trovano monospace organizzati in maniera così balorda: sono quelli messi a punto da disegnatori asiatici, ad esempio quelli progettati per la scrittura cinese, a cui vengono aggiunte le lettere latine solo per questioni di compatibilità. 

Dato che il disegnatore non usa le lettere latine, non si rende conto di quanto è assurdo il risultato che viene fuori. 

E' risaputo che quando si disegna un font non bisogna mai perdere di vista l'insieme. Con lettere di larghezze diverse bisogna gestire lo spazio vuoto a destra e sinistra in maniera equilibrata, mentre se nel font ci devono essere lettere tutte della stessa larghezza allora è necessario allargare la forma di alcune in maniera tale da non spezzare le parole che l'utente potrebbe comporre. 


Questa scritta è realizzata usando il font MingLiU-ExtB, installato di default in Windows. Come ha fatto il disegnatore a non accorgersi che le parole vengono spezzettate in maniera improponibile? Come ha fatto a farlo accettare da Microsoft? In realtà questo font serve per scrivere in cinese, le lettere latine sono state aggiunte solo per questioni di compatibilità. Nella parte con gli ideogrammi cinesi immagino non ci sia nulla di strano.


La stessa scritta di prima, ma in Courier New. Questo font è stato pensato appositamente per l'alfabeto latino, sulla base dello stile che era stato messo a punto per le macchine da scrivere. Chiaramente anche qui notiamo che la gestione dello spazio è un po' problematica, con tratti più fitti in corrispondenza delle m e più diradati intorno alle i, ma si è cercato di ridurre il più possibile l'effetto di spezzettamento della parola, allargando le grazie delle lettere strette. 

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