Compugraphic

Compugraphic era un’azienda fondata nel 1960, acquisita dalla Agfa-Gevaert nel 1988, basata in Massachusetts, che produceva sistemi per la fotocomposizione tipografica dei testi. Non va confusa con la Compugraphics, tuttora esistente, che è una compagnia britannica che produce circuiti integrati.
Insieme alla Am/Varityper e alla Mergenthaler, Compugraphic era all’avanguardia nel settore, all’epoca del passaggio dalla composizione a caldo (quella delle linotype) alla composizione a freddo.
Wikipedia riporta una storia delle principali tappe nella storia dell’azienda, ma nessuna immagine. Sul resto del web invece di foto ce ne sono diverse. Gli apparecchi per la fotocomposizione erano grandi quanto una scrivania. Erano dotati di una tastiera, nonché di varie pulsantiere per controllare le funzioni più diverse. Nei modelli più vecchi c’era al massimo un display di una riga, i modelli successivi erano dotati di monitor su cui compariva il testo della pagina con i codici che indicavano le varie opzioni come la grandezza del carattere. Solo infine venne introdotta la possibilità di avere un secondo monitor con la possibilità di vedere un’anteprima del risultato finale (come avviene oggi in qualsiasi software di impaginazione per pc).
I colori dei vari prodotti erano nero e blu acceso, ottenendo un risultato che visivamente era d’impatto, dal punto di vista del design.
Comunque, qualcuno che abbia fatto una pagina con una storia visuale e approfondita dei vari dispositivi ancora non c’è. Insomma, non si trova una tabella con foto del prodotto, anno di produzione, caratteristiche di base.
In un articolo sul blog di Typekit viene caricata una foto di una EditWriter, presa dal sito thedesignspace.net, con quasi nessuna informazione e link a Wikipedia. La macchina aveva un monitor e un leggio su cui appoggiare il testo da trascrivere. Dovrebbe risalire agli anni 60, secondo Wikipedia. L’immagine veniva stampata su carta fotografica larga fino a 8 pollici. La dimensione del testo si poteva variare da 6 a 72 pollici alternando varie lenti fisse montate su una torretta interna. Le informazioni potevano essere salvate su floppy disk da 8 pollici.
Varie foto del dispositivo su cui erano montate le lenti si possono trovare sui siti di commercio online. Su Ebay, un tale dice di averlo comprato ad un’asta in cui nessuno sapeva a cosa serviva di preciso. E neanche lui lo sapeva. Comunque, lo metteva in vendita a 99 dollari, più quasi altrettanti di spese di spedizione. Altrove lo stesso pezzo veniva venduto a 500 dollari.
Tra gli anni 50 e gli 80 ogni azienda produceva un proprio sistema di fotocomposizione, con un proprio sistema di codifica. Gli operatori dovevano specializzarsi in uno o più di questi sistemi proprietari, e la cosa richiedeva tempo.
L’impaginazione all’epoca era una cosa che avveniva in varie fasi: una volta impresso il testo su carta fotografica, nella dimensione e col carattere opportuno, quest’ultima doveva essere ritagliata, e le varie scritte incollate a comporre la pagina (ad esempio nel caso in cui il testo dovesse essere disposto su più colonne affiancate). Quindi nell’operazione era coinvolto non solo un operatore che digitava il testo nella macchina, ma anche un altro tecnico che doveva tagliare e incollare il risultato finale (più quello che doveva occuparsi di produrre la matrice da inserire nella macchina che doveva stampare le varie copie) .
La fotocomposizione è una tecnica sconosciuta a gran parte del pubblico. Ogni sito in cui c’è una foto o un riferimento alle macchine da fotocomposizione tende ad essere superficiale sui dettagli proprio perché deve spiegare da zero la tecnica per chi non ha la più pallida idea che esistesse qualcosa del genere.
Su Flickr c’è la foto di una Cg-Universal IV. Non è abbastanza dettagliata da leggere cosa c’è scritto sul display, ma si possono leggere le scritte su alcuni tasti e levette.
Sul display c’è scritto “character display”, ed è di una sola riga.
Alcune levette comandano la “character compensation” (1,2,4,8), altre il leading (da 1 a 64, sempre procedendo per potenze di 2).
C’è un contatore da 4 cifre etichettato “line counter”, a cilindri rotanti.
Un pulsante “continous leading”, uno per “line display”. Tre led per indicare l’assenza di pellicola, lo shift e il fatto che il dispositivo è occupato (“busy”), i tasti per la dimensione del testo (da 6 a 72, con incremento variabile da tasto a tasto. Su ogni tasto, un led a indicare quale era la dimensione selezionata.
In alto altri due led, “overset” e “justification range”, più altri display, forse, “tab” e “line measure”.
La tastiera era come quella di un computer (“qwerty...”), a sinistra c’erano due tastierini da 12 tasti ciascuno, con scritte troppo piccole per essere lette nella foto, mentre a destra ci sono i tasti funzione dall’1 all’8, ognuno dei quali con un led. Qualcuno ha scritto a mano sull’etichetta la funzione attivata da ogni tasto, ma nella foto non si legge.
Il continuo uso ha fatto sì che il ripiano si è consumato là dove l’operatore appoggiava i polsi.
Sempre su Flickr c’è una foto della Compugraphic II, modello precedente, con molte meno funzioni, ma non si conosce la data esatta. Qui sul piano orizzontale c’era solo la normale tastiera. Il leggio per il testo era largo la metà, perché i comandi di servizio stavano sulla destra. Non sotto forma di tasti, ma di sottili levette che potevano essere tirate in su e in giù. La macchina prevedeva due formati, per ognuno dei quali si poteva impostare l’opzione “leading points” e l’opzione “set”, da ½ fino a 16. E ognuno dei quali aveva un contatore a cilindi, a 4 cifre per la “line measure”.
Due levette attivavano il “letter space” e la “line end” (automatica o manuale).
A sinistra un unico “line length display”, il consueto “character display”, un altro contatore a quattro cifre (“line counter”), un paio di pulsanti e vari cerchietti che potrebbero essere led luminosi.
La cosa strana è che sul web esistono video di come si usa il torchio da stampa di Gutenberg (tecnologia del Quattrocento), le linotype (tecnologia ottocentesca), i computer a schede perforate degli anni 60, ma nessuno ha mai postato una dimostrazione pratica dell’uso di macchine per la fotocomposizione, neanche attingendo a filmati d’epoca.

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