Blackadder
L’Itc Blackadder è diffusissimo perché inserito come standard in qualche pacchetto di software da ufficio. Corsivo, a lettere separate, con contorni irregolari come se fosse stato tracciato a mano su carta ruvida o pergamena, pieno di svolazzi. Su Myfonts è stato caricato senza descrizione, ma solo con l’indicazione del disegnatore, Bob Anderton, e con una manciata di tag, tra cui “penna stilografica”, “fantasma”, “pirata” e “antiquato” (“quaint”).
Qualche anno fa tra gli addetti ai lavori il font aveva attirato l’attenzione per essere stato scelto per lo sfondo del dibattito presidenziale americano: Donald Trump e Hillary Clinton si erano affrontati davanti ad un enorme pannello su cui era stata trascritta la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, impaginata appunto in Blackadder, celeste su fondo blu. Era il 2016. Nella tornata precedente, la grafica era la stessa ma il font era diverso, Vivaldi o giù di lì.
Sempre nel 2016 il font era stato usato per la locandina del film Birth Of a Nation. È l’unica volta che questo carattere è stato segnalato a Fonts In Use, e non ha suscitato una reazione molto positiva: “tende più al Jokerman che alla grafia costituzionale”, dice il sito.
In effetti i documenti d’epoca riguardanti la fondazione degli Usa sono scritti in corsiva inglese, a lettere unite e con occhielli sulle l. Il paragone con il Jokerman è un po’ esagerato, tenuto conto che è il carattere più festoso che io conosca, con tasti e chiavette montati sulle aste che evocano un immaginario musicale. Ma è chiaro quello che il sito voleva dire: non si tratta di una grafia storicamente in linea con quella che si usava all’epoca, ma è un po’ come la scritta “pirati” in un parco dei divertimenti.
A proposito di pirati, mi viene un dubbio improvviso: la scritta del film Pirati dei Caraibi, con Johnny Depp, come è fatta? È un maiuscoletto con qualche svolazzo e coi contorni rovinati. Ne esiste una versione su Dafont, chiamata Pieces of Eight, che viaggia sui 200 download giornalieri. Il nome, “Pezzi da otto”, è una chiara citazione del romanzo L’Isola del Tesoro, in cui il pappagallo continuava a ripetere il nome di questa moneta, che aveva sentito nominare dai pirati dopo i loro saccheggi.
Un altro font celebre dai contorni rovinati è il Papyrus, che qualche anno fa finì al centro di qualche battibecco tra gli addetti ai lavori per il fatto di essere stato usato nel film Avatar, non soltanto come base per il logo ma anche nei sottotitoli. Per qualcuno la scelta non era la migliore in quest’ultimo caso, mentre altri contestavano solo il fatto che si trattava di un font fin troppo usato.
Qualche anno fa tra gli addetti ai lavori il font aveva attirato l’attenzione per essere stato scelto per lo sfondo del dibattito presidenziale americano: Donald Trump e Hillary Clinton si erano affrontati davanti ad un enorme pannello su cui era stata trascritta la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, impaginata appunto in Blackadder, celeste su fondo blu. Era il 2016. Nella tornata precedente, la grafica era la stessa ma il font era diverso, Vivaldi o giù di lì.
Sempre nel 2016 il font era stato usato per la locandina del film Birth Of a Nation. È l’unica volta che questo carattere è stato segnalato a Fonts In Use, e non ha suscitato una reazione molto positiva: “tende più al Jokerman che alla grafia costituzionale”, dice il sito.
In effetti i documenti d’epoca riguardanti la fondazione degli Usa sono scritti in corsiva inglese, a lettere unite e con occhielli sulle l. Il paragone con il Jokerman è un po’ esagerato, tenuto conto che è il carattere più festoso che io conosca, con tasti e chiavette montati sulle aste che evocano un immaginario musicale. Ma è chiaro quello che il sito voleva dire: non si tratta di una grafia storicamente in linea con quella che si usava all’epoca, ma è un po’ come la scritta “pirati” in un parco dei divertimenti.
A proposito di pirati, mi viene un dubbio improvviso: la scritta del film Pirati dei Caraibi, con Johnny Depp, come è fatta? È un maiuscoletto con qualche svolazzo e coi contorni rovinati. Ne esiste una versione su Dafont, chiamata Pieces of Eight, che viaggia sui 200 download giornalieri. Il nome, “Pezzi da otto”, è una chiara citazione del romanzo L’Isola del Tesoro, in cui il pappagallo continuava a ripetere il nome di questa moneta, che aveva sentito nominare dai pirati dopo i loro saccheggi.
Un altro font celebre dai contorni rovinati è il Papyrus, che qualche anno fa finì al centro di qualche battibecco tra gli addetti ai lavori per il fatto di essere stato usato nel film Avatar, non soltanto come base per il logo ma anche nei sottotitoli. Per qualcuno la scelta non era la migliore in quest’ultimo caso, mentre altri contestavano solo il fatto che si trattava di un font fin troppo usato.





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