Come si stampano oggi i quotidiani, e come si stampavano una volta
Young Post, supplemento giovanile del giornale di Hong Kong in lingua inglese South China Morning Post, ha realizzato alcuni anni fa un filmato di tre minuti e mezzo con inquadrature esclusive del suo impianto di stampa, e con la spiegazione delle varie operazioni che si svolgono al suo interno.
Il punto di partenza è il controllo da parte della redazione di tutti gli articoli: i fatti e la grammatica devono essere corretti, dice il filmato, dando per scontato il controllo dell’impaginazione. I file vengono inviati al reparto produzione, dove le immagini vengono separate nelle varie componenti di colore, e inviate alla “negative room”, dove vengono messe a punto le lastre da inserire nella rotativa. Queste sono delle sottili lamine di alluminio flessibile su cui vengono impressi testi e immagini che devono essere stampati sulla pagina. A differenza della stampa in rilievo, qui non sono presenti parti sporgenti: l’inchiostro aderisce solo sulle parti da stampare sfruttando un particolare principio chimico-fisico. Inoltre le scritte e le immagini sono impresse nel verso giusto, e non al contrario come avviene sui timbri: questo perché il sistema offset è di tipo indiretto: la lastra trasferisce l’immagine non sulla carta, ma su un rullo di gomma (che la riceve invertita) che poi la trasferisce sulla carta (invertendola di nuovo, cioè riportandola nel verso giusto).
Alcune operazioni sono automatizzate grazie a meccanismi robotizzati, ma alla fine è un operatore che controlla che tutto sia a posto e aggancia le varie lastre ad un raccoglitore, che viene trasferito alla macchina da stampa grazie a uno speciale nastro trasportatore (molto ingegnoso il sistema grazie al quale il supporto passa dallo scorrimento orizzontale a quello verticale senza ruotare anche l’orientamento delle lastre).
La macchina da stampa è enorme (c’è un marchio Geoman) ed è composta da varie apparecchiature separate, una per ciascun colore da imprimere su ciascun gruppo di pagine. Le lastre vengono montate manualmente sulla rotativa.
La carta viene fornita in enormi rotoli che vengono impilati in colonne altissime. Pesantissimi, vengono spostati col muletto, spacchettati a mano e trasferiti con un nastro trasportatore robotizzato. Il montaggio avviene di nuovo a mano, ed è un’operazione laboriosa perché bisogna agganciare una striscia di plastica al capo del rotolo, e farla passare attraverso i cilindri della macchina, nel verso giusto, assicurandosi che la tensione non sia eccessiva per non strappare tutto.
Dopo le prime stampe la macchina va regolata per assicurarsi che i vari colori si sovrappongano esattamente senza essere disallineati.
A quel punto le pagine passano attraverso macchinari che devono separarle, fascicolarle e piegarle in maniera da formare i giornali completi, i quali vengno legati in pacchi per poter essere caricati sui furgoni e recapitati ai vari rivenditori. Il percorso da fare è lunghissimo all’interno dello stabilimento, e visto da lontano ricorda un po’ le montagne russe. Qui le operazioni sono tutte automatizzate, anche se comunque si vede qualche operaio che controlla che non ci siano fogli piegati o intoppi di altro genere.
Per rendersi conto di come è cambiata la stampa industriale dei quotidiani nel corso dell’ultimo cinquantennio, si può vedere un documentario realizzato negli anni Settanta nella sede di un imprecisato quotidiano, probabilmente americano. Siamo nell’era precedente all’invenzione del personal computer, quindi non compaiono monitor da nessuna parte. I giornalisti scrivevano gli articoli con le normali macchine da scrivere, o li ricevevano tramite le telescriventi (speciali macchine da scrivere collegate ad una linea telegrafica). Per impaginare il testo, c’era bisogno di comporlo con macchine da scrivere speciali dalle quali veniva fuori un nastro perforato col testo dell’articolo. Questo veniva trattato da un elaboratore elettronico Ibm, che lo suddivideva in righe giustificando i margini. Da qui usciva un altro nastro perforato con le istruzioni per far funzionare la linotype, la quale usando il piombo fuso produceva le righe di testo dell’articolo, sotto forma di blocchetti metallici coi caratteri in rilievo. Dopo eventuali correzioni, le righe finivano sul banco di composizione e venivano impaginate insieme ai titoli (composti a mano) e alle foto. Alcune parti del giornale potevano provenire dalla fotocomposizione (anche in questo caso generata con speciali macchine da scrivere, senza display ma con nastro perforato). Articoli o pubblicità fotocomposte e immagini dovevano essere trasformate in lastre grazie al lavoro di un apposito operatore. Nessun automatismo: bisognava spostare le lastre da una vasca all’altra per trattarle con varie sostanze e sciacquarle, poi tagliarle con un’apposita taglierina.
Insomma, se al giorno d’oggi i giornalisti impaginano articoli, foto e pubblicità direttamente sui loro monitor, e il trasferimento del tutto sulla lastra è un meccanismo quasi automatico, all’epoca c’era bisogno di tantissimo personale tecnico per le operazioni di impaginazione.
Il filmato precede l’adozione della stampa offset. I caratteri in rilievo venivano usati per imprimere la forma su uno “stereotipo” tramite una pressa. Lo stereotipo serviva per la fusione di un semicilindro metallico con i caratteri in rilievo, che poi veniva portato alla rotativa da nastri trasportatori.
I giornali erano in un solo colore, all’epoca, ma comunque era necessario regolare l’allineamento, la quantità di inchiostro e altri dettagli, dopo avere eseguito le prime stampe.
Varie inquadrature sono dedicate al meccanismo automatico che sostituiva il rotolo di carta senza fermare la rotativa, mentre un paio di operai aggiungevano il rotolo di riserva senza interferire con la macchina in funzione.
Il filmato mostra anche come i pacchi di giornali venivano caricati sui furgoni, e inquadra i furgoni che si immettono nel traffico.
Fotografie di lastre cilindriche in
rilievo per le rotative sono quasi introvabili sul web. Su Carto.net
se ne vede una, apparentemente esposta al museo Gutenberg di Friburgo.
Ovviamente le parole vanno lette da destra a sinistra (dopo aver
ruotato l’immagine, che mostra il testo capovolto), visto che il metodo usato
era a stampa diretta, non offset.





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