Aps
La Aps era una macchina per la fotocomposizione sviluppata sul finire dagli anni Sessanta da un’azienda che si chiamava Alphanumeric Corporation, e che in seguito si chiamò Autologic.
La sigla stava per Alphanumeric Photocomposition System, ma talvolta la macchina veniva chiamata Aps Photocomposer o Aps Filmsetter.
Le informazioni che circolano sul web sono pochissime. Il sito Circuitous Root è riuscito a mettere insieme le date relativi ai vari modelli. Dopo la Aps-2 sviluppata dal 1963 ma disponibile sul mercato solo dal 1967 ne seguirono altre nel giro di pochi anni coi numeri fino al 5 (la 1 non è mai uscita).
Il sito dice anche che grazie a un contratto con la Ibm, la Aps venne venduta anche come periferica ufficiale per il computer Ibm System/360. La collaborazione si concluse nel 1970.
Già la Aps-2 poteva essere collegata ad un Pdp-8 minicomputer, forse il primo esempio di un minicomputer general purpose usato per questo scopo.
Il nome minicomputer non deve trarre in inganno: si trattava di un’apparecchiatura grande come un armadio, anzi, come vari armadi perché unità di calcolo, supporti di memoria e periferiche erano separati tra di loro e molto ingombranti.
Lo stesso sito è riuscito a trovare anche delle foto d’epoca in bianco e nero che mostrano il filmsetter. In realtà una soltanto, più altre due che presumibilmente avevano qualcosa a che fare con la fotocomposizione. La prima viene da un catalogo, la seconda mostra un mainframe pdp-8 in un ufficio, l’ultima mostra alcune operatrici al lavoro su delle macchine che perforavano i nastri di carta, circondate da montagne di nastro perforato.
L’Aps era una macchina a tubo catodico, che è lo stesso che si usava per i vecchi televisori, ma non c’è nessun monitor in vista nelle foto. Il tubo catodico infatti era quello che serviva per disegnare la forma delle lettere da proiettare sulla pellicola.
Nelle foto non si vedono display di nessun genere, quindi immagino che gli operatori non avessero idea del risultato fino a dopo lo sviluppo della pellicola. Non si sa neanche se ci fossero delle lampadine per sapere quali opzioni erano state attivate.
Il settore della fotocomposizione è abbastanza oscuro: se gli appassionati di tipografia hanno ricostruito i torchi da Gutenberg in poi e li fanno funzionare, oppure hanno raccolto le macchine ottocentesche nei musei, e lavorano ancora con le platine e le piano-cilindriche novecentesche, gli apparecchi per la fotocomposizione sono praticamente scomparsi e si è persa la memoria di come farli funzionare.
A differenza della stampa in rilievo, che è una tecnica durata alcuni secoli, le macchine per la fotocomposizione sono rimaste in funzione solo per qualche decennio. Già negli anni Ottanta i personal computer avevano inglobato al loro interno non soltanto le funzioni relative alla scelta dei caratteri e della dimensione, ma anche tutte quelle operazioni che prima si realizzavano sul banco di composizione (la divisione in colonne e la distanza dai titoli o dai bordi).
Gran parte delle persone ha soltanto una vaghissima idea di come si lavorava tra l’epoca della stampa in rilievo e quella del pc.





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