La macchina da scrivere dei sequestratori

Nei giorni scorsi è stato messo in vendita da una casa d’aste un volantino con cui le Brigate Rosse rivendicavano il sequestro di Aldo Moro nel 1978.

La notizia è finita su tutti i giornali, e c’è stata qualche polemica, come prevedibile.

Il Post ha pubblicato un articolo in cui si sofferma sui dettagli tecnici del documento: un’esperta di macchine da scrivere ne ha esaminato l’aspetto e ha messo per iscritto le sue considerazioni.

La prima delle quali è che non si tratta del volantino originale scritto dai brigatisti, ma di una delle trascrizioni che vennero ribattute a macchina dai loro fiancheggiatori per diffonderlo ulteriormente.

Lo si capisce dai caratteri: quelli del volantino originale sono corsivi, mentre quelli del volantino in vendita in questi giorni hanno l’asse verticale.

Sull’episodio è intervenuta anche la Digos, che sta facendo accertamenti sulla provenienza del documento. Lo ha raccontato Il Fatto Quotidiano, che parla di “volantino ciclostilato” anziché di documento originale.

Il Fatto mostra la foto del documento all’asta (apparentemente battuto a macchina), mentre Il Post pubblica quella del documento originale (anzi, di una sua copia ciclostilata).

I caratteri di quest’ultimo erano disponibili sulla testina rotante della macchina da scrivere IBM Selectric II, ed erano in stile light italic.

Consultandosi con l’ex responsabile dell’ufficio caratteri di Olivetti, l’autrice dell’articolo del Post aggiunge che quelli del volantino all’asta dovevano essere caratteri Advocate, sempre brevettati per la Ibm, quindi disponibili pure su testina rotante per una macchina da scrivere elettrica.

Che si tratti di una macchina da scrivere elettrica si deduce anche dal fatto che la pressione di tutte le lettere è uniforme, mentre con le macchine da scrivere manuali alcune lettere erano più calcate di altre.

L’autrice dell’articolo è costretta a dare qualche spiegazione sull’aspetto tecnico della questione, visto che la gran parte del pubblico delle nuove generazioni non ha la minima idea di come funzionavano le macchine da scrivere e cosa fossero le testine rotanti.

Le macchine da scrivere vennero inventate nel diciannovesimo secolo. In origine erano composte da una serie di martelletti sui cui erano incisi in rilievo i caratteri da stampare. Ogni martelletto era collegato ai tasti della tastiera da un’insieme di leve chiamato cinematico. Non c’era bisogno di corrente: era la pressione del dito sul tasto che doveva tirare su il martelletto e spingerlo contro il foglio di carta, su cui era sovrapposto un nastro inchiostrato.

Il sistema era ingegnoso, ma comportava l’impossibilità di sostituire il font, diremmo noi: per cambiare i caratteri sarebbe stato necessario smontare ciascun martelletto e scollegarlo dal cinematico, che era una operazione lunga e complicata, che poteva essere svolta solo da un tecnico specializzato con gli strumenti giusti.

Anche per questo, quando vennero inventate le macchine da scrivere elettriche, furono messi a punto sistemi diversi per inserire il font nella macchina. Uno veniva chiamato margherita, e prevedeva che i martelletti fossero montati a raggiera attorno a un centro, come i petali di un fiore. Pigiando un tasto sulla tastiera, la macchina ruotava automaticamente la margherita fino a posizionare il carattere giusto sul foglio, e poi lo batteva in automatico. Un altro sistema prevedeva invece di posizionare i caratteri in rilievo su tutta la superficie di una piccola sfera. Pigiando il tasto sulla tastiera, il dispositivo elettrico ruotava la pallina e la inclinava fino a quando la lettera giusta non fosse in posizione sul foglio, e poi la batteva.

Erano appunto testine di questo tipo che vennero usate per scrivere i comunicati in questione.

Oltre al fatto che tutti i caratteri venivano digitati con la stessa pressione, decisa in automatico dalla macchina indipendentemente dalla forza con cui si pigiava sul tasto, c’era il vantaggio che queste testine potevano essere sostituite facilmente, tra un documento e l’altro o anche a metà di un documento. Così era possibile cambiare font senza bisogno di usare una seconda macchina da scrivere.

La copia unica che nasceva da queste battiture poi poteva essere duplicata con un ciclostile: una specie di fotocopiatrice particolare dotata di una matrice interna. In pratica, il documento si usava per impressionare una matrice, e dalla matrice si ottenevano le copie.

Che poi potevano essere ulteriormente ciclostilate, o magari ribattute da qualcun altro.

Appunto: il documento all’asta non è il documento originale, né una sua copia ciclostilata, ma una delle copie ribattute da qualcun altro con un’altra macchina da scrivere.

Uno dei dettagli che vengono notati dal Post è che il numero 1 nella data è scritto utilizzando la I maiuscola. Questo perché nelle macchine da scrivere portatili, per ridurre al minimo le dimensioni, venivano eliminati tutti i tasti di cui si poteva fare a meno. Ad esempio, visto che il numero 0 è pressoché identico alla lettera O maiuscola, veniva eliminato. E lo stesso discorso valeva per il numero 1, che poteva essere sostituito dalla I maiuscola o dalla l (elle) minuscola.

Altre lettere mancanti erano le maiuscole accentate: in quei casi veniva battuta la lettera normale seguita dall’apostrofo, come si può notare anche nel comunicato brigatista.

Una cosa che noto io è il doppio spazio digitato dopo il punto, che veniva insegnato all’epoca nei corsi di dattilografia.

L’assenza dello spazio dopo la virgola invece è un errore ripetuto di battitura presente solo nel volantino trascritto, mentre nel volantino originale c’è almeno uno spazio mancante tra una parola e le aperte virgolette, non ripetuto nei casi successivi.

In entrambi i casi si trattava di font monospace, ossia in cui tutte le lettere hanno la stessa larghezza: la I è larga quanto la M, tutte le lettere si dispongono sull foglio come in una griglia, dando alla pagina un aspetto molto rigido rispetto ai font ai quali siamo abituati noi.

Non si trattava di una scelta stilistica dei produttori di macchine da scrivere: il fatto è ad ogni battitura il foglio veniva spostato avanti di un passo fisso. Sarebbe stato troppo complicato mettere a punto un meccanismo in grado di avanzare il foglio di un passo diverso a seconda del tasto battuto. Solo nelle ultime macchine da scrivere, quelle elettroniche, fu possibile mettere in atto questa soluzione.

Infine, una nota sull’intestazione dei volantini: nelle macchine da scrivere elettriche era possibile cambiare il font, ma non la dimensione. I font scalabili vennero introdotti solo con la fotocomposizione professionale e poi col personal computer.

Quindi, per scrivere il nome dell’organizzazione nella parte alta della pagina bisognò ricorrere ad una soluzione alternativa: ossia disegnare le lettere a mano, a quanto sembra.

Ovviamente non ci si impegnò più di tanto a rifinire lo stile: le lettere sono composte soltanto di linee rette, praticamente senza spessore aggiunto. In alcuni casi si vede pure il segno di doppio passaggio della penna, almeno nel volantino originale. Presumibilmente venivano tracciate col righello (qualcuno ha scritto su internet che per il cerchio in cui disegnare la stella si usava ricalcare il contorno di una moneta). Comunque, si tratta di questioni di scarsa importanza, visto l’argomento.

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