I font metrico-compatibili
Ad aprile scorso era circolata la notizia che il sito della Monotype risultava inaccessibile in Russia, a causa delle limitazioni decise del Congresso americano visti gli sviluppi della situazione ucraina.
Qualche sito web aveva riportato la notizia distrattamente: come farà Putin se non potrà più usare Times New Roman, Arial, Verdana, Tahoma e Helvetica? Quanto costerà sviluppare delle alternative, visto che copiare un font è una cosa particolarmente complicata? Non finiranno per ripiegare sul Comic Sans? E via scherzando.
Sono passati parecchi mesi e non sono arrivate notizie di ulteriori sviluppi. Apparentemente lo Stato non è crollato per mancanza di font. Prima di tutto perché bloccare il sito non significa automaticamente far sparire i font che sono già in circolazione. E poi perché copiare un font non è una cosa particolarmente complicata, rispetto ad altri software, anzi.
Un font è composto di lettere, ogni lettera è composta di punti, ogni punto ha due coordinate, e per forza di cose questi parametri non possono essere segreti: i software devono poter accedere a queste informazioni per disegnare le lettere sullo schermo. Quindi chiunque può esaminare ciascun font esistente fin nei minimi dettagli, senza bisogno di decriptare niente.
Per giunta il problema di creare delle alternative non è nato oggi, ma viene discusso già da anni. In particolare dagli sviluppatori per sistemi operativi Gnu/Linux. I quali non possono attingere alle librerie di font proprietari, anche perché possono essere diffusi gratuitamente quindi hanno problemi a reperire i fondi per acquistare i caratteri. Fanno uso quindi di font liberi, ossia che possono essere modificati e rivenduti a piacimento.
Quindi c’è stato bisogno di mettere a punto delle alternative.
Una pagina sulla wiki del sito ArchLinux è dedicata ai font metrico-compatibili con i tipi di carattere più usati.
Un avviso in cima alla pagina avverte che c’è una disputa in corso sull’accuratezza dell’articolo: “Somiglianza visiva non significa compatibilità metrica”, c’è scritto, con alcuni esempi.
Nella pagina ci sono varie tabelle. Una è dedicata ai principali font di sistema di Microsoft (Arial, Times New Roman, Courier New, Arial Narrow, Georgia e Wingdings) con le principali alternative messe a punto da Postscript (Helvetica, Times, Courier...), Urw (la famiglia Nimbus), Gust (i vari TexGyre), Gnu (Free...), Liberation, Cros e Staroffice.
Seguono tabelle con le alternative ad alcuni font di Office, di Windows, e vari classici.
Poi ci sono informazioni più dettagliate, e le istruzioni per configurare il sistema (Linux) in maniera da fargli scegliere le alternative più adatte caso per caso.
Tra le alternative al Times consigliate ci sono FreeSerif, TexGyre Termes, Nimbus Roman e Liberation Sans.
Provando le varie alternative ci si rende conto del significato dell’avvertenza a inizio pagina.
I primi tre hanno le lettere pressoché della stessa forma di quelle del Times: cambia qualche dettaglio (pendenze, smussatura degli angoli...), ma è difficile distinguere uno dall’altro, sulla base della forma delle lettere.
Però se dividiamo la pagina in due colonne, copiamo lo stesso testo in entrambe, e uno lo lasciamo in Times e l’altro lo convertiamo in una delle alternative, otteniamo degli effetti completamente diversi.
Il FreeSerif è molto simile al Times. Il testo di prova di OpenOffice (“Udì passi leggeri dietro di sé...), occupa pochi millimetri in più in altezza (16 cm in tutto, a mezza colonna), ma nell’ultima riga ci finiscono soltanto le ultime due parole, anziché le ultime sette. E nonostante questo, il testo entra in 32 righe anziché 33. È più stretto, ma ha un’interlinea automatica maggiore.
Il Nimbus Roman occupa ancora di più in altezza: quando il testo in Times è finito mancano ancora cinque righe alla fine di quello in Nimbus. E anche per quanto riguarda la larghezza non ci siamo: il numero di parole che finiscono nell’ultima riga è diverso. Peccato perché per gran parte del paragrafo il testo andava di pari passo, e mettendo l’interlinea fissa non ci sarebbero state discrepanze.
Per quanto riguarda il Termes, anche qui l’interlinea automatica gli fa occupare un bel po’ di spazio in più, in verticale. Ma impostando l’interlinea fissa, i due testi occupano lo stesso spazio. C’è lo stesso numero di parole per riga. Con una complicazione non da poco: la qualità delle lettere è estremamente inferiore. Dovendo ricondurre una forma outline ad un insieme ben preciso di pixel, lo spessore delle aste viene arrotondato in eccesso o in difetto, col risultato che le lettere risultano deformi.
Il migliore di tutti è il Liberation Serif. Le lettere hanno un aspetto stabile, la larghezza delle parole è la stessa, e perfino l’interlinea è identica.
Unica complicazione: la forma delle lettere è diversa.
Proprio così: si tratta di un font completamente diverso, seppure adatto per lo stesso uso e con metriche perfettamente compatibili. Per dire: nel Times la C ha la grazia solo sul lato superiore, con tanto di becco e sperone. Nel Liberation la C ha due becchi e nessuno sperone. Nel Times la grazia superiore in lettere come la l è spiovente. Nel Liberation invece è perfettamente orizzontale, nella parte superiore.
Insomma, impostando questo font come alternativa al Times, quando si apre un documento scritto in Times New Roman non cambia il numero di pagine, né si scombina il testo. Solo che cambia l’aspetto. Se uno è particolarmente affezionato al Times New Roman può essere un problema, ma se uno vuole semplicemente continuare a lavorare facendo a meno dei font Monotype, è la scelta migliore.
Nella pagina di Wikipedia dedicata al
Liberation è possibile vedere il confronto tra le principali lettere
dei due font.





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