Cutive
Nelle vecchie macchine da scrivere non c’era l’elettricità: tutti i movimenti erano ottenuti tramite dispositivi meccanici. La pressione del dito sul tasto, grazie a un insieme di leve ed ingranaggi, non soltanto batteva il carattere sul foglio, ma azionava anche l’avanzamento del carrello. Inventare un dispositivo in grado di avanzare di uno spazio diverso a seconda della larghezza della lettera sarebbe stato complicato e soprattutto costoso per l’acquirente. Quindi si decise di allargare le lettere strette, in maniera tale che ogni glifo fosse largo quanto gli altri.
In epoca informatica si creò un problema simile con i primi computer, nei quali ad ogni posizione sul monitor corrispondeva una locazione di memoria. Anche in quel caso si puntò sui font monospace, anche se con caratteristiche diverse (tratti spessi ottenuti come una somma di pixel).
Oggi i monospace non sono scomparsi. Si usano sia in programmazione sia su quei moduli bancari o amministrativi in cui serve una certa regolarità.
Il font principe di questo settore è il Courier.
Vernon Adams qualche anno fa aveva
realizzato un font monospace, ispirandosi ai caratteri delle macchine
da scrivere Ibm Executive e alle Smith-Premier. Lo chiamò Cutive Mono, si scarica gratuitamente da Google Fonts.
Mi pare abbastanza scomodo da utilizzare, soprattutto per via del troppo spazio bianco che c’è tra una lettera e l’altra. Sembra abbastanza ingombrante e dispersivo. Però la forma delle lettere è interessante. E visto che oggi non c’è nessun motivo per cui si debba utilizzare per forza un monospace, in gran parte dei casi, ecco che il disegnatore ne aveva preparata anche una versione normale, chiamata Cutive. Nella quale le lettere strette sono strette e quelle larghe sono larghe. Pur senza rinunciare all’aspetto typewriter, dato dalla conformazione di base delle lettere e delle grazie.
Tradizionalmente, la I dovrebbe essere un’asta verticale, con delle piccole grazie all’estremità. Nei monospace, per renderla larga quanto la M o la W, era necessario aggiungere delle grazie orizzontali molto larghe. Nel Cutive sono presenti grazie di questo genere, anche se un po’ accorciate per togliere rigidità all’insieme.
A prima vista l’aspetto è quasi quello di un carattere typewriter, ma nella realtà ci vogliono due I e mezza per raggiungere la larghezza di una W.
Comunque, nelle ultime macchine da scrivere, elettriche, era stato inserito un sistema che permetteva al carrello di avanzare di uno spazio maggiore o minore a seconda dei casi, per cui si usavano anche font non-monospace.
Al momento la categoria Monospace è una delle cinque previste da Google Fonts.
Contiene solo 32 famiglie, su 1493 totali presenti sul sito.
Le più trendy oggi sono Roboto Mono, Inconsolata e Source Code Pro, che come le sei successive sono totalmente senza grazie.
In realtà in questa categoria una distinzione netta non si può fare, proprio perché in lettere come la I le grazie sono quasi obbligatorie, per evitare che nell’uso comune la lettera sembri isolata dal resto della parola.
Ma a parte le grazie necessarie, tutte le altre lettere dei primi font della lista sono senza grazie.
Al quinto e sesto posto troviamo Ibm Plex Mono e Space mono, che hanno una r che poggia su una grazia slab. Ma anche in quei casi la n è sans.
Anche il successivo Pt Mono grazia la r, e anche il tratto ascendente della d, ma non la n.
La prima n graziata che troviamo nella lista è quella del Courier Prime, di Alan Dague-Greene, al decimo posto. La seconda è quella del Cutive Mono, cinque posizioni più in basso.
La stragrande maggioranza delle macchine da scrivere, nel secolo scorso, si basava su font serif. Evidentemente i tempi sono cambiati.





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