La nascita di Adobe

Nel 2014, in occasione del venticinquesimo anniversario della nascita del programma Adobe Originals, Typekit pubblicò una serie di articoli che ripercorrevano la storia del programma, dell’azienda, e in parte dell’intero settore.

La prima puntata parte dalla nascita dei sistemi di composizione a freddo, a metà del Novecento, che mandarono gradualmente in pensione le tecniche di stampa che erano rimaste in uso per cinque secoli, da Gutenberg in poi, con innovazioni significative avvenute solo nel secolo precedente.

Inizialmente le macchine per la composizione a freddo si basavano su sistemi proprietari. Erano ingombranti e costose, e potevano essere utilizzate solo dai professionisti. Serviva un lungo processo di apprendimento per poterle utilizzare con scioltezza, ed ogni operatore era capace di far funzionare un solo modello di macchine del genere, visto che i principi che ne regolavano il funzionamento erano diversi di volta in volta.

In questo contesto nasce la Adobe, su iniziativa di un certo Charles Geschke, che nel 1978 lavorava per il Centro Ricerche Xerox di Palo Alto. Il quale assunse un altro informatico, John Warnock, con cui iniziò ad elaborare un linguaggio di descrizione della pagina chiamato Pdl, che però non raccolse l’interesse dell’azienda.

Dovendo decidere se abbandonare il progetto o correre il rischio di portarlo avanti, i due decisero per la seconda opzione. Si misero in proprio nel 1982, fondando la Adobe Systems.

Vennero incoraggiati dalla Dec, una delle principali aziende produttrici di computer all’epoca, e dalla Apple, che non era ancora un colosso ma stava sviluppando il Macintosh che poi sarebbe stato importante non soltanto per la storia dell’informatica ma anche per quella della Adobe.

Inizialmente Adobe avrebbe potuto occuparsi anche di hardware, ma la priorità era il software e ci si concentrò su quello. Venne messo a punto il linguaggio PostScript, usato per la descrizione della pagina da stampare e indipendente dal dispositivo. I principi di base sono quelli che ancora oggi stanno alla base di font: le lettere sono composte da un contorno ottenuto collegando insieme varie linee di Bezier. Inoltre sono previste tecnologie di hinting che permettono di mantenere inalterate le proporzioni tra i tratti anche a piccole dimensioni.

Se fino a quel momento, per ottenere un risultato ottimale, i disegnatori dovevano realizzare una versione diversa di ciascun font per ciascuna dimensione, con PostScript era possibile realizzare il disegno una volta per tutte e inserirlo in un font scalabile.

E computer e stampanti di diverse marche e modelli potevano comunicare tra di loro senza malintesi.

Così l’azienda rinunciò a produrre hardware, appoggiandosi ai fabbricanti in attività. Nel 1983 viene firmato un accordo di licenza con la Apple, poco prima del lancio del Macintosh.

Poco dopo la Aldus Corporation di Seattle fece uscire il programma Pagemaker per Macintosh, iniziando l’era del desktop publishing. Quindi la tecnologia più avanzata per l’epoca era quella composta da Macintosh con Pagemaker, una stampante Laserwriter, e il linguaggio PostScript alla base di tutto.

Inizialmente i caratteri in dotazione erano Helvetica e Times Roman, in quattro stili ciascuno (Regular, Italic, Bold e Bold Italic) a cui si aggiunse il Courier (sempre in quattro stili) e il Symbol, per un totale di 13 font in tutto.

Adobe allora fece un accordo con la International Typeface Corporation per digitalizzare altri font di questa fonderia.

Sempre nel 1984, venne assunto un certo Sumner Stone come direttore della tipografia di Adobe. E l’azienda iniziò non solo a utilizzare caratteri già esistenti, ma anche a svilupparne di nuovi in proprio.

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