Funncoll e l’ebraico corsivo
Il Funcoll è un brutto font che si può scaricare gratuitamente da Font Space.
Le lettere sono semplicemente tracciate a penna, nella loro forma stampatella senza grazie, una linea per ogni asta. Ci è stata aggiunta frettolosamente una faccina sorridente con due punti e una linea. Il tutto è stato digitalizzato senza tenere conto della linea di base, per cui molte delle lettere si trovano molto più in basso di dove dovrebbero stare.
Però mi colpisce perché è l’unico font di tutto il sito ad avere le lettere ebraiche in versione corsiva.
Su tutto Font Space ci sono solo una novantina di font contenenti l’alfabeto ebraico, ma gli altri hanno solo la sua versione stampatella. Anche su Google Fonts la scelta è molto limitata: solo 45 famiglie di caratteri supportano questa scrittura, e incluse alcune derivazioni del Rubik ottenute con un software, in automatico, per fini decorativi, a volte illeggibili.
Non tutti sanno che l’alfabeto ebraico ha sviluppato nel corso del tempo anche una sua variante corsiva. E come per l’alfabeto latino, la forma corsiva della lettera può anche essere notevolmente diversa rispetto a quella stampatella.
La lettera alef, per esempio, nella sua versione di base è composta da un tratto obliquo a scendere da cui si diramano due tratti curvi che si allontanano in direzioni opposte.
Tanto che in una tradizione religiosa che associa ad ogni lettera dell’alfabeto un significato viene usata per evocare l’idea biblica che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio.
Nella versione corsiva invece la lettera si compone di due parti, più o meno come le nostre lettere Ic.
Ed è appunto questa la versione che è stata usata per il Funncoll, unico progetto caricato da Asog.
Entrambi i segni hanno la stessa altezza. Sono stati aggiunti due puntini dopo il segno curvo, sempre per evocare una faccina sorridente.
Per vedere come sono fatte in realtà le lettere corsive ebraiche, Wikipedia in italiano non ci è di nessun aiuto. Possiamo trovarle tutte invece nella versione in inglese dell’enciclopedia, nella tabella dedicata alle varianti stilistiche.
In questa tabella troviamo la forma ancestrale delle lettere, nella versione fenicia, paleo-ebraica e aramaica. La alef dei fenici era simile alla A che usiamo noi, ma ruotata di novanta gradi in senso antiorario. Lo stesso vale per quella paleoebraica, mentre nell’aramaico la forma era simile a quella di una X, e quindi alla moderna.
Oltre alle tre colonne dedicate alle varianti ancestrali, la tabella ha una colonna per l’early modern – Rashi e tre per le varianti contemporanee: block serif, block sans serif e cursive. Le prime due corrispondono al nostro stampatello, nelle varianti con grazie e senza grazie. La differenza tra i due stili non è però così intuitiva, dal nostro punto di vista. Per chi è abituato a usare l’alfabeto latino, in linea di massima un carattere sans può essere trasformato in un serif semplicemente aggiungendo dei segmenti alle sue estremità. E volendo, variando lo spessore delle aste in maniera tale che quelle verticali siano più spesse di quelle orizzontali e quelle a scendere più spesse di quelle a salire. Le lettere serif hanno un aspetto direi architettonico.
Nella scrittura ebraica invece le lettere serif hanno un aspetto calligrafico, perché sono modellate su quelle che si possono vedere negli antichi manoscritti sacri. Quindi solo in alcuni casi prevedono l’aggiunta di un tratto (ondulato) all’estremità delle aste. In gran parte, vanno tracciate come se si avesse un pennino piatto e largo, zigzagando un po’ per aggiungere decorazioni calligrafiche.
Il corsivo invece può essere tracciato con una semplice biro, e in fretta, per giunta. Quindi la forma delle lettere è molto meno curata. Ad esempio la lettera gimel, che nella versione serif è composta di tre tratti, nella versione corsiva è una semplice S ribaltata (come fosse un 2, ma senza spigoli). La lettera tsadi, che nella versione serif è composta da tre tratti e due grazie, nella versione corsiva è un 3 frettoloso, senza spigoli.
Cercando con Google “hebrew cursive font” il primo risultato è un sito che permette di scaricare gratuitamente alcuni font ebraici, tra cui vari corsivi. Uno di questi è il Dybbuk (basta soltanto inserire il codice che si vede nella pagina per dimostrare di non essere un bot).
Il font non contiene le lettere latine, ma solo quelle ebraiche, i numeri, e la punteggiatura di base.
In molte lettere riconosciamo la forma corsiva, ma la alef non è uguale a quella che si vede su Wikipedia. Qui la forma è quella della nostra lettera k. Come mai? In effetti non ci sono due tratti obliqui, ma uno solo tratto curvo. Quindi è come se fosse la scritta Ic, ma con la c che tocca l’asta della I.
Insomma, la conformazione di base è la stessa, solo che i due segni sono uniti anziché separati.
Su Font Space si può trovare il Some Time Later di Fredrick Brennan, dove la alef ha la forma della K coi due tratti obliqui, e lo Tsukumogami Hebrew, di Heaven Castro, in cui uno dei due tratti corti della alef tradizionale è verticale come l’asta di una K. Ma fanno parte di generi diversi, e quest’ultimo soprattutto è inguardabile, con alcune lettere nerette senza nessun motivo.
Per tornare a Google Fonts, quello che mi colpisce è il Noto Rashi Hebrew, che ha le lettere ebraiche in uno stile serif ma molto contaminato dalla calligrafia. Sono tracciate a pennino largo, non certo con la biro. Però molte lettere non hanno la loro forma consueta: la bet somiglia a un numero 3, per esempio. La shin sembra una c, anziché avere le sue consuete ramificazioni.
E la alef? Non ha né la conformazione a X né quella a Ic né quella a K.
La forma è più o meno quella di una h, ma a guardare come sono disegnati i tratti, in realtà si nota che il tratto principale è quello curvo, dalla cui estremità cui si diramano due tratti, uno che punta in alto e uno che punta in basso.
Trattandosi di uno stile calligrafico, quindi serif, le lettere latine del font sono quelle stampatelle serif del Noto.





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