Introduzione alla letterpress
Su Youtube si può vedere un video di sette minuti in inglese in cui un tale che ha studiato per essere graphic designer spiega come si è ritrovato a lavorare con vecchie macchine per la stampa tipografica in rilievo, o letterpress.
Il filmato è stato caricato dalla William Morris Gallery di Londra.
Nel laboratorio vediamo anche un tirabozze Vandercook, di cui ho parlato in un post qualche giorno fa. La prima macchina che ha comprato, nel 1996.
C’è poi una platina a pedale, una Goldsmith americana del 1890.
L’intervistato ha accumulato una grande collezione di caratteri sia in metallo che in legno. Quelli in legno sono caratteri display, in grandi dimensioni. Per misurarne il corpo si usa un apposito righello graduato. Il corpo corrisponde all’altezza del blocchetto su cui è realizzata in rilievo la lettera. Visto che nei caratteri display in legno non c’erano lettere minuscole, non veniva lasciato spazio al disotto della lettera, come avviene quando nel font sono presenti anche le minuscole, dotate di tratti discendenti. Quindi il corpo corrisponde all’incirca all’altezza della maiuscola.
Solo alcune delle A che vengono inquadrate sono già dotate di kerning: il blocchetto su cui sono realizzate risulta mancante della parte superiore sinistra, dove appunto non sono presenti tratti. In questo modo era possibile avvicinare di più questa lettera ad una T o a una V, purché anche queste fossero dotate dello stesso meccanismo. Il tratto qui è presente nella parte superiore, ma non in quella inferiore sinistra. Se non si avevano a disposizione lettere già predisposte per il kerning, era sempre possibile segare la parte non necessaria, che ovviamente non poteva poi essere ripristinata.
Per ottenere una stampa uniforme è importante che tutte i blocchetti abbiano la stessa altezza rispetto al piano. Laddove, per qualche motivo, alcuni blocchetti hanno un’altezza minore, è necessario intervenire incollando alla loro base dei fogli di carta dello spessore giusto.
Oltre ai caratteri, per comporre una pagina sono necessarie le marginature e le interlinee, ossia delle componenti che devono delimitare lo spazio vuoto. Il tutto deve essere inserito in una cornice e fissato con i serraforma.
Tutta questa tecnologia è di gran lunga obsoleta. A partire dalla seconda metà del Novecento è stata gradualmente sostituita prima dalla fotocomposizione e poi dai computer e dal desktop publishing. Con un computer possiamo avere tutti i font del mondo nello spazio della nostra scrivania; scegliendone uno, possiamo utilizzarlo in qualunque dimensione e distorcerlo a piacimento; i documenti possono essere salvati in memoria; possiamo comporre un numero qualsiasi di pagine o di parole senza esaurire la scorta di lettere. Con la letterpress invece ogni font occupa un intero cassetto all’interno di un mobile, in un solo stile e in una sola dimensione; più font vogliamo utilizzare, più spazio ci serve nel laboratorio; la quantità di lettere è limitata, quindi la scorta può essere esaurita; non c’è modo di memorizzare il lavoro fatto, per cui se dopo un mese il committente ci chiede di stampare altre copie dello stesso manifesto bisogna ricominciare da capo tutta la fase di composizione.
Però per molti la letterpress è una passione, è un lavoro manuale che dà soddisfazione, che pone di fronte a sfide che devono essere superate. E che produce un risultato che è diverso rispetto a quello ottenuto con le tecniche moderne. Quindi, per scopi limitiati e per intenditori, esistono ancora qua e là laboratori che forniscono questo tipo di esperienza.
La composizione avviene a mano, prendendo i caratteri uno alla volta dagli scompartimenti della cassa e allineandoli capovolti da destra a sinistra.
Il tutto viene fissato e montato in macchina. I rulli vengono inchiostrati a mano, ma girano da soli per spargere l’inchiostro. Ogni foglio viene messo a mano sulla tirabozze, girando poi la manovella collegata col rullo che lo preme sui caratteri inchiostrati.
Bel video, spiegazione chiara e lineare.





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