Numeri Maya

La quasi totalità della produzione scritta di molte civiltà precolombiane dell’America centrale è stata distrutta dagli invasori europei durante la colonizzazione.

Comunque qualche traccia del loro modo di ragionare è sopravvissuta, magari indirettamente.

Ad esempio conosciamo come contavano i Maya, una popolazione che era già decaduta da un pezzo al momento dell’arrivo degli europei.

Ai loro numeri è stato riserevato da Unicode un blocco da 32 codici: 20 sono stati assegnati, gli altri restano disponibili in caso di necessità.

I Maya contavano in base 20.

Così come noi aumentiamo le unità fino a 9 per poi azzerarle e aumentare di uno le decine, loro contavano fino a 19 prima di azzerare le unità e aumentare di uno le ventine.

Quindi 20 per loro si scriveva 1 0, una ventina e zero unità.

La cosa sorprendente è che i Maya avevano già inventato lo zero in un’epoca in cui gli europei ancora cincischiavano coi numeri romani. In effetti gli europei non inventarono mai lo zero, ma lo importarono dagli arabi, che a loro volta lo avevano visto in uso presso gli indiani.

In realtà i numeri Maya si basavano su due simboli soltanto: il punto e la linea. Il punto rappresentava le unità, la linea le cinquine (cinque unità). A queste si aggiungeva lo 0, che era un simbolo che forse derivava da una conchiglia (nella sua versione più diffusa).

Tutti i numeri intermedi erano ottenuti per ripetizione: il 2 erano due punti affiancati, il 3 tre punti, il 4 quattro punti. Dopo il cinque, cioè una linea, veniva il sei, un punto al disopra di una linea, il sette, due punti su una linea, e così via. Il dieci erano due linee sovrapposte, il 15 tre linee.

Il 20 era di nuovo un punto, ma messo al disopra della conchiglia ad indicare che la posizione delle unità era vuota.

Peccato che per motivi legati al calendario il terzo livello valeva 360, non 400, e questo scombinava tutti i conti. Insomma, per noi se moltiplichiamo 10 per dieci otteniamo 100, mentre per i Maya moltiplicare 1 0 per dieci non dava 1 0 0, bensì 1 2 0: una trecentosessantina, due ventine e zero unità.

Nelle posizioni successive si continuava ad andare di venti in venti. Insomma il loro zero è molto meno pratico di quello che usiamo noi.

In Unicode sono stati inseriti come unità numeri da 0 a 19: per ottenere il 2 non è necessario inserire due volte l’uno, perché c’è un glifo apposito che contiene il punto ripetuto due volte.

Effettivamente questo modo di segnare i numeri non è proprio l’ideale. Per separare le varie posizioni quando si scriveva a mano bisognava ricordarsi di lasciare abbastanza spazio tra una cifra e l’altra, per evitare ambiguità. Ad esempio il numero 6 è dato da una unità al disopra di una cinquina, mentre il numero 25 è dato da unità al disopra di una cinquina... ma con parecchio spazio in mezzo!

In questo caso non si poteva usare lo zero per segnare il posto, perché lo zero andava a sostituire le ventine, o i loro multipli. Per dire, una unità al disopra dello zero al disopra di una cinquina, indicava che non c’erano ventine, e che il primo punto si riferiva al terzo livello, ossia a quello che sarebbe dovuto essere un quattrocentinaio mentre invece era soltanto una trecentosessantina

1 5 - vuol dire  6; 

1    5 - vuol dire 25;

1 0 5 - vuol dire 365.

Se vi sembra complicato sappiate che questa era solo la parte semplice, quella regolare e pratica. In alcune iscrizioni commemorative ogni unità è indicata dal viso della divinità associata al numero. E al limite si poteva arrivare a disegnare la divinità a figura intera. Insomma, vedi un disegno in cui ci sono due persone una di seguito all’altra e se le riconosci sai che rappresentano un numero ben preciso.

A quanto ne so, i Maya se ne fregavano altamente di Unicode, quindi in alcuni casi disegnavano appositamente glifi originali combinando insieme le caratteristiche di due glifi diversi. Non escludo che abbiano fatto la stessa cosa anche per scrivere i numeri, combinando insieme caratteristiche di divinità diverse.

Comunque Unicode non ha nessun interesse ad integrare anche questo sistema vista la sua pressoché totale inutilità al giorno d’oggi. Alla scrittura Maya non è stato assegnato nessun blocco specifico, fermo restando che gli studiosi possono crearsi dei font appositi per inserire i geroglifici Maya nei loro trattati.

A differenza dei geroglifici egiziani che sono stati inseriti in Unicode dato che venivano usati come glifi separati, nella scrittura Maya ogni parola era costruita come un unico disegno ottenuto combinando insieme le varie sillabe che la componevano. Quindi la stessa sillaba di volta in volta poteva avere forme diverse a seconda di come si combinava con le altre che componevano la parola, oppure la stessa forma ma orientata in maniera diversa, oppure essere più larga ed elaborata se era la sillaba centrale.

Scrivendo a mano, non ci vuole niente a fare un certo disegno in orizzontale o in verticale, più largo o più stretto a seconda delle esigenze, o inserito in un altro glifo oppure con un glifo al suo interno. Ma la tipografia presuppone che si scriva tutto sulla stessa riga e che ogni lettera abbia sempre la stessa forma.

Volendo inserire qualche glifo in un documento per scopi decorativi si può usare il Mayan di Listemageren, scaricabile gratuitamente da Dafont. 56 glifi in tutto.

Purtroppo il file arriva senza nessuna spiegazione, e senza nessuna corrispondenza con le divinità dei numeri.

Dettaglio curiosissimo: la licenza è “postcardware”!

“Se ti piace questo font, per favore invia una simpatica cartolina a mia figlia (ha otto anni)”, diceva il txt incluso nello zip, con tanto di indirizzo stradale di Odense, in Danimarca. 

Una villetta tra i prati. Bei tempi in cui la gente non aveva paura del mondo circostante.

La data è 1997.

La piccola Karen Helene adesso dovrebbe avere 35 anni.

Commenti

Post più popolari