Simboli, storie e wayfinding

Sto continuando a leggere lo Sheepbook di Erik Spiekermann, scaricabile in Pdf da Google Fonts dalla sezione Knowledge. 

Il capitolo 5 continua a suggerire i caratteri tipografici più adatti per i contesti più diversi, usando come spunto l'incipit della Via Per La Ricchezza, un libro scritto da Benjamin Franklin nel 1758, in cui il noto tipografo-editore-scrittore-politico-scienziato americano dà una serie di consigli su come vivere la propria vita nella maniera migliore dal punto di vista produttivo. 

"La volpe che dorme non prende i polli, e ci sarà fin troppo tempo per dormire nella tomba", diceva Franklin, la cui faccia è stampata ancora oggi sulle banconote da 100 dollari statunitensi. 

Nella prima pagina del capitolo il testo è impaginato come sui libri di letteratura, caratteri serif, righe ben spaziate, prime parole in maiuscolo, un tocco rétro con le legature st e ct. Nota di stile: sulla destra le ultime lettere delle parole sono allineate in verticale per giustificare il testo, mentre la punteggiatura, le virgole o i trattini per andare a capo spuntano oltre il termine della riga. 

Nelle pagine successive le stesse parole vengono adattate ai contesti più diversi, scegliendo di volta in volta i font e l'impaginazione più adatta. Abbiamo le pubblicità dei prodotti, i manifesti delle conferenze, le pagine di informazione finanziaria, la modulistica, le riviste, le pubblicità rétro, la stampa scandalistica, i siti pirata, per finire con dingbat e set di frecce. 

Qua e là ci sono spunti interessanti, ad esempio nella pagina dedicata ai moduli: "Chi ha bisogno di scatole attorno ai testi? Alcuni disegnatori sembrano avere paura che i caratteri possano cadere dalla pagina se non c'è una scatola che li circonda: non succederà! Senza scatole, i moduli non sembrano così intimidatori e ufficiali", scrive Spiekermann, e mostra un esempio di come gestire gli spazi e le distanze del testo dalle righe da compilare. 

La pagina più curiosa è quella dedicata ai dingbat. L'immagine che viene fornita mostra una serie di simboli in viola su fondo nero. Orologi, biciclette, letti, frecce e segni matematici. 

A prima vista è roba senza senso, sono glifi tratti da font specifici e che dovrebbero essere usati in altri contesti, la segnaletica ad esempio. Eppure il modo in cui sono disposti lascia supporre a prima vista che c'è un criterio dietro. Quale?

Basta leggere le parole scritte a destra: sono frasi tratte dal libro di Franklin, e quello che vediamo nell'immagine non è altro che la trascrizione di quel testo in simboli. 

"Se il tempo è la più preziosa delle cose, perdere tempo è il più grande degli sprechi", diceva Franklin. In simboli, questo è stato tradotto: orologio uguale soldi fratto mondo - orologio freccia cestino della spazzatura uguale pollice giù, pollice giù, pollice giù. 

Divertente! Una volta capito il meccanismo, è bello stupirsi di come le altre frasi sono state rese usando altri simboli. 

Letto orologio persona, freccia, cervo che galoppa, orologio, freccia che va in senso orario, corrisponde alla frase "colui che si sveglia tardi deve trottare tutto il giorno". 

Quando è uscita la moda delle emoji, qualche scrittore ha avuto l'idea di usarle per scriverci un racconto o un intero libro. 

Un altro gioco divertente che è circolato sui social era quello di mimare il titolo di un libro o di un film con le emoji, per vedere chi indovinava. 

Si trattava di giochi stimolanti perché non c'è corrispondenza perfetta tra parole e simboli. Dato che non esiste un'emoji per qualunque concetto, bisogna adattare in maniera creativa le emoji esistenti. 

Nel 2015 Xu Bing, cinese che vive in America, aveva pubblicato Book From The Ground scritto solo con emoji o simboli e un po' di punteggiatura. 

Sul sito Maxiart c'è un'immagine con un frammento di storia. Con un po' di sforzo si riesce a decifrare un po' cosa dicono i simboli. Arriva un email dalla compagna, c'è un allegato con la foto del bambino, click, faccia contrariata, bambino quasi uguale ad alieno, croce sulla bocca che non si può dire, risposta all'email, visto foto bambino, pensato bambino quasi uguale a fiore e ciliegie, ok. Faccina finale che fa la linguaccia e l'occhiolino. 

Insomma, un testo che all'inizio sembra incomprensibile, alla fine si rivela una storiellina divertente. 

Un'altra foto mostra un testo fatto di emoji stampato su un'intera parete, evidentemente ad una presentazione. Sotto le emoji c'è il testo per esteso, in inglese e cinese. E questo ci suggerisce qualche osservazione: lo scrittore non ha pensato la storia in italiano, potrebbe tranquillamente averla pensata in cinese, ma non c'è bisogno di traduzione, perché le emoji sono internazionali, sono simboli collegati a parole che si pronunciano in maniera diversa ma significano la stessa cosa. 

Un po' come i numeri: uno negoziante straniero che ti dice a voce il prezzo di un prodotto non riesce a farsi capire se non conosci la lingua, mentre se ti fa vedere com'è scritto lo capisci perfettamente. 

Proprio perché i simboli sono internazionali, il loro uso è fondamentale nella segnaletica, specie nei posti in cui passano molti stranieri che non hanno tempo da perdere, come aeroporti e stazioni. Non basta scrivere "Ai treni", "Parcheggio", "Uscita", "Toilette", bisogna anche metterci un simbolo che faccia capire al volo di cosa si tratta.

Un ambiente particolare possono essere gli ospedali, dove le persone entrano già stressate per tutt'altri motivi e senza un vocabolario sotto mano. Come si deve regolare chi mette a punto la segnaletica? Un'idea potrebbe essere quella di ripetere la scritta in varie lingue, magari le più diffuse, italiano-inglese-francese-tedesco-spagnolo... Ma questo creerebbe dei cartelli in cui c'è il quintuplo del testo, che in gran parte è inutile e serve solo a disorientare il visitatore. Il quale magari è arabo, indiano o cinese, quindi non solo non capisce la lingua ma non ha neanche familiarità con i caratteri usati!

La soluzione può essere quella di scrivere il nome dei reparti in italiano e aggiungerci un disegno che faccia capire a chiunque di cosa si tratta: un neonato per la neonatologia, un cuore per la cardiologia, un occhio per l'oculistica e così via. E il bar? E l'ufficio informazioni? E l'ascensore?

Per fare le cose perbene, è importante fare dei test preliminari, ad esempio proporre un questionario ad alcuni volontari per scegliere quale tra i simboli proposti è più adatto per un particolare uso. 

Bisogna tenere conto che anche alcuni simboli che per noi sono chiari potrebbero non essere chiari per qualcun altro. La croce per noi può essere il simbolo del pronto soccorso, ma non bisogna darlo per scontato. L'associazione che da noi si chiama Croce Rossa nel mondo arabo è la Mezzaluna rossa. Bisogna inventarsi qualcosa di diverso, ad esempio due barellieri che trasportano un paziente? Il caduceo, ossia il simbolo dei serpenti che si attorcigliano attorno a un bastone, a noi fa subito venire in mente la farmacia. Ma è comprensibile anche agli stranieri?

In Whatsapp cercando "ospedale" tra le emoji viene fuori un edificio con la croce, o anche un'ambulanza con la croce, quindi penso che il simbolo della croce sia comprensibile a tutti. 

Tra le emoji non esistono simboli per indicare la farmacia, quello più vicino è la pillola che indica il farmaco, ma il caduceo ha il suo valore Unicode: U+2624. 

Anche se Unicode ha stabilito un codice per molti dei simboli che possono essere usati nei contesti più disparati, tra cui la segnaletica, non ha certo stabilito uno standard per tutti i reparti di un ospedale. 

Esistono in commercio dei dingbat che contengono pittogrammi utilizzabili negli ospedali, ad esempio il PIXymbols Hospital & Safety di Page Studio Graphics, ma contengono solo una piccola parte dei glifi necessari, e nemmeno studiati più di tanto. 

Non solo è importante che si capisca a prima vista di cosa si occupa il reparto, ma anche il disegno del glifo deve essere gradevole e armonizzato con tutti gli altri. 

Il cartello che indica una rampa per i disabili può avere un effetto diverso a seconda se ci sia raffigurato un omino stecco disegnato goffamente, un personaggio disegnato bene ma in posizione statica, o un personaggio più dinamico. 

Anni fa si è parlato del ruolo di pittogrammi e wayfinding ospedaliero nel libro "La comunicazione visiva per la salute", a cura di Fiammetta Pilozzi e Manuel Torresan, FrancoAngeli editore. 

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