Numeri arabi nelle scuole? I numeri tamil e marathi
Di recente negli Stati Uniti è stato ripetuto il solito scherzo che riemerge periodicamente negli ultimi anni: in occasione dell'elezione del nuovo sindaco di New York Mamdami qualcuno ha annunciato sui social che da ora in poi sarebbe stato introdotto nelle scuole l'insegnamento dei numeri arabi, causando l'indignazione degli utenti più sprovveduti. Sono seguiti i soliti articoli che hanno spiegato che i numeri arabi sono quelli che usiamo tutti i giorni, e che ormai si usano in gran parte del mondo. Anche nei testi in cinese o in arabo è facile riconoscere la presenza di numeri uguali ai nostri.
Questi numeri vengono chiamati arabi perché gli europei seppero della loro esistenza dai libri di matematica scritti dagli arabi. Non sono un'invenzione araba, però: gli arabi li avevano importati dall'India.
I sistemi che si usavano in precedenza erano molto più inefficienti. Ebrei, arabi e greci associavano una lettera dell'alfabeto a ciascuna unità tra 1 e 9, a ciascuna decina tra 10 e 90, e a ciascun centinaio tra 100 e 900, se trovavano abbastanza simboli. I romani invece usavano soltanto poche lettere dell'alfabeto, per i numeri 1, 5, 10, 50, 100, 500 e 1000, combinandoli tra di loro a volte per addizionarli, a volte per sottrarli.
In ogni caso non esisteva lo zero, e questo era un problema quando si dovevano effettuare i calcoli. Tant'è vero che i romani e gli europei durante il medioevo non facevano i calcoli per iscritto, ma dovevano servirsi di un abaco.
Il sistema indo-arabo invece conosceva lo 0 e aveva altri nove simboli diversi, per le unità da 1 a 9, il cui valore dipendeva dalla posizione nel numero. Il numero 1 può indicare una unità, una decina, un centinaio, laddove i romani avevano bisogno di tre simboli diversi (1, 10, 100 contro I, X, C).
Tuttavia la forma delle cifre non è sempre stata la stessa, neanche in Europa. All'inizio non era standardizzata e contabili diversi potevano usare glifi completamente diversi, oppure uguali ma orientati diversamente perché non era ancora chiaro quale era la parte che doveva andare in alto (all'epoca si usavano dei gettoni per il calcolo che potevano essere orientati diversamente).
Tra i popoli che usano la scrittura araba è sopravvissuta una forma dei numeri completamente diversa rispetto a quella che conosciamo noi: sono i numeri persiani, che pure abbiamo visto in uso su orologi e telefoni. In India non solo la forma delle cifre è completamente diversa rispetto a quella che conosciamo, ma dato che ci sono varie forme di scrittura a seconda delle varie lingue ci sono anche varie forme di numeri, totalmente irriconoscibili per un europeo.
L'ultimo esempio che mi è capitato davanti è quello dei numeri tamil, in uso sulla punta meridionale della penisola indiana, dal lato orientale.
A parte lo zero, che ha la stessa forma a cui siamo abituati, tutti gli altri simboli non hanno nulla a che vedere coi numeri arabi moderni.
Wikipedia in inglese dedica un articolo molto dettagliato al sistema tamil, dove c'è qualche complicazione che nel sistema moderno è stata abbandonata. Si parla di prefissi per ottenere le potenze di dieci, e di caratteri specifici per decine, centinaia e migliaia.
Non è che mi interessa imparare a usare questo sistema, quindi passo molto rapidamente sulle tabelle che vengono fornite dall'enciclopedia.
Vedo solo che basta ripetere più volte il simbolo delle migliaia per ottenere i numeri più grandi. Ad esempio per dieci alla ventunesima non è necessario ripetere 21 zeri, ma basta ripetere sette volte il simbolo delle migliaia. E per dieci alla venticinquesima basta ripeterlo otto volte e aggiungerci davanti il simbolo delle decine.
L'articolo è disponibile solo in quattro lingue, su Wikipedia. Io ho consultato la versione inglese. Ovviamente esiste la versione tamil. C'è anche la versione marathi, che è un'altra lingua che si parla in India. E infine c'è la versione in toki pona, che è un linguaggio inventato composto da pochissime parole dal significato molto vago, che si adattano di volta in volta ai vari contesti.
La lingua Marathi si parla nella parte centro orientale dell'India.
Anche in questo caso si usano dei numeri diversi rispetto a quelli arabi occidentali. Il loro aspetto è meno dissimile a quello che conosciamo: il due sembra una versione distorta del nostro 2, il 3 è una versione distorta del nostro 3, il 5 sembra un 4 aperto.
Mi è capitato di vederli di recente sulle banconote di non so quale paese: me lo ricordo perché anche il numero 1 può essere scambiato per un 2, e questo creerebbe qualche problema per i turisti. Comunque, dato che al giorno d'oggi si dà per scontato che le persone viaggiano e che si devono evitare questi malintesi, anche gli Stati che hanno conservato un vecchio sistema di numerazione aggiungono sulle banconote la dicitura in numeri arabi normali.
Al volo non trovo una voce dedicata su Wikipedia, ma trovo una tabella su Omniglot.
Provo a dare un'occhiata a come si formano i numeri composti. Nel nostro sistema di numerazione è tutto abbastanza regolare, con l'eccezione dei numeri tra 10 e 20: se 21, 31, 41 si leggono ventuno, trentuno e quarantuno, il numero 11 non si legge dieciuno ma si legge undici.
In maharati 1, 2, 3 sono ek, don, tin. 11, 12, 13 sono akara, bara e tera, pur essendo 10 taha. 21, 22, 23 sono ekavis, bavis e tevis, essendo 20 vis.
30 è tis quindi immagino che 31 sia ekatis. Giusto?
A differenza del nostro sistema, che divide le migliaia in gruppi di tre cifre, in India sono stati inventati dei nomi che raccolgono due cifre alla volta, ad esclusione delle prime tre. E ci sono nomi per quantità per noi inimmaginabili, di cui i primi sono ancora di uso comune.
Questo lo si intuisce anche guardando la tabella. Il numero 100.000 si pronuncia ek laksa. Ma ek significa uno, giusto? Questo perché la parola laksa indica la quantità di centomila. Come dire "un centone" o, a Roma, "una piotta".
Ne consegue che un milione si dice daha laksa. Ossia dieci centoni.
Su Omniglot il numero è scritto all'occidentale, 1.000.000, anzi, 1,000,000, perché il sito è in inglese e il separatore delle migliaia è la virgola anziché il punto. Nella contabilità indiana un milione si scrive 10,00,000. Mentre fino a mille le cifre formano un gruppo di tre, le quantità superiori formano gruppi di due, visti i nomi specifici che si usano in loco.
Chi usa OpenOffice può facilmente convertire la propria contabilità in questa forma, usando le impostazioni linguistiche della formattazione di ogni cella.
Ma torniamo ai numeri Tamil. Nella lingua toki pona la pagina si intitola nasin nanpa Tami.
Mi diverto un po' a tradurla usando Glosbe. In italiano i termini che ci servono non sono ancora disponibili, usiamo la versione inglese.
Nasin significa metodo. Nanpa significa calcolare.
li è un separatore tra soggetto e verbo ed è usato per introdurre un nuovo verbo per lo stesso soggetto.
Lon significa reale, veramente esistente.
Toki significa comunicazione, dire, salutare. O, per estensione, lingua.
"Nasin nanpa Tami li nasin nanpa lon toki Tami". I numeri tamil sono i numeri che si usano nella lingua tamil.
Più avanti trovo qualche riferimento a "ma Palata", ossia la regione dell'India (dove la parola Palata rappresenta un adattamendo di Baharat con le lettere consentite) e al "nasin nanpa Palata Alapi" (i numeri indo-arabi).
Quando è stato inventato questo sistema numerico? Deriva da qualche sistema precedente?
Wikipedia non dice nulla in proposito. Chiedo a Microsoft Copilot: "Ecco la verità interessante: la pagina che stai consultando non indica un anno preciso di comparsa dei numeri tamil. Questo non è un caso, il sistema numerico tamil è molto antico, e le sue origini si perdono nella storia della lingua tamil stessa, una delle più antiche lingue classiche ancora vive".
Grazie al cavolo. A quanto pare la privacy era impostata col pulsante "informazioni di contesto" su On, quindi l'IA andava a ficcare il naso nelle pagine che avevo aperto in Edge. Ficcanaso della malora.
Comunque Copilot prosegue: "I numeri tamil esistono almeno dall'epoca del Sangam, cioè tra il 300 avanti Cristo e il 300 dopo Cristo.
Chiedo a Copilot se sono stati i Tamil a inventare lo zero.
Mi imbottisce di chiacchiere contraddittorie senza dirmi nulla di preciso. A quanto pare le prime testimonianze certe dello zero sarebbero il manoscritto Bakshali dell'India nord-occidentale, scritto tra il terzo e il settimo secolo dopo Cristo, e l'iscrizione di Gwalior dell'876 dopo Cristo.
Insomma, in origine i sistemi di numerazione indiani sarebbero nati senza lo zero, che sarebbe stato aggiunto in seguito.
Il manoscritto di Bakhshali è in lingua sanscrita, con influenze di dialetti locali, ma il sistema di scrittura usato si chiamerebbe sarada. Anche l'iscrizione di Gwalior sarebbe in sanscrito, ma Copilot non trova su Wikipedia riferimenti alla forma di scrittura.




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