Scevà
Negli ultimi anni si è parlato molto di un simbolo chiamato schwa o, in italiano, scevà. La forma è quella di una e rovesciata, ossia ruotata di 180 gradi.
Il nome deriva dalla parola ebraica che significa "insignificante". In linguistica si usa per rappresentare il suono vocalico medio usato in alcune lingue, o le vocali di qualità indefinita anziché i suoni naturali.
Al di fuori delle discipline specializzate era sconosciuto, ma negli ultimi anni è circolata la proposta di utilizzarlo per indicare una desinenza neutra delle parole "che eviti di specificare il genere sessuale dei referenti, di far concordare desinenze maschili plurali con referenti plurali misti maschili e femminili (il cosiddetto genere grammaticale non marcato corrispondente in pratica a un maschile sovresteso o maschile inclusivo, e per includere le persone che non si riconoscono nel binarismo di genere", come spiega Wikipedia, che ricorda che la scrittrice Michela Murgia ha contribuito a popolarizzare questa proposta.
Ovviamente c'è stata una grossa polemica, ingigantita dai vari schieramenti politici. L'Accademia della Crusca si è detta contraria all'uso dello scevà.
Chi non approva l'introduzione di questo simbolo sostiene che anche se il romanzo "I promessi sposi" è al maschile non significa che voglia sminuire il ruolo della donna, visto che gli "sposi" sono un ragazzo e una ragazza.
Nel corso del tempo erano state suggerite altre soluzioni per tentare di creare un neutro, tra cui l'uso dell'asterisco, della chiocciola, o della x.
Il fumettista che realizza Scottecs ha realizzato un breve video dedicato alla questione, quattro anni fa. Lui si è schierato a favore di questa innovazione.
Nella stragrande maggioranza dei casi l'uso dello scevà non ha preso piede: libri, giornali, siti web continuano a pubblicare testi scritti con le vecchie regole.
I software quindi non sono stati adattati: la lettera non è presente sulle tastiere e per inserirla in un testo bisogna ricorrere a qualche stratagemma. O si digita un codice sulla tastiera per richiamare il simbolo, o lo si inserisce con qualche funzione per i caratteri speciali o lo si copia da qualche parte e lo si incolla di volta in volta.
Ma anche in questo caso ci può essere qualche complicazione, perché il font che si sta usando deve contenere il glifo corrispondente. In caso contrario la lettera viene visualizzata comunque, ma attingendola a uno dei font di sistema, che magari è in uno stile diverso.
E' appunto quello che succede su Dinamo Press, che ha deciso di usare lo scevà nei suoi testi nonostante il fatto che siano impaginati in PT Serif.
Quindi la e capovolta compare, sì, ma in Times New Roman, e questo la mette ulteriormente in risalto rispetto al resto del testo.
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| Un normale articolo di Dinamo Press. La e non solo è capovolta, ma è in uno stile completamente diverso rispetto a tutte le altre lettere. |
Per sapere se uno dei font della piattaforma Google Fonts supporta lo scevà il sistema più semplice è quello di incollare la lettera nella casella Preview. Se il glifo non è supportato, qui comparirà un punto interrogativo.
Lo scevà è disponibile in tutti i font più diffusi. Bisogna andare molto, molto avanti nella lista prima di trovare un font che non lo supporti.
Di solito per realizzare questa lettera si ruota la normale e, ma ci sono alcune eccezioni.
Il Bungee di David Jonathan Ross è composto solo di lettere maiuscole, ma lo scevà è una e minuscola rigirata. In molti altri font all caps o small caps viene fatta la stessa scelta.
Nel Playfair Display invece allo scevà viene aggiunta una grazia verticale all'estremità superiore, che non c'è nella normale e.
La stessa scelta la troviamo nel Cormorant Garamond di Christian Thalmann.
Nel Playfair Display SC la e ha la forma della maiuscola mentre lo scevà ha la forma della minuscola ruotata, ma alta quanto la maiuscola. Cioè, alta quanto la maiuscola piccola: SC significa Small Caps ossia maiuscoletto, uno stile composto da maiuscole grandi al posto delle maiuscole e maiuscole piccole al posto delle minuscole.
La scelta più strana è quella dell'Asimovian, di Carolina Short che evidentemente non ha capito bene il concetto: qui lo scevà anziché essere ruotato di 180 gradi viene ribaltato sull'asse verticale, col risultato che l'estremità libera resta in basso. E' come fosse una e rispecchiata. Bah.
In qualche font fantasioso lo scevà può essere facilmente confuso con una a minuscola, pur essendo graficamente diverso da questa lettera.
Nel Danfo lo scevà è semplicemente una E maiuscola rovesciata. Il problema è che in questo font il tratto basso delle lettere è molto spesso. Nel caso dello scevà il disegno della lettera non è stato corretto, quindi qui è il tratto orizzontale alto ad essere spesso, e questo stona con tutto il resto dell'alfabeto.
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| Eh no! Per fare le cose perbene, nel Danfo bisognava ribaltare la E sull'asse orizzontale, dopo averla ruotata! |
Il primo font che non supporta lo scevà è il Lato di Lukasz Dziedic, pure molto conosciuto e disponibile in 10 stili.
E poi ci sono tutti quelli della famiglia Noto dedicati alle scritture non latine, che contengono anche le lettere di base dell'alfabeto latino, e quelli della famiglia Playwrite, che si usano per insegnare a scrivere ai bambini delle scuole.
Concludo con un paradosso: ho cercato di usare il maschile per indicare lo scevà perché Scottecs ne parla al maschile e anche su Wikipedia si usa il maschile. Ma perché si usa il maschile? Perché lì viene definito "simbolo" oppure indica il "suono", quindi "il simbolo scevà" o "il suono schevà" diventano "lo scevà". Ma a me viene spontaneo considerarla una lettera dell'alfabeto, anche perché è una lettera dell'alfabeto, seppure rovesciata. Quindi più volte mi è venuto da scrivere "la scevà".
E' assurdo che bisogna decidere il genere di qualcosa che è stata inventata apposta per non decidere il genere delle cose.
Nel mondo tipografico questo problema lo incontriamo altrove. La parola "font" è maschile o femminile? Chi ha studiato informatica lo considera maschile, in quanto sinonimo di "carattere". Il Times New Roman è un "carattere", quindi è un "font". Nell'originale francese però la parola font era femminile, derivando dalla stessa radice di "fondere", quando per realizzare i caratteri si passava attraverso "la fusione" del metallo, ossia "la font". Chi ha studiato grafica ancora oggi parla delle font al femminile. Fermo restando che ciascuna font ha un nome maschile: "la" font che si chiama Comic Sans è "il" Comic Sans.









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