Barnhard Brothers & Spindler
Barnhard Brothers & Spindler è stata una fonderia di caratteri americana basata a Chicago.
E' stata fondata nel 1873 dai quattro fratelli Barnhart e ha continuato a produrre fino al 1933.
Lanciò sul mercato molti caratteri dal disegno innovativo, e i suoi cataloghi erano impaginati con cura.
Dal 1911 era di proprietà della American Type Founders, che si era impegnata a non portare avanti la fusione per vent'anni.
Wikipedia in inglese contiene una lunga lista dei font prodotti. Quelli a cui è dedicata una pagina specifica collegata sono Artcraft, Cheltenham Oldstyle, Cooper Black e Demeter, ma molti altri font hanno nomi conosciuti o sono versioni specifiche di font ancora in uso.
Ad esempio il Gothic No.1 non è altro che una copia del Franklin Gothic di Morris Fuller Benton.
Secondo Fonts In Use la fonderia ha lavorato fino al 1929.
In totale ci sono 632 segnalazioni di font riconducibili a questa fonderia, ma bisogna tenere conto del fatto che in molti casi la fonderia non c'entra nulla. Un qualunque uso del Cheltenham digitale al giorno d'oggi rientrerebbe in questa lista, anche se sono quasi cent'anni che la fonderia non esiste più.
Il più segnalato è il Cooper Black a quota 278, seguito da Cheltenham a 83, Bookman a 44, De Vinne a 32, Engravers Roman a 22, Caslon Antique a 20, Rustic No.2 a 15, Advertisers Gothic a 14.
Wikipedia fornisce i nomi di tutti e quattro i fratelli Barnhart, ma non dice nulla a proposito dello Spindler che compare nel nome della fonderia.
L'articolo è basato su un'unica fonte. Una nota del sito chiede agli utenti di trovare nuove informazioni sull'argomento.
Una storia un po' più articolata può essere letta sul sito di Devroye.
Qui la prima data fornita è quella del 1868: i fratelli Barnhart, editori di giornali nell'Iowa arrivano a Chicago e comprano la famiglia Toepfer.
"Mantennero Herman Spindler come caposquadra perché era l'unico fonditore di caratteri del gruppo. Aggressiva negli affari, BB&S divenne la più grande fonderia di Chicago".
Produceva anche presse, taglierine e macchine per la rilegatura.
Il catalogo del 1907 era di ben 1048 pagine. Può essere sfogliato per intero gratuitamente e senza registrazione su Archive.org.
Inizia con le informazioni di base a cui noi non siamo più abituati: ad esempio quanto pesavano le lettere (in once e libbre), quale era il prezzo in base al peso, quale era la quantità di lettere disponibili.
Mentre in un font digitale ogni lettera può essere ripetuta in quantità illimitata, nei caratteri in metallo veniva fornita una quantità ben definita, che variava in base all'uso che si faceva di quella lettera nella lingua.
I numeri seguivano uno schema fisso: una polizza in cui c'erano 50 A conteneva 60 E ma solo 8 Q e 8 Z. E conteneva 12 esemplari di ciascun numero, ad eccezione dell'1 di cui ne venivano forniti 15 esemplari, e dello 0 di cui ne venivano forniti 18.
Le proporzioni all'epoca variavano a seconda della lingua: per la Barnhart che operava negli Usa era normale fornire solo 8 Q per 20 W. Una fonderia italiana magari faceva una scelta opposta, dato che in italiano la Q si usa spesso e la W quasi mai.
Le prime pagine sono dedicate ai font adatti per i testi in piccole dimensioni, a partire da quelli in 5 punti tipografici che non talvolta non hanno neanche un nome proprio: i primi due sono 5 Point No. 64 e 5 Point Old Style No. 59.
Sono entrambi serif in corpo 5. Qual'è la differenza tra i due? Dato che il nome non è affatto descrittivo, bisognava ricorrere al metodo già usato da Bodoni cent'anni prima: veniva mostrato lo stesso testo in ciascun font disponibile, in maniera tale che l'acquirente potesse rendersi di quale dei due era più largo osservando quante parole entravano in ogni riga.
Il testo era in lingua inglese: "The Uniform-Line system is the adaptation of the system of lining made familiar by the lining gothics to all faces of type. As everyone knows, in the old lining gothics only fonts of caps are made so that th...".
Quando finiva la riga si andava a capo senza tenere conto delle convenzioni sulla sillabazione. E quando finiva la terza riga, si interrompeva bruscamente il testo.
Dopo tre righe di romano c'erano tre righe di corsivo con lo stesso testo, e poi gli alfabeti maiuscoli corsivo, maiuscoletto e tondo, e i numeri in tondo e corsivo.
Una dicitura specificava il peso della polizza: "Lower case alphabet, a to z, 16 3/4 ems" nel primo caso, "15 ems" nel secondo.
I font dedicati ai titoli invece meritavano un trattamento diverso: il testo non è sempre lo stesso ma varia. Viene mostrata una riga tutta in maiuscolo e una con le lettere minuscole.
C'è il nome del font, spesso generico ("5 1/2 Point Title No. 10"), il numero di A maiuscole e minuscole (17 e 34), il peso e il prezzo.
Come può un carattere per "titoli" essere in corpo 5 1/2? In realtà la definizione non riguarda la dimensione, ma l'uso. Il carattere in questione è un serif black con parecchio contrasto. Sui giornali dell'epoca i titoli degli articoli potevano andare su una sola colonna nella stessa dimensione del testo dell'articolo. Oppure sui libri per i titoli dei paragrafi si poteva fare la stessa cosa.
Sfogliando il catalogo troviamo anche caratteri display senza grazie in grandi dimensioni, come 60 Point Modern Gothic Condensed, che è una specie di Impact (3 A, 4 a).
Sfogliando rapidamente il catalogo si rimane stupiti di volta in volta, perché ci si trova sempre qualcosa di inaspettato. Ci sono pagine piene di decorazioni tipografiche di tutti i generi, cornici, ed esempi di come questi elementi possono essere usati in combinazione coi testi per comporre pagine equilibrate.
Ci sono caratteri tipografici negli stili più diversi: i gotici display, ma anche quelli che si usavano all'epoca per impaginare interi libri.
Ci sono pagine dedicate alle lettere accentate supplementari che possono essere acquistate con vari font.
Ci sono pagine con emblemi delle società più disparate.
E poi macchine tipografiche con tanto di illustrazioni: riconosco una di quelle grosse pianocilindriche su cui il tipografo doveva salire per inserire i fogli uno alla volta durante le fasi di stampa.
Ci sono taglierine, armadietti per i caratteri e mobili per metterci i barattoli d'inchiostro. Dosatori per l'olio da mettere nelle macchine, spazzole, strumenti da incisione.
Contatori del numero di stampe da applicare alle presse, martelletti di legno.
Casse di caratteri con gli scompartimenti disposti nelle maniere più diverse...
Insomma, si potrebbe passare una vita a sfogliare queste pagine. E' una vera miniera di informazioni. E per ogni cosa ci sono le specifiche e i prezzi.
Il file è stato caricato sul sito nel 2007, da allora è stato visualizzato più di 33mila volte.





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