Fabbricanti di caratteri in legno in Francia. La Tipografa Toscana

In epoca pre-informatica e precedente alla fotocomposizione, è risaputo che si stampava grazie ai caratteri in metallo. L'invenzione risale ai tempi di Gutenberg, a metà del Quattrocento, e si basava su vari blocchetti di metallo con la forma della lettera rispecchiata che spuntava in rilievo su una della facce. 

Tuttavia per realizzare scritte di grandi dimensioni il metallo non andava bene: era meglio usare il legno. Era un materiale più deperibile e che richiedeva una lavorazione più lunga, ma dato che i tratti erano spessi non si rovinava facilmente come poteva avvenire in piccole dimensioni. 

I grandi caratteri in legno sono molto appariscenti e i musei dedicano loro un angolo. Sappiamo che in America c'è un intero museo dedicato a loro. 

Su Youtube ho trovato ora un video di due anni fa che documenta una conferenza che c'è stata a Parigi e che riguarda le aziende che in Francia avevano puntato su questo settore. 

Il punto di partenza per il relatore è stato poco o niente: solo qualcuno in America e in Europa aveva provato a sistematizzare le ricerche nel settore. In Francia nessuno. L'argomento non ha mai interessato il grande pubblico, le aziende del settore sono state chiuse da tempo e i loro archivi smantellati, chi ci ha lavorato non ha lasciato scritto nulla. Con l'arrivo del computer molte delle conoscenze e competenze in questo ambito sono andate perse.

Quindi la ricerca si è dovuta basare su frammenti: cataloghi vari, articoli comparsi qua e là, caratteri conservati in musei e laboratori.

Il relatore della conferenza si chiama Eric Nunes. 

I primi esempi di caratteri in legno prodotti per la vendita in Francia risalgono al 1837. 

Nelle slide si possono vedere specimen e documenti d'epoca. 

L'ultima azienda attiva in questo settore chiuse i battenti nel 1982. 

In Francia la meccanizzazione arrivò più tardi rispetto agli Stati Uniti: per parecchi anni tutta la lavorazione dei caratteri fu manuale. I primi pantografi arrivarono nel 1875. 

Esaminando i caratteri sopravvissuti se ne trovano alcuni lavorati interamente a mano, altri in parte a mano e in parte coi macchinari, altri lavorati solo coi macchinari. 

Col primo sistema, la forma della lettera veniva disegnata sulla base di un modello, e la parte che non doveva stampare veniva poi incisa con una lama. 

Il risultato era diverso a seconda dell'esperienza dell'operaio che ci lavorava.

Le lettere hanno forme che in un primo momento vennero considerate delle mostruosità dai tipografi tradizionali. Erano eccessivamente strette, o con grazie molto spesse, o con tratti molto pesanti alternati a tratti più sottili. E poi c'erano grazie tuscan mai viste prima, o font in versione outline o inline o ombreggiati o con ornamenti particolari.

L'Ottocento è stato il secolo dell'invenzione della pubblicità moderna, e il numero di stili esistenti è aumentato in maniera esponenziale rispetto ai secoli precedenti, quando tutta l'offerta si limitava a romano, italico e gotico. 

I senza grazie fino all'Ottocento non esistevano. 

La dimensione massima offerta da una delle aziende citate era 50 cicero. Un cicero corrisponde a circa 12 punti tipografici di oggi, quindi stiamo parlando di una dimensione di 600 punti tipografici. 

Essendo destinati ad usi display, vediamo che questi font possono essere composti di sole maiuscole. In questo caso non c'è bisogno di lasciare spazio sotto la linea di base per i tratti discendenti, che non ci sono, e non veniva lasciato spazio neanche al disopra della lettera per eventuali accenti. Insomma, ogni lettera maiuscola occupa per intero tutta l'estensione del carattere: la misura del corpo coincide con l'altezza della maiuscola, a differenza dei caratteri digitali. 

Cercando con Google qualcosa sui caratteri in legno in Italia, l'AI Overview ricorda la Tipoteca Italiana di Cornuda e l'Archivio Tipografico di Torino, che conservano ed espongono caratteri d'epoca. Nomina una Tipografia Pesatori di Milano che stampa con caratteri d'epoca. Tra i risultati troviamo un articolo dell'Agi del 2022 dedicato ad un atélier di San Miniato in provincia di Pisa, dove Martina Vincenti, la Tipografa Toscana, che si occupa di raccogliere, restaurare ed utilizzare materiali tipografici d'epoca. 

"Gran parte del patrimonio tipografico in Italia è andato purtroppo perduto. Nella conversione degli anni Ottanta e Novanta le tipografie hanno buttato via montagne di caratteri anche di legno", spiega all'agenzia. 

Nel suo laboratorio ci sono sei macchine da stampa: tre tirabozze due pedaline ("come quella del film in cui Totò fabbrica banconote false") e una "maniglia" (che serve per stampare biglietti da visita e inviti di piccolo formato). 

Inoltre ha recuperato 200 "alfabeti interi". Non parla di "font", un termine troppo digitale, né di "polizze", un termine troppo desueto. 

I caratteri più grandi che ha trovato sono alti 50 centimetri. Li aveva acquistati un tipografo che doveva stampare i manifesti per un concerto di Mina, negli anni Cinquanta. Il nome era corto, andavano più che bene. Non ha potuto utilizzarli una seconda volta: l'anno dopo è arrivato Celentano, è chiaro che il nome era troppo lungo, serviva un carattere più piccolo e più stretto. 

50 centimetri corrispondono circa a 1.333 punti Didot. Ma visto che i caratteri di grandi dimensioni erano misurati in righe tipografiche, o cicero, da 12 punti otteniamo un risultato di circa 111. 

A differenza dei caratteri digitali scalabili non era possibile all'epoca impostare un qualunque valore a piacimento. I valori erano fissi e decisi dal produttore. Può essere 100, 110 o 120. 

Una mia ipotesi è che la giornalista possa avere capito male e che la dimensione di 50 sia in righe tipografiche, non in centimetri.  

Un carattere da 50 righe sarebbe alto 22 centimetri e mezzo.

In queste dimensioni ogni lettera starebbe abbastanza comoda in un intero foglio A4. Usando l'Impact, la parola Mina occuperebbe una quarantina di centimetri di larghezza.

Con lettere da mezzo metro effettivamente si potrebbero riempire poster larghi un metro. 

Il fatto è che su Archive.org si può sfogliare un cataologo Nebiolo dedicato ai caratteri in legno. Per ogni tipo di carattere c'erala lista delle dimensioni in cui veniva prodotto. Nella pagina dedicata al tipo Etruria-Perusia si legge la dicitura: "Questa Serie si fornisce nei corpi di: Righe 6-8-10-12-15-18-20-25-30-35-40-45-50". Come vedete non si andava sopra le 50 righe. 

All'inizio del campionario è specificato che i caratteri erano fornibili sia col sistema cicero che con quello pica. Il primo era usato in Francia, il secondo nel mondo anglosassone. La differenza sembra minima, un paio di centesimi di millimetro per ciascun punto tipografico, ma sull'intera pagina le discrepanze si sommavano e diventavano consistenti. Le tipografie cercavano di lavorare con uno solo dei due sistemi, per evitare confusione. Solo con l'arrivo del digitale si è passati ad una unità di misura unica in uso in tutti i Paesi, quasi identica al sistema pica. 

Tuttavia Martina Vincenti ha una sua pagina Instagram che tiene aggiornata con immagini dei suoi materiali e dei suoi lavori. E uno degli ultimi aggiornamenti è un poster per il referendum di domenica prossima, con la scritta "Io voto no". La data è scritta in un senza grazie svizzero, su tre righe, giorni-mese-anno. La scritta "Referendum" è in un senza grazie strettissimo tutto in maiuscolo. "Io voto" è scritto sempre tutto in maiuscolo con un senza grazie dalle O perfettamente circolari. La scritta "No", sempre tutta in maiuscolo, è a tutta pagina. L'inchiostro nei tratti non è uniforme. Tutte le lettere del poster sono nere, ma c'è una croce rossa sul no, sembra realizzata con due stampe successive. 

Quanto sono grandi le lettere del "no"? Tento una proporzione: sul mio monitor il mignolo della mano è di mezzo centimetro e la scritta è alta tre centimetri e qualcosa. E allora sì, si tratterebbe veramente di lettere alte mezzo metro.  

Il poster è stato stampato in sole 20 copie, in vendita sullo shop. 

Reazioni contrastanti. Alcuni hanno reagito con entusiasmo. Altri hanno scritto "Come perdere i clienti", "Merdaccie fallite", "Già una tipografa nel 2026 non ha senso di esistere, figuriamoci quello che vota", "Da tipografo a tipografa: poster molto bello ma non quello che c'è stampato. Il Sì ci stava meglio". 

Invece sul sito della Tipografia Pesatori di Milano si può vedere in apertura dell'home page la foto in bianco e nero di una cassettiera coi caratteri tipografici mobili. 

In una pagina apposita viene raccontata la storia di questa tipografia e vengono presentati i servizi offerti, anche con belle immagini del tipografo al lavoro. 

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