Ibm Selectric in azione

Dalla fine dell'Ottocento all'invenzione dei computer per svolgere il lavoro di ufficio si usavano le macchine da scrivere. 

Per scrivere un testo bastava digitarlo sui tasti di una tastiera, proprio come facciamo noi. Inizialmente, e per gran parte della loro storia, i tasti delle macchine da scrivere erano fisicamente collegati a una leva che spingeva in avanti un martelletto su cui era ricavata in rilievo la forma della lettera da stampare, rispecchiata. Il martelletto batteva su un nastro inchiostrato che veniva sovrapposto al foglio. Quindi i tratti in rilievo trasferivano sul foglio la forma della lettera, nell'orientamento giusto. Rilasciando il tasto, il martelletto ritornava al suo posto e il foglio veniva fatto avanzare di uno spazio fisso. 

Queste macchine funzionavano senza bisogno di corrente: tutta l'energia necessaria a muovere i martelletti e spostare il foglio derivava dalla pressione del dito sul tasto. Più si premeva e più i caratteri venivano calcati. Premendo poco, venivano scoloriti. Quindi non c'era uniformità nei tratti di lettere nello stesso testo, a seconda se l'utente avesse premuto di più o di meno di volta in volta. 

Inoltre, non era possibile cambiare font: dato che ogni martelletto era fisicamente collegato al tasto, l'unico modo per cambiare carattere tipografico, ad esempio per aggiungerci delle lettere accentate non previste in origine, era mandare il tutto da un tecnico che con appositi strumenti e parecchio tempo poteva smontare tutti i pezzi da sostituire, uno alla volta e rimontare quelli nuovi. 

Nella seconda metà del secolo vennero inventate le macchine da scrivere elettriche. Qui i tasti non erano fisicamente collegati ai martelletti. Premendo il tasto, partiva un impulso elettrico che batteva la lettera sul foglio. La pressione era uniforme in tutto il testo, quindi, e poteva eventualmente essere regolata a seconda delle esigenze: nel caso di stampa multipla di più copie con la carta carbone, la pressione doveva essere aumentata, per esempio. 

Dato che bastava poca pressione del dito sul tasto per far scattare il meccanismo, la velocità a cui si poteva scrivere aumentava notevolmente.

Inoltre venne abbandonato il vecchio schema che prevedeva grossi martelletti direttamente collegati alla struttura della macchina, per essere sostituito da sistemi più pratici, in cui fosse possibile cambiare facilmente il font senza bisogno dell'intervento del tecnico. 

Uno dei sistemi era quello della cosiddetta "margherita". I piccoli martelletti erano collegati a raggera attorno a un perno centrale, come i petali di una margherita, appunto. Chiunque poteva smontare la margherita e montarcene un'altra con un font diverso, per passare da grassetto a tondo, o da tondo a corsivo all'interno dello stesso documento. 

Una delle macchine più popolari di quel periodo era la IBM Selectric che invece si basava su un altro sistema: quello della golfball. Qui il "font" era realizzato su una piccola sfera delle dimensioni di una pallina da golf. Su tutta la superficie si potevano vedere le forme rispecchiate delle lettere in rilievo. Premendo un qualsiasi pulsante sulla tastiera, il dispositivo elettrico ruotava la pallina in corrispondenza della lettera desiderata, e la batteva sul foglio. Il movimento era così veloce che veniva a malapena percepito dall'occhio umano.

Su Youtube c'è un video che mostra una Ibm Selectric in azione. 

Mentre sulle vecchie macchine da scrivere il nastro inchiostrato poteva essere riutilizzato, essendo in grado di scorrere avanti e indietro, qui vediamo che la digitazione di un carattere toglie completamente l'inchiostro dal nastro di plastica, che rimane trasparente in corrispondenza dei tratti. 

Questo significa che non può essere riutilizzato: finito il nastro bisogna smontarlo e caricarne un altro nuovo. 

Se non sbaglio in una puntata del Tenente Colombo questo dettaglio si rivela utile in un'indagine, quando viene recuperato il nastro dal cestino per capire quali erano le ultime parole scritte, anche in assenza del foglio corrispondente. 

Nelle macchine tradizionali non era possibile far muovere l'intero "cinematico" ossia il meccanismo con i martelletti collegati direttamente ai tasti, quindi era il rullo su cui era montato il foglio che scorreva su un binario, da destra a sinistra, mentre si scriveva, e doveva essere riportato a destra a fine riga, spingendo su una leva che causava anche l'avanzamento del rullo per passare alla riga successiva. 

Sulla Selectric invece il foglio rimaneva fermo ed era la golfball che si spostava da sinistra a destra mentre si digitava, portandosi appresso anche i rotoli del nastro inchiostrato (quello col nastro ancora da usare e quello su cui veniva avvolto il nastro già usato). 

Su ogni golfball c'erano 4 righe di caratteri per 22 colonne, per un totale di 88 glifi. 

I conti non mi tornano: nel video si dice che ogni tasto era associato a sei bit di dati meccanici: con 6 bit ci sono solo 64 combinazioni possibili. 

Nel video si possono vedere proprio gli schemi che illustrano il funzionamento della Selectric. Per orientare la pallina nella direzione giusta, erano necessari due meccanismi, uno che controllava l'inclinazione e l'altro la rotazione. Meccanismi che dovevano essere particolarmente precisi e che erano composti da un buon numero di leve e giunture e molle. 

La logica binaria a cui accennavo prima non agiva su dispositivi elettronici come li conosciamo oggi, ma appunto su questi dispositivi meccanici. Due bit regolavano l'inclinazione, e quattro la rotazione. 

Il video è molto ben fatto, perché mentre la voce fuori campo spiega la funzione di ogni pezzo, nelle immagini vengono evidenziate le componenti citate. 

Tuttavia i conti ancora non mi tornano: se su ogni pallina ci sono 22 colonne, in 4 bit ci sono solo 16 possibilità. 

Dov'è l'inghippo? Prima di tutto non tutte le possibilità sono ammesse, visto che ad ogni bit corrisponde una forza precisa da applicare: tre bit possono regolare la rotazione fino a un massimo di cinque colonne. Il quarto bit inverte il senso di rotazione, quindi permette di raggiungere altre cinque colonne a destra di quella centrale. Totale undici, la metà di quelle persenti sulla pallina. A questo punto, magia!, ecco che sulla tastiera c'è il tasto Shift, che ruota la pallina di 180 gradi e permettere di raggiungere le 11 colonne che si trovano sull'altro emisfero!

Ecco dov'era finito il bit mancante! Ogni tasto è associato a 6 bit, ma il settimo è fornito dal tasto Shift, a seconda se è premuto o no!

Facile immaginare come sono organizzati i caratteri sulla pallina: in un emisfero ci sono le minuscole, i numeri e alcuni segni di interpunzione, che si ottengono senza Shift, sull'altro lato ci sono le maiuscole, simboli di valuta, parentesi, virgolette e altri segni di interpunzione, che si ottengono premendo Shift. 

Il sistema di componenti meccanici necessari per mettere in atto la logica binaria di questa macchina era così complesso che i tecnici riparatori dovevano fare un corso apposito per specializzarsi su questo modello. 

L'autore del video è riuscito a procurarsi un esemplare praticamente non usato, con tutto il materiale che veniva fornito all'acquirente. Non solo il manuale di istruzioni e una brochure con i vari modelli e colori disponibili, non solo una bustina con i pezzi di ricambio e il pennellino per pulire la macchina, ma anche il tappetino brandizzato su cui appoggiarla per non rovinare la scrivania e una cravatta col logo IBM!

La macchina aveva anche un correttore automatico: un nastro bianco. Avendo digitato la lettera sbagliata, si poteva tornare indietro di una o più posizioni, attivare la funzione di correzione, battere di nuovo la stessa lettera, e automaticamente la lettera sbagliata veniva sbianchettata, quindi cancellata, in pratica. 

Il video si conclude con alcune sensazioni tattili riguardanti la pressione dei tasti, e con la considerazione che il meccanismo era particolarmente rumoroso: "Riuscite a immaginare una stanza piena di persone che usano queste macchine?"

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