Museo della Stampa di Libertà

Mi giunge completamente nuova la notizia che esisteva un quotidiano di Piacenza chiamato Libertà. Esiste ancora oggi ed è uno dei più antichi d'Italia: è stato fondato nel 1883.  

E mi giunge nuovo che oggi c'è un museo della stampa nato da questo quotidiano. E che la Home page si apre con la fila delle storiche linotype del giornale, disposte tutte contro la stessa parete. Tutte predisposte coi tubi che le collegano ad un impianto di ventilazione, che servono per smaltire i fumi tossici emanati dal piombo fuso. 

Le macchine servivano per produrre le righe di metallo col testo in rilievo che poi sarebbe stato inchiostrato per ottenere la stampa degli articoli su carta grazie ad apposite presse tipografiche. 

Conto 10 linotype in fila, ma in tutto ce ne sono 12, nel museo. 

Questo post non era in programma, ma avere trovato su Youtube una stupida immagine fatta con l'intelligenza artificiale per la copertina ad un documentario scritto anche dall'intelligenza artificiale mi ha spinto a cercare qualcosa di più tangibile, meno delirante. 

L'intelligenza artificiale produce delle immagini di alta qualità, in cui i singoli dettagli sono disposti a caso. I magazzini della linotype erano inclinati: cosa importa se erano inclinati in avanti o all'indietro? C'era qualcuno che digitava: cosa importa su cosa stesse digitando?

Idem il testo del documentario: apparentemente è strutturato per capitoli con frasi corrette dal punto di vista grammaticale. Ma se ci si sofferma su una singola informazione, viene fuori che è sbagliata, o campata in aria, o fraintesa, o comunque non si sa dove arriva. 

Vedere invece una vera foto d'epoca o l'immagine di una vera linotype dà una soddisfazione completamente diversa. Se c'è una leva, un pulsante, un tubo, si sa che non è un elemento decorativo, ma che serviva veramente a qualche cosa. Ci si può rendere conto di come erano fatte le sedie su cui sedevano i linotipisti, di come era posizionato il leggio. Si può vedere ad esempio che ogni macchina aveva la sua lampada per illuminare il testo che l'operatore doveva trascrivere, e ci si rende conto che la cosa ha perfettamente senso, non è un caso che quell'elemento sia stato messo lì, si trattava della soluzione specifica a problema preciso. 

Il sito contiene anche dei testi: il secondo capitolo è dedicato alla linotype. Titolo: "Inizio '900: con l'innovazione tecnologica arriva un salto di qualità / Linotype, a Libertà arriva la macchina intelligente". 

Il titolo mi pare fuorviante: in epoca di intelligenza artificiale o comunque di rivoluzione informatica, la parola intelligenza ci fa pensare a tutt'altro. Invece la linotype era una macchina "stupida" in un certo senso: era solo hardware, niente software. Non c'era un programma che spiegasse alla macchina che cosa doveva fare. Era tutto basato sulla meccanica. Di quanto si doveva spostare una certa leva era stabilito da un albero a camme: l'eccentrico spingeva la leva a seconda della sua forma, non c'era nessun ragionamento da parte della macchina. Semmai dalla macchina si capisce la genialità dell'inventore. 

Una linotype era formata da più di 10mila pezzi: ingranaggi, leve, ganci, tasti, manopole... 

Una foto d'epoca mostra i linotipisti al lavoro.

Queste macchine vennero usate da questo giornale l'ultima volta il 3 settembre 1986. Le prime due erano state acquistate nel 1902. 

La dimensione massima in cui potevano comporre era 14 punti tipografici, abbastanza per i titoli a una colonna che venivano inseriti sui quotidiani dell'epoca. 

Certo, il testo dell'articolo non è necessariamente condivisibile. A un certo punto si dice: "con le Linotype furono eliminati la quasi totalità degli errori - in gergo i refusi", che è una visione un po' troppo ottimistica. Tant'è vero che subito dopo si dice che in caso di errore bisognava riscrivere tutta la riga per correggere una singola lettera sbagliata, e in caso di più parole bisognava ricomporre tutto fino alla fine del paragrafo. 

Nella pagina viene inserita anche la testimonianza del caporedattore Alberto Agosti, che nel 2003, per il 120mo anniversario del giornale, ha raccontato in un articolo il pensionamento delle linotype del 1986. E un testo del giornalista Paolo Gentilotti, che ha ricostruito quel periodo nel libro "Libertà e Piacenza, 55.315 giorni insieme", in occasione dei 140 anni del quotidiano. 

Testimonianze preziose perché scritte da persone che hanno visto coi propri occhi quel periodo, e che quindi possono raccontare dettagli che altrove non si trovano. 

Il titolo del capitolo è "Quando la tipografia era una fucina". "Fino alla fine degli anni Ottanta l'anima di costruzione del giornale si presentava come l'antro del dio Vulcano, signore del fuoco e della lavorazione dei metalli", racconta Gentilotti. "Il rumore continuo delle Linotype e l'odore del piombo fuso nel quale si forgiavano lettere e righe una per una; un esercito di demoni in camice nero come l'inchiostro che attecchiva ovunque...". L'immagine è molto suggestiva. 

Quanti oggi sanno chi era il proto? "Costui era il responsabile della gestione del lavoro: a lui il giornalista consegnava l'articolo dattiloscritto, lui doveva passarlo ai linotipisti, recuperarlo nella versione di piombo, imprimere la bozza e passarla ai correttori. Doveva essere persona di pazienza infinita, stretto tra le proteste dei linotipisti che badavano a rispettare la produzione prevista dal contratto e quelle di giornalisti, che reclamavano la preparazione dei testi da inserire nelle pagine di competenza". 

Gentilotti ricorda poi che c'erano compositori-impaginatori, che dovevano comporre i titoli a mano o che erano responsabili del taglio delle righe eccedenti, facendo arrabbiare il giornalista. 

Il "desiderio principale" dei compositori era quello che "i giornalisti passassero titoli con righe di lunghezza uguale, sennò si doveva cambiare il corpo tra l'una e l'altra". 

Immagino che i giornalisti li accontentassero raramente, dato che battevano a macchina i testi, con lettere tutte di uguale larghezza, mentre quando si andavano a prendere i caratteri per la titolazione ogni lettera aveva una larghezza differente e si scombussolava tutto. 

Oggi il ruolo del proto è scomparso, così come è scomparso quello del compositore-impaginatore e quello del linotipista: è il giornalista stesso che incolla l'articolo nella pagina, e ci pensa il computer a suddividerlo in colonne e sillabarlo anche. 

Un altra professione scomparsa è quella dello zincografo, che prendeva le fotografie di carta e trasferiva l'immagine sulle lastre di zinco che dovevano essere usate per stamparla con l'inchiostro. 

E nella redazione c'erano anche i fattorini, che dovevano recapitare alle scrivanie dei giornalisti i dispacci delle agenzie e portare gli articoli dalla redazione alla tipografia. Dovevano anche andare in stazione alle 23 per prendere al volo il fuorisacco che gli veniva lanciato dal treno, con le foto della Associated Press. A volte l'incarico era affidato a giornalisti o archivisti. 

Oggi dispacci e foto arrivano direttamente sul computer dei giornalisti. 

Dice il sito che tra gli anni Cinquanta e Sessanta al Corriere della Sera lavoravano 60 linotipisti contemporaneamente, in due sale di composizione. 

La Stampa di Torino usò l'ultima volta le linotype il 16 ottobre del 1978, quando venne eletto Giovanni Paolo II.

Dice il sito che con la composizione manuale si potevano comporre solo 1000 segni l'ora, mentre con la linotype si andava da 8mila a 10mila segni l'ora. 

Sarebbero un paio di battute al minuto, in media. 

Per giunta, con la composizione manuale, dopo avere finito di stampare bisognava riporre ogni carattere nel suo scompartimento, a mano, mentre nella linotype le matrici tornavano al loro posto subito dopo avere prodotto la riga di testo. Quest'ultima, dopo l'uso sarebbe stata pulita dell'inchiostro residuo e ritrasformata nelle barrette di metallo che servivano per alimentare la linotype, quindi il linotipista non doveva perdere tempo a scomporre alcunché. 

Il filmato realizzato con l'intelligenza artificiale diceva che i linotipisti erano molto sindacalizzati, e il loro contratto stabiliva anche il numero di em giornaliere che si poteva richiedere loro.

Non mi fido troppo dell'IA, che confonde 6mila caratteri con 6mila righe, comunque chiedo all'AI Overview di Google qualche informazione in più in proposito. 

Secondo Google in Italia un linotipista doveva produrre, 3.500-4.500 em l'ora. Togliendo le pause necessarie anche per la manutenzione della macchina, in una giornata si dovevano produrre 25-30mila em al giorno. 

Ma che cosa sono le em?

Dice l'IA che in italiano la em veniva chiamata quadratone, ed era in pratica una larghezza pari al corpo del carattere. 

In pratica, all'epoca non c'era la funzione "conta caratteri". Nessuno si metteva a contare tutte le battute valide, era più facile contare le righe. Ma le varie lettere hanno larghezze diverse, la I è più stretta della W, quindi su ogni riga non ci entra un numero fisso di lettere.

Si potrebbe contare le righe, ma a parte che esistono righe più larghe e più strette, la dimensione del testo influisce sul numero di lettere che c'entrano a parità di larghezza. 

Google fa un esempio: se la riga era da 24 pica e si usava il corpo 12, ogni riga valeva 24 em, dato che 12 punti corrispondono a 1 pica. Chiaramente se si usava un corpo 6 la stessa larghezza di 24 pica corrispondeva a 48 em.

Prendo un giornale di fine anni Sessanta. Mi pare che la colonna sia larga sui 42 millimetri. Multiplo della pica? Oggi no, ma secondo la definizione di pica statunitense stabilita dalla United States Type Founders nel 1886 la pica corrispondeva a 4,217 mm, dice Wikipedia. 

Il giornale che ho fra le mani è il Tempo. Secondo questo calcolo ogni riga era da 10 pica. Ma non si usava il sistema Didot, in Europa, all'epoca? Al posto della pica c'era il Cicero, che doveva essere largo quasi 3 decimi di millimetro in più. 

E quanti em erano? Non mi viene un numero tondo, visto che l'interlinea sembra essere di 3 mm. Che dovrebbe essere 8 punti Didot.

Una riga da 9,5 cicero sarebbe sui 42,8 millimetri.

Sto cercando corrispondenze il più tonde possibile perché all'epoca non era come oggi al computer che imposti l'interlinea al 15% e come viene viene. I caratteri erano in vendita solo in dimensioni ben precise decide dal fabbricante, e suppongo che anche le altre misure tipografiche venissero prese in punti anziché in millimetri, dato che si aveva a che fare con oggetti ben precisi, non con caratteri digitali che possono essere ridimensionati a piacimento sul monitor di un computer. 

Insomma, righe da 9,5 cicero in corpo 8 (punti Didot) valevano 14,25 em ciascuna.

3.500 em l'ora significava 245 righe, in questo caso, ossia 4 al minuto. 

Conferme di tutto ciò? Nessuna. Di come si ragionava all'epoca restano sul web soltanto pochi brandelli. Possiamo solo tirare a indovinare.  

Un linotipista che aveva 30 anni nel 1986 avrebbe 70 anni oggi. Insomma, sarebbe ancora possibile parlare con persone che sul lavoro hanno usato queste vecchie tecnologie e che magari ricordano cose che non stanno scritte da nessuna parte. Scomparsi loro, sarà impossibile ricostruire ciò che non è stato già scritto o filmato. Ma quante interviste ai linotipisti italiani vi è capitato di vedere, online?

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