Richard March Hoe e la sua "tartaruga"

Richard March Hoe ha inventato una rotativa nel 1843. Si tratta di una pressa da stampa usata per i giornali, che permetteva di raggiungere velocità mai viste prima.

Hoe era newyorkese, di origine inglese, ma morì in Italia, durante un viaggio a Firenze, all'età di 74 anni.

Su Wikipedia c'è un articolo che lo riguarda e che fornisce vari dettagli della sua invenzione. 

La macchina fu messa in commercio nel 1847 e uno dei primi giornali ad acquistarla fu il Sun di Baltimora. 

Nel 1870 Hoe mise a punto un'altra rotativa "che stampava entrambi i lati di una pagina in un'unica operazione", e che faceva uso di un rotolo di carta lungo otto chilometri che scorreva a 240 metri al minuto. Le pagine poi venivano separate automaticamente con delle lame e piegate. 

"La macchina produceva 18.000 copie di giornale l'ora e venne utilizzata per la prima volta dal New York Tribune", dice l'enciclopedia. 

Accanto all'articolo vediamo un ritratto di Hoe, col panciotto, l'orologio, una barbetta intorno alla faccia e una pettinatura un po' discutibile, un'illustrazione di una pressa a 6 cilindri e un'altra illustrazione dell'edificio che ospitava la sua stamperia. 

La macchina era enorme: al centro si vede un cilindro alto quanto una persona, intorno ci sono dei piani in discesa su cui venivano inseriti i fogli, si vedono almeno sei persone affaccendate intorno e per raggiungere i vari piani c'era bisogno di usare delle scalette. Inoltre si vedono file di cinghie per far scorrere i fogli, e "pettini" per spostarli.

Cos'è che mi ha fatto conoscere la pressa di Hoe? Ahimè, ecco le dolenti note: è stato caricato su Youtube un documentario che ne parla. Da chi? Dal solito Iron & Engine, che evidentemente il sito mi consiglia perché ho già visto il suo documentario sulla linotype, pochi giorni fa. Che mi aveva messo una grossa tristezza, perché aveva una copertina fatta con l'intelligenza artificiale in cui le linotype apparivano deformi, e anche se era composto con vere foto e filmati era materiale che combaciava poco con quello che diceva la voce fuori campo. La narrazione si concentrava su particolari ridicoli, era soporifera, aggravata dal fatto che c'era una musica di sottofondo che conciliava il sonno. In tutto il documentario credo non ci fosse neanche un primo piano di una riga di caratteri in piombo, quindi uno spettatore che non sapesse già a cosa serviva la macchina avrebbe fatto una grossa fatica a capire il senso di tutto. 

Anche nel filmato sulla pressa di Hoe, basta la copertina a rattristarmi: si vede una macchina enorme, fatta di tanti rulli su rulli su rulli, e ruote e ingranaggi e altre ruote, e rotoli di carta orientati non sempre nella direzione giusta. 

Accanto alla macchina ci sono due uomini in vestiti borghesi, non certo operai. Ma sono minuscoli al confronto. 

E' una cosiddetta allucinazione, un'immagine senza senso, ma in bianco e nero e con una tonalità tale da essere scambiata per una vera foto d'epoca. 

Nelle prime 10 ore dopo il caricamento il documentario ha ottenuto circa 500 visualizzazioni. Poche, ma se cerco Hoe Press su Youtube questa è la prima cosa che viene fuori. 

Cliccandoci sopra dal computer, in un browser coi cookie azzerati, parte automaticamente un audio in lingua italiana, tradotto automaticamente dall'IA. Un italiano un po' stentato, con qualche suono qua e là che forse in lingua originale aveva un significato.

Almeno non c'è la musica soporifera in sottofondo.

Le immagini sono autentiche, fanno vedere vere rotative di varie epoche, ma non si riferiscono alle cose di cui parla il narratore. 

In tempi recenti si usava la stereotipia per fare le lastre da montare nelle rotative, mentre qui si accenna a caratteri rastremati da montare direttamente sul cilindro, anche se non vengono mai inquadrati. 

Il titolo del video è: "La Hoe Press: 8.000 fogli all'ora, un solo operatore". Ma nelle immagini delle presse che hanno la stessa configurazione di quella dell'illustrazione di Wikipedia si vedono vari operatori, uno per ogni piano inclinato. Credo che il loro compito fosse quello di inserire i fogli. In una illustrazione se ne contano otto, ma nel video si parla anche di dieci. 

Lunghe e ripetitive digressioni sul fatto che non esistevano strumenti per misurare la precisione della macchina e che gli operai dovevano giudicare il funzionamento di tutto a orecchio. 

A tradimento, in mezzo alle immagini vere spuntano quelle realizzate con l'intelligenza artificiale, in cui le lastre per la stampa hanno dimensioni maggiori rispetto ai fogli su cui stanno stampando e la carta segue un percorso insensato, con gli operatori che controllano la qualità del risultato sul foglio che sta scorrendo sui rulli, ma anche che viene fuori dai lati dei rulli. 

Youtube aveva detto di voler demonetizzare questo tipo di contenuti, e in effetti al momento non vedo pubblicità ad interrompere questo filmato, come avveniva in quell'altro. 

Secondo l'IA Overview di Google la fabbrica di Hoe ha dichiarato bancarotta nel 1969. 

Il sito in italiano Flyerbox dedica un articolo alla pressa di Hoe. 

Nell'immagine si vedono vecchi giornali pieni di parole senza senso, con lettere deformi e tagliate a metà. Indovinate un po? Intelligenza artificiale. 

"La rotativa di Hoe utilizzava un rotolo continuo di carta lungo cinque miglia, che veniva fatto passare attraverso la macchina al ritmo di 240 fogli al minuto". 

Perché un sito italiano dà la misura in miglia? E poi, se il foglio era solo uno, come facevano a passarne 240 al minuto?

Il numero è giusto: è quello che abbiamo letto su Wikipedia. Solo che l'enciclopedia parlava di 240 metri al minuto. Non sappiamo se è vero, ma almeno ha senso. Invece l'intelligenza artificiale non ha nessuna capacità di capire il senso e la coerenza di ciò che sta dicendo. Prende dati e parole, le combina in maniera probabilistica. Sono 240 al minuto, poi che si tratti di metri o pagine non ha nessuna importanza. 

Come sono finito su questo sito? Ma perché era il primo che Google mi forniva sotto la domanda che gli ho fatto a proposito della data di chiusura della fabbrica di Hoe. 

Argomento di cui in quest'articolo non si parla minimamente. 

"Gli artigiani del nostro reparto stampa hanno ereditato la conoscenza del passato e ogni giorno lavorano per fare la differenza mettendo a disposizione le migliori competenze per realizzare le tue stampe", scrive FlyerBox.

Possibile che conoscano le tecniche moderne, ma se tutto ciò che sanno del passato è il contenuto dell'articolo di Wikipedia riassunto e frainteso dall'IA non dovrebbero vantarsene troppo. 

Cercando "Hoe press" con Google, si ottengono solo risultati su "hpe press", perché il sito ha deciso con la sua intelligenza artificiale che l'utente ha sbagliato a scrivere.

Cliccando su "Cerca invece" si riesce a ripulire la ricerca. 

E si può trovare l'illustrazione di una "Hoe web perfecting press" sul sito Old Book Illustration

Non somiglia per niente a quella che si vede su Wikipedia. Si vedono i nastri trasportatori sulla destra, una serie di cilindri rotanti in linea al centro e in alto... un maxi rotolo di carta! Un rotolo? Sì, un rotolo! 

La descrizione della rotativa di Hoe parla di un rotolo di cinque chilometri. E allora come mai nell'immagine che si vede su Wikipedia ci sono dei ripiani ai lati con fogli singoli?

Immagino che quello era il modello prodotto tra il 1843 e il 1870, mentre il rotolo di carta non fu usato prima del modello del 1870. Ma dopo avere letto Wikipedia e guardato il dannato documentario questo dettaglio non era mica così evidente. La data che Wikipedia mette nella didascalia è quella della stampa del libro da cui è tratta, 1864, "Storia dei processi di fabbricazione". 

Il modello del '70 si chiama, in inglese "Hoe Web Perfecting Press", tradotto su Wikipedia in italiano "Macchina da stampa per il perfezionamento del nastro Hoe". 

Ma tradotta da chi? Da un'IA? Probabile. Che bisogno c'è di perfezionare il nastro? Quale nastro?

Beh, con la parola web in inglese si intende appunto il rotolo di carta da 8 chilometri, un lungo nastro, appunto. Ma con "web press" si indica comunemente la rotativa, quando non è alimentata a fogli separati.

L'articolo in italiano di Wikipedia è collegato a quello in inglese che si chiama "Rotary printing press", che dice nel primo paragrafo che quando si usano rotoli continui di carta le presse di questo tipo vengono chiamate "web presses". Cliccando sul link corrispondente, si viene reindirizzati a "offset printing".

Ma perché?!?

Perché oggi le rotative funzionano col metodo offset. Solo che questa tecnologia è recente, nel Novecento ancora si usavano rotative in cui erano montate lastre prodotte con la tecnica della stereotipia, ossia coi caratteri in rilievo!

Sto facendo confusione? Sì, perché sto vagando in un labirinto alla ricerca di una spiegazione di come Hoe avesse risolto il problema di far stare i caratteri su un cilindro.

L'articolo di Wikipedia in inglese dice che "la prima rotativa offset fu creata in Inghilterra e brevettata nel 1875 da Robert Barclay. Questo sviluppo combinò le tecnologie di stampa della metà del diciannovesimo secolo e la rotativa di Richard March Hoe del 1843 -- una pressa che usava un cilindro di metallo invece di una pietra piatta. Il cilindro offset era coperto con cartone trattato in maniera speciale che trasferiva l'immagine stampata dalla pietra alla superficie del metallo. Più tardi, la copertura di cartone del cilindro offset fu sostituita con la gomma, che è ancora il materiale più comunemente usato". 

Uhm... L'uso del trattino lungo con quella funzione è tipico dell'intelligenza artificiale. 

I riferimenti alla pietra riguardano il contesto di partenza dell'articolo, quello della litografia. Ma la tipografia in origine non aveva nulla a che vedere con la litografia: non c'era modo inizialmente di comporre i caratteri mobili su un sopporto di pietra. E poi: siamo sicuri che la pressa di Barclay era litografica?

Wikipedia in italiano non ha una voce dedicata a questo inventore. Nell'articolo sulla stampa offset dice: "Il procedimento è stato inventato nel 1875 da Robert Barclay per quanto riguarda la stampa su stagno; nel 1904 fu adattato alla stampa su carta da Ira Washington Rubel".

Oh. Stampa su stagno? Ma che roba è? Perché mai uno dovrebbe stampare su stagno?

Fonte dell'informazione: l'enciclopedia Treccani online.

Bene. Andiamo a vedere cosa dice la fonte.

"La scoperta della possibilità di trasportare con assoluta precisione un'immagine inchiostrata mediante un cilindro rivestito con tela gommata si deve a uno stampatore litografo statunitense, I. Rubel, il quale nel 1904 scoprì per caso il principio della impressione indiretta realizzando successivamente una macchina offset basata su tre cilindri nel gruppo di stampa". 

Insomma, questa enciclopedia dice che Rubel ha scoperto il principio. Barclay non lo nomina neanche!

Posso innervosirmi???

Cercando altrove mi pare di capire che Barclay effettivamente usava il metodo che gli viene attribuito per stampare su "tin cans" che dovrebbero essere barattoli di stagno. Google Translate traduce "lattine". 

Sul web non si trovano immagini di lattine stampate nell'Ottocento. 

Comunque la pressa di Hoe non c'entrava niente con la tecnica dell'offset. E nemmeno con la stereotipia. Ma allora come faceva a montare i caratteri su una superficie curva?

Lo chiedo a Google, AI mode. 

Il sistema di Hoe era basato su tre elementi chiave: i letti curvi in ghisa chiamati turtles, o tartarughe, uno per ogni pagina di giornale; i filetti divisori a cuneo a forma di V; le guide e viti di bloccaggio, o lock up.

Effettivamente nel video dell'IA si parlava di tartarughe, ma visto che non vengono mai inquadrate a proposito non mi era chiara la loro funzione. E tutt'ora ho un'idea molto vaga: non è possibile vedere una foto di come erano fatte?

Il motore di ricerca non restituisce niente. Chiedo allora all'intelligenza artificiale e ottengo un file di Wikimedia con un'antica illustrazione di una di queste tartarughe.

Di sicuro è meglio di niente, si vede che era un oggetto diviso in colonne, tuttavia non ci sono caratteri e farsi un'idea di come funzionava non è facile, anche perché non se ne intuisce la curvatura. 

Racconta ancora l'IA che anche dopo l'abbandono di questa tecnica il termine tartaruga continuò ad essere utilizzato per indicare il tavolino su cui venivano messi i caratteri per trasferirli dal banco di impaginazione alla pressa. 

Ne trovo qualcuno in vendita sui siti di e-commerce, col titolo "la tartaruga dello zappatore". Quell'imbecille dell'intelligenza artificiale ha tradotto anche il nome dell'inventore, hoe, che vuol dire zappare. 

Chiedo all'IA di Google di fornirmi alcune fonti a cui ha attinto queste informazioni. Cita il libro scritto dal nipote dell'inventore, Robert Hoe III, cita The American Printer di Thomas MacKellar, e cita resoconti di giornali d'epoca: Philadelphia Public Ledger e The Times. 

Il primo viene direttamente linkato alla versione disponibile online, sul sito del Progetto Gutenberg. Cliccandoci sopra la connessione viene rifiutata. Evidentemente il sito è ancora bloccato agli utenti italiani, per una questione relativa al copyright di alcuni dei libri disponibili, che va avanti da anni. 

Per accedere bisognerà usare una Vpn o un proxy, immagino.

Un aneddoto che l'IA racconta riguarda il fatto che era possibile correggere gli errori sulla tartaruga allentando di poco le viti che fermavano gli elementi che bloccavano i caratteri, senza allentarle troppo per non vedere cadere a terra centinaia di caratteri, ossia il contenuto dell'intera pagina. Con la stereotipia questo non era più possibile, dato che la lastra era un blocco unico: si sarebbe dovuto ripetere il processo da capo, dall'impressione del flano alla fusione della lastra. 

Già che ci sono chiedo all'Ia qual è stata la prima rotativa usata in Italia.

Fu la rotativa Marinoni, francese, che arrivò al quotidiano Il Secolo di Milano nel 1871, già basata sulla tecnica della stereotipia. Il Secolo era il giornale milanese più all'avanguardia quando il Corriere della Sera ancora non era nato: quest'ultimo venne fondato solo nel 1876. 

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