Sbadigli e tristezza IA. Nozioni di stereotipia

Youtube mi ha consigliato un video dal titolo: "La Linotype che ha plasmato i giornali americani per 92 anni". Autore Iron Engine. Solo 311 visualizzazioni in 4 giorni, ma che tristezza. 

Già la foto di anteprima mi mette di cattivo umore. E' bianco e nero con tonalità seppia, in teoria dovrebbe essere una foto d'epoca, ma basta soffermarsi sui dettagli per rendersi conto che è roba blasfema. Si vedono due operatori alle prese con quelle che dovrebbero essere delle linotype. Apparentemente appoggiate sulle scrivanie. Con dei magazzini che sono sì obliqui, ma inclinati al disopra della testa dell'operatore. Con una tastiera che sembra quella di un computer, con una lunga barra spaziatrice. Questo sulla prima linotype, su quella che c'è dietro i magazzini non sono proprio magazzini, e l'operatore sta digitando non in corrispondenza della tastiera, ma di fronte al piano su cui dovrebbero uscire le righe composte in piombo, anche se in realtà non si vede niente del genere.

In lontananza si vede qualcosa che potrebbero essere dei monitor moderni. 

Insomma, è una roba deforme generata con l'intelligenza artificiale. 

Mi aspetto un filmato di infima qualità, ma premendo play mi trovo davanti una serie di foto d'epoca che sembrano reali. Questo mi disorienta ancora di più: ma se l'autore del filmato aveva raccolto le vere foto delle linotype che motivo c'era di generarne una finta per metterla in copertina?

Ma ci sono altri motivi di disappunto. Il video dura mezz'ora ed è rigidamente diviso in capitoli, con tanto di titoli e di ripetizioni in un capitolo di ciò che era già stato detto in un altro. Il tono di voce è immotivatamente calmo, con musica soporifera di sottofondo. Continuo a sbadigliare per tutto il filmato.

La voce narrante insiste sul fatto che ogni macchina aveva la sua personalità e l'operatore arrivava a riconoscere le esigenze della macchina a orecchio. Dettaglio che dovrebbe essere poetico e suggestivo, e che magari lo era veramente per l'autore del testo a cui l'IA ha attinto. 

Le immagini non sempre sono appropriate: mentre la voce fuori campo parla degli stanzoni pieni di linotype si vedono stanzoni pieni di casse di caratteri per la composizione a mano. Segno che probabilmente l'autore del video non ha capito di preciso che cosa rappresentavano le immagini che ha inserito nel montaggio. 

Oppure si verifica l'opposto: quando si parla dei tipografi che componevano i testi a mano viene inquadrato un uomo alle prese con una tastiera. Di una linotype? No, di una monotype, che era una macchina che serviva allo stesso scopo ma lavorava in una maniera diversa. 

L'intero filmato è composto solo di vecchie foto, non c'è una sola immagine in movimento, e sì che vengono citati alcuni degli esemplari che sono ancora esistenti e in funzione in vari musei in giro per il mondo. 

Quando provo a vedere il filmato da pc, da un browser in cui non sono attivati i cookies, Youtube mi propone il video direttamente in lingua italiana, senza avere chiesto la mia opinione.

"Capitolo uno. La macchina che ha dettato le parole, dell'America", dice la voce fuori campo. Nel titolo inglese compare la parola set, che significa "comporre", non "dettare".

"Per 92 anni dal 1886 al 1978 tutti i  principali giornali americani sono stati composti con la stessa macchina. Non lo stesso tipo di macchina: lo stesso brevetto, la stessa discendenza meccanica, lo stesso principio di funzionamento inventato da un uomo in un'officina di Baltimora. La Linotype ha pronunciato le parole che gli americani hanno letto per quasi un secolo. Ha raggiunto le seimila righe l'ora quando era azionata da un'operatore esperto", dice il narratore. 

Tutto molto poetico, ma non è affatto chiaro quello che è successo in realtà. Perché la Linotype ebbe un'evoluzione, non esisteva soltanto un modello, venne migliorata nel corso del tempo e le ultime avevano anche la possibilità di comporre in automatico testi già memorizzati su un apposito supporto. 

Come è possibile comporre seimila righe l'ora? Vuol dire 100 righe al minuto. Vuol dire una riga e mezza al secondo! Quale operatore esperto può comporre una riga e mezza al secondo? Forse quel dato si riferisce a quando erano stati introdotti gli automatismi, a quando la macchina era in grado di attingere in automatico un testo già digitato. Ma siamo sicuri poi? Da dove arriva quest'informazione?

Almeno non vediamo delle deformità: nelle immagini si può notare la tastiera della macchina, che non era uguale a quella del computer: aveva tasti di tre colori diversi per maiuscole, minuscole e simboli, divisi in tre gruppi separati. Non c'era una barra spaziatrice, ma un tasto speciale che faceva scendere da un apposito scompartimento gli elementi metallici che spaziavano le matrici, composti da due cunei scorrevoli in maniera tale da allargarsi all'occorrenza e produrre un testo giustificato.

I magazzini con le matrici erano sì inclinati, ma non sulla testa dell'operatore, bensì nella direzione opposta. 

"Gli uomini che la gestivano si chiamavano operatori", dice la voce fuori campo nella traduzione automatica. Falso: da noi si chiamavano linotipisti. 

Ogni tanto parte la pubblicità automatica di Youtube, che sta diventando sempre più fastidiosa. 

"Le matrici di ottone cadevano dal loro caricatore nell'assemblatore... Il pezzo veniva espulso nella cambusa..."

Tutti i termini sono quelli che vengono fuori dalla traduzione automatica. Non è detto che fosse quella la terminologia italiana. L'assemblatore non era forse chiamato compositoio? Sicuri che il piano su cui usciva il pezzo si chiamasse "cambusa"? In Italia ci sono ben pochi video realizzati con interviste ai veri linotipisti per sapere come ragionavano. L'intelligenza artificiale non fa altro che coprire i veri ricordi con una realtà alternativa che non è mai esistita. 

E il fatto che molte delle cose che vengono dette siano vere non fa altro che peggiorare la situazione, perché dà una sorta di attendibilità anche alle informazioni false. 

A che diavolo dovrebbe servire un documentario didattico come questo? A spiegare l'importanza della linotype a persone che non l'hanno mai vista in azione e che non capiscono perché mai dovrebbe esistere. 

Questo documentario raggiunge lo scopo? Assolutamente no, perché dopo i primi minuti di filmato ancora non si è vista una riga di testo composta dalla macchina. E non mi pare che si veda in primo piano entro la fine del filmato. 

Bella tutta l'enfasi sull'attenzione con cui il linotipista ascoltava il suono della macchina per dedurne il minimo malfunzionamento, o sulle matrici che tornavano nel loro canale in base ai loro dentini, mai inquadrati. Ma che c'entra la stampa dei giornali con tutto questo?

Per capire la linotype bisognerebbe prima spiegare che per stampare, all'epoca, c'era bisogno di elementi in metallo su cui fosse realizzata, rispecchiata, la forma della lettera. Dall'epoca di Gutenberg fino all'Ottocento il tipografo comprava i caratteri in metallo dalla fonderia, li prendeva a mano uno alla volta per comporci le parole e le frasi. Con la rivoluzione industriale vennero inventate delle macchine che fabbricavano in automatico le lettere che servivano, pompando in uno stampo un po' di piombo fuso che si solidificava all'istante. Quindi il tipografo aveva bisogno di acquistare dalla fonderia solo le matrici in metallo. Quando il linotipista digitava sulla tastiera, le matrici si allineavano nel compositoio per comporre le parole. Tirando una leva, la macchina produceva una barretta di metallo col testo della riga in rilievo, rispecchiato. 

Il testo di tutte le righe dell'articolo doveva poi essere allineato sul banco di impaginazione e fissato. Veniva poi messo in una pressa, inchiostrato e premuto contro il foglio per avere una pagina stampata. Quando vennero inventate le rotative, si usava un metodo per trasferire la forma dei caratteri in rilievo su una superficie semicilindrica: il metodo della stereotipia. 

Se all'inizio del filmato mi fai vedere la barretta col testo in rilievo, come quello di un timbro, posso appassionarmi al funzionamento della macchina che lo produce. Ma se mi fai vedere solo la macchina da lontano, come faccio a capire a che serve? Come fa un ragazzo cresciuto in un mondo interamente digitale?

Insomma, è un documentario fatto tanto per fare, senza capire e senza far capire. 

Quando il documentario descrive i primi tentativi di costruire la linotype, si parla di una macchina che usava una matrice di carta e uno stampo in cartapesta. "Produceva caratteri leggibili, ma gli stampi si usuravano troppo velocemente". 

"C'era una macchina che cercava di fondere un'intera riga direttamente dalla carta che si deformava sotto il calore del piombo". 

Non riesco proprio a immaginare come si possano realizzare e spostare della matrici di carta. E poi la carta non prende fuoco a contatto col piombo fuso?

Poi mi viene in mente che il metodo della stereotipia si basava su qualcosa di simile, usando non propriamente carta ma uno spesso foglio fatto di un materiale a base di cellulosa. 

Era il metodo che serviva per realizzare i semicilindri coi caratteri in rilievo da montare nella rotativa. Esiste pochissimo materiale online che ricorda questa tecnica, in uso nel Novecento fino al passaggio alla stampa offset. 

In pratica il testo composto con la linotype veniva impaginato a mano insieme a titoli e fotografie, e anziché inchiostrato direttamente, premuto contro questo cartone di cellulosa su cui lasciava l'impronta. Questo foglio veniva poi montato in una macchina apposita nella quale veniva pompato piombo fuso per ottenere il semicilindro. Quest'ultimo veniva trasferito alla rotativa, dove un altro operaio lo montava all'interno della pressa. 

Chiedo a Google se qualcuno provò a costruire una linotype che usava la carta per le matrici. L'AI Overview mi risponde di sì, ma mi dà risposte vaghe e fuorvianti. Mi parla anche della stereotipia: "La tecnica di usare stampi di carta-pesta, nota come flong, era già consolidata per la stereotipia, ovvero per creare una copia in metallo di una forma già composta a mano. L'idea di applicare questo sistema direttamente alla composizione automatica fu un campo di sperimentazione attiva tra il 1860 e il 1880. 

Fonte? Boh. Il link mi porta al sito della biblioteca del college Franklyn & Marshall, dove c'è scritto qualcosa sulla stereotipia che però non ha nulla a che fare con la composizione. 

"Entro gli anni Cinquanta dell'Ottocento si iniziò a sostituire il papier mache o flong o con il plaster su base regolare". 

E' sicuro che questa tecnica si usava anche per i quotidiani italiani. Mi pare di avere visto uno dei flong del Messaggero nel museo Manuzio di Bassiano. 

La domanda è: quale era la terminologia italiana? Difficile che il flong venisse chiamato flong. E come era chiamato? E come tradurre plaster?

Secondo la pagina di Wikipedia in italiano le "lastre intere" alla base di questa tecnica venivano semplicemente chiamate "stereotipi o cliché". 

Ricordavo che l'enciclopedia diceva ben poco sull'argomento, invece adesso trovo un lungo e dettagliato articolo che ricostruisce con dovizia di particolari anche tutti gli esperimenti che vennero fatti prima della rivoluzione industriale. 

La parola italiana che corrisponde a flong dovrebbe essere flano

Un brevetto francese del 1829 prevedeva uno stampo fabbricato con "sette strati di carta, fra i quali era spennellato un mastice e la cui parte in contatto con gli occhi della forma era ricoperta di olio e sanguigna". 

Molti dei tentativi fatti con questo metodo non andavano a buon fine e dovevano essere ripetuti. Furono necessari ulteriori perfezionamenti. Ad esempio passando dagli strati di carta incollati alla fabbricazione di un flano fatto di pasta di carta soffice e spugnosa, e poi a paste bituminose e celluloide. 

Il primo quotidiano ad essere stampato stabilmente con le nuove tecniche fu il francese La Presse, mentre anni prima un altro periodico, l'inglese Penny Magazine, era stato stampato in stereotipia. 

Poter ottenere vari stereotipi dalla stessa forma permetteva di stampare la stessa pagina contemporaneamente su diverse presse, riducendo il tempo necessario a completare la tiratura richiesta. 

In Italia la stereotipia venne introdotta a partire dal 1822, a Cremona, e poi nel 1829 a Torino, sempre in fase sperimentale. 

Il metodo del flano bagnato venne sostituito da quello a flano asciutto a partire dal 1887. 

Accanto all'articolo, Wikipedia mostra la foto di un tipografo che solleva un flano asciutto dalla forma nel 1953. 

Chiedo a Google quando i giornali italiani hanno iniziato ad essere stampati in offset. Mi risponde che il passaggio è avvenuto tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Ottanta. Il primo a passare alla nuova tecnica sarebbe stato il Messaggero Veneto nel 1968. 

Gli chiedo con quale tecnica fossero stampati prima. Mi parla di "stampa tipografica diretta, basata sull'uso del piombo fuso". Nomina i caratteri mobili, la linotype e la composizione manuale, e poi ci aggiunge un capitolo su matrice e rotativa.

"Forma piana: inizialmente i testi venivano bloccati in telai piatti. Stereotipia: per le grandi tirature, si creava un'impronta del telaio su un foglio di cartone speciale (la 'flan'). Cilindri di piombo: nella flan veniva colato piombo fuso per ottenere una piastra curva da montare sulle rotative". 

Solite cose: prima di tutto la traduzione sommaria, si parla della flan anziché del flano; secondo, le parole possono essere giuste ma manca totalmente la comprensione di quello che si sta dicendo. Che vuol dire che veniva colato il piombo "nella flan"? Riusciamo a immaginare la scena? E che vuol dire "creare un'impronta del telaio"? Non è del telaio che devi creare l'impronta, ma della forma composta nel telaio usando le righe prodotte dalla linotype, i caratteri mobili per i titoli e i cliché per le immagini. 

Il documentario di riferimento che si può vedere su Youtube è stato caricato 14 anni fa, ben prima che arrivasse l'intelligenza artificiale a rovinare tutto, ma soprattutto è stato realizzato negli anni Settanta, nel solo modo che c'era all'epoca per realizzare un documentario: entrando con una cinepresa nella redazione di un vero giornale, e riprendendo quello che succedeva veramente. 

Il pezzo che ci interessa si trova all'incirca all'ottavo minuto. Vediamo il flano che viene messo sulla forma e passato sotto una pressa cilindrica. Poi viene messo ad asciugare in un'apposita macchina che gli dà anche la giusta curvatura. Vediamo poi come il flano arriva nella fonderia e viene inserito nella macchina in cui verrà pompato il piombo fuso. Una volta rifinito in automatico, il semicilindro che ne viene fuori ("stereotype plate") finisce su un nastro trasportatore che lo porta fino alla rotativa, dove viene montato a mano. 

I semicilindri usati vengono fusi di nuovo per ottenere la materia prima che serve per realizzare quelli nuovi. 

Nello stesso filmato, al primo minuto, si vede un modello avanzato di macchina compositrice a caldo, che non viene chiamata per nome perché sul mercato oltre alla linotype c'era la intertype, che funzionava nello stesso modo ma era prodotta da un'azienda concorrente. Vediamo che l'aspetto esteriore era molto diverso rispetto all'originale ottocentesco, ma soprattutto che era possibile caricare un nastro di carta perforata col testo da comporre, che poteva essere stato trasmesso a distanza alla redazione con tecniche telegrafiche. 

Vediamo i tasti che si premono da soli, vediamo le righe di testo che vengono fuori, e vediamo come queste vengono trasportate con un nastro trasportatore fino al tirabozze da cui ne viene prodotta una versione stampata, che sempre tramite nastro trasportatore arriva alla correttrice di bozze che deve leggere l'articolo e individuare gli errori.

Le correzioni dovevano essere fatte dal linotipista, e poi a mano bisognava togliere le righe sbagliate e sostituirle con quelle giuste prima di realizzare il flano. 

All'epoca era già in uso la fotocomposizione, ma solo per usi limitati. Si basava su tecniche fotografiche che permettevano di ingrandire o rimpicciolire i testi. Quando si passò alla stampa offset, queste tecniche di composizione (a freddo) soppiantarono totalmente quelle basate sul piombo fuso (a caldo). 

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