La prima pagina della Bibbia di Gutenberg
Come comincia la Bibbia di Gutenberg? Se uno si aspetta la creazione del mondo da parte di Dio rimane deluso. La prima pagina la si può vedere su Wikipedia, e non è la genesi ma la lettera di san Gerolamo al presbitero Paolino, che all'epoca veniva utilizzata come introduzione alla traduzione della Bibbia in latino.
Le prime righe sono scritte in rosso, disallineate rispetto al resto del testo e rappresentano il titolo, anche se font usato e dimensione sono gli stessi di quelli del testo.
C'è un capolettera miniato che si estende per sei righe, che ovviamente venne realizzato a mano.
Poi arriva tutto il testo, con le maiuscole evidenziate da un segnetto rosso, aggiunto a mano da un rubricatore.
Più in basso c'è un altro capolettera, in rosso, che occupa solo due righe. E' una Q, con la coda che si allunga dalla parte sbagliata, verso sinistra, costeggiando il paragrafo per tre righe nella parte spessa più un altro paio in quella sottile. E' più semplice dell'altro, non ha foglie o sfondo dorato, ma anche questo è stato realizzato a mano.
Il testo è diviso in due colonne da 40 righe ciascuna. Che può sembrare strano dato che la Bibbia di Gutenberg è conosciuta come Bibbia delle 42 righe, ma in un primo momento era stata impostata a 40 e solo in seguito si è aumentato il numero.
Prendo da un sito web il testo dell'epistola, fino all'ultima parola che compare nella pagina stampata da Gutenberg e senza ritoccare i dettagli eseguo il conteggio parole con un un word processor. Vengono fuori 2679 caratteri totali.
L'informazione serve per farsi un'idea in linea di massima di quanti caratteri Gutenberg doveva avere fabbricato per poter cominciare a stampare.
Diciamo 2.700 circa per una pagina. E siccome mentre stampava una pagina ce n'era almeno una o due in fase di composizione, bisogna moltiplicare questo numero per due o tre, almeno.
E se è vero che a un certo punto iniziò a lavorare con un secondo torchio e altre due linee di composizione, bisogna raddoppiare il risultato.
Ricordiamo che non c'è nessun resoconto di prima mano di come lavorava Gutenberg, con quanti caratteri, di quale metallo erano fatti e come venivano prodotti.
Ci sono però molte ipotesi fatte dagli studiosi in seguito.
Con un po' di programmazione conto le lettere più utilizzate nella prima parte dell'Epistola. Escludendo i 408 spazi, la lettera più utilizzata sarebbe la e, 275 volte, seguita dalla i, 268, dalle consonanti s (219) e t (209), poi da 208 a, 195 u e così via.
Le lettere jkwz non comparirebbero mai. La x sarebbe la lettera meno utilizzata, solo 11 volte, dietro la y (14) e la f (22).
Nei font digitali non ha importanza quante volte si usa una certa lettera: se la sua forma è inclusa nel file la si può usare a piacimento. Ma al tempo dei caratteri in metallo, questo dato era importante. In una polizza di caratteri (un font) non c'erano lo stesso numero di esemplari di a e di z: se la a era più usata e la z meno, è chiaro che c'era la necessità di avere più esemplari della prima lettera che della seconda.
Non è solo una questione di principio, ma pratica: per produrre le lettere in metallo c'era bisogno di materie prime, di tempo, di lavoro. Cento lettere in più significava acquistare del metallo in più e tenere un'operaio al lavoro un'ora per realizzarle. E sappiamo in che condizioni lavorava Gutenberg: aveva ricevuto un prestito per aprire la sua attività, e doveva iniziare a stampare e vendere libri il prima possibile per poterlo restituire.
Il calcolo che ho fatto io sul testo scaricato dal web è soltanto orientativo.
Gutenberg usava regole diverse dalle nostre per quanto riguarda la punteggiatura e le maiuscole, il testo era giustificato quindi non c'era bisogno di tutti gli spazi esistenti nel testo digitale, inoltre aveva a disposizione legature e abbreviazioni. Le legature sono caratteri ottenuti unendo insieme due lettere diverse. Al giorno d'oggi sono ancora in uso quelle con la f: fi, fl, ff, ffi e ffl. All'epoca ce n'erano molte di più, per riprodurre la calligrafia degli amanuensi, i quali trovavano più comodo unire fra di loro alcune lettere mentre scrivevano a mano.
Oggi noi battiamo sulla tastiera le lettere f e i separatamente, e ci pensa il software a inserire nel testo la legatura corrispondente. All'epoca il tipografo non doveva prendere i due caratteri separati, ma doveva prendere direttamente la legatura. E l'incisore oltre a dover realizzare a mano le maiuscole e le minuscole, doveva realizzare anche legature e abbreviazioni. Gutenberg dovette produrre quasi duecento glifi diversi, e questo fu una complicazione in più che rallentò i primi passi della sua attività.
Le abbreviazioni invece erano simboli strani, non più esistenti nei nostri alfabeti, che sostituivano coppie di lettere, sillabe, lettere singole e permettevano di ottimizzare lo spazio.
Ad esempio c'era un simbolo a forma di 9 che sostituiva la sillaba us. Quindi quando troviamo scritto "legim9" dobbiamo interpretare "legimus".
Oppure le n e le m potevano essere sostituite da una tilde al disopra della vocale precedente. Ad esempio per dire "non" si scriveva "no" con un trattino orizzontale sopra la o.
Anche questo mi scombina il conto, perché il testo che ho trovato sul web è scritto per esteso mentre quello che trovo sulla Bibbia di Gutenberg è abbreviato.
Prendiamo la prima riga in nero. Dovrebbe essere "Frater Ambrosius, " secondo il testo digitale che ho trovato.
Ma nel testo giustificato lo spazio a fine riga non si mette, quindi non ce n'è bisogno. Gutenberg non conosceva la virgola, quindi va tolta. La F è il capolettera disegnato a mano. La r viene fatta maiuscola. Quindi per comporre la prima riga c'è bisogno solo di "Rater ambrosius", quattordici lettere più uno spazio.
La riga successiva dice "tua michi munus-" e finisce col doppio trattino obliquo per sillabare l'ultima parola. Che è praticamente illeggibile, perché le lettere "munu" sono composte pressoché dallo stesso elemento verticale che si ripete nove volte, bisogna tirare a indovinare dove finisce l'una e dove inizia l'altra. Inoltre nella trascrizione c'è scritto "mihi", quindi ci sarebbe una c di troppo.
Riga seguente "cula pferens-detulit". La p ha un trattino orizzontale che taglia il tratto discendente. E' un'abbreviazione per la sillaba pre, dato che la parola si legge "perferens". Dove ho messo un trattino in realtà c'è un punto mediano, ossia un punto a mezza altezza, che la trascrizione moderna traslittera come una virgola: all'epoca di Gutenberg la virgola come la conosciamo non c'era.
Inoltre notiamo che le prime due lettere di "detulit" sono attaccate fra di loro. E' appunto una legatura, quindi andrebbero contate come carattere singolo.
Alla riga dopo c'è scritto qualcosa tipo "sik et suauissimas". Ho usato una k ma la lettera in questione è composta solo da un'asta verticale e una sottile obliqua in salita. Manca la terza. E soprattutto manca questa parola nella trascrizione che ho trovato online.
La riga successiva dovrebbe dire "litteras, que a principio", ma dice "lras-q a principio": c'è una tilde orizzontale al di sopra della prima a e una al disopra della q, ad indicare che ci sono lettere mancanti che bisogna indovinare.
La riga successiva è difficile da trascrivere. Dovrebbe dire "amicitiarum, fidem proba-", ma la sillaba rum viene abbreviata con uno stranissimo carattere modellato attorno a una r, segue la parola "fide" con una tilde sopra la e, poi troviamo un p con uno svolazzo a sinistra che indica la sillaba pro, seguita dalla legatura ba.
Ho analizzato solo le sei righe corte, quelle di fianco al capolettera, eppure c'è già abbastanza materiale da lambiccarsi il cervello.
Se andiamo più avanti nel testo troviamo che la congiunzione "et" solo a volte viene scritta "et". A volte viene sostituita dalla variante tironiana, che è una sorta di legatura et, come la nostra &, ma graficamente disegnata in maniera diversa.
In base a che cosa una volta si usa e un'altra no? Forse per allungare o accorciare la riga che deve essere giustificata, ossia portata alla lunghezza di tutte le altre.
Insomma, se io volessi contare personalmente i caratteri utilizzati in questa pagina dovrei fare una notevole fatica.
Così come un eventuale conteggio automatico delle parole si troverebbe in difficoltà: sappiamo che i normali software dividono le parole basandosi soprattutto sullo spazio. E Gutenberg non sempre metteva lo spazio prima e dopo la punteggiatura, sempre per quel discorso di allungare o accorciare le righe.
Un programma di videoscrittura conta anche gli spazi invisibili, ossia quelli che dovrebbero esserci alla fine delle righe giustificate ma non vengono visualizzati, mentre non conta il trattino della sillabazione, che non è una battuta in sé.
Ma Gutenberg per andare a capo quel trattino doveva mettercelo fisicamente, quindi era un carattere come gli altri, no?
Un discorso a parte riguarda le maiuscole. Noi usiamo le maiuscole anche per i nomi propri, mentre Gutenberg le usava solo a inizio periodo.
Questo significa che quando io ho contato le occorrenze di ogni singola lettera nel testo che ho trovato online, non mi ha contato le iniziali di "Elamiti, Babilonesi, Caldei, Medi, Assiri, Parti, Siri, Fenici, Arabi, Palestinesi", che nella trascrizione sono scritte in maiuscolo mentre nell'originale iniziano tutti con lettera minuscola.
La punteggiatura di Gutenberg, oltre al punto normale e al punto mediano, comprendeva anche i due punti. Ma cosa significava? Non saprei: laddove nella trascrizione trovo scritto "Cum Apostolus Paulus vas electionisc..." eccetera eccetera, Gutenberg ci mette i due punti dopo la parola Paulus (minuscola, ovviamente).
Strana anche la frase precedente: nella trascrizione leggo "Quid loquar de seculi hominibus?", col punto interrogativo finale. Gutenberg ci mette il punto normale. Eppure credo che il punto interrogativo ce l'avesse. Mi pare proprio di averlo visto altrove.
"Seculi" è scritto "secli", senza nessun indizio di lettere mancanti. Mentre "hominibus" è scritto "hominib3", con quella lettera a forma di 3 che poi venne usata come lettera z.
Perché è stata usata quella e non quella a forma di 9, che pure significa -us?
C'è qualcosa di simile nella prima colonna, dove dice "legimus in veteribus", scritto "legim9 in veterib3".
Saltando da una parola all'altra ne trovo alcune strane. Ad esempio la parola "populos" si scrive "ppkos": si comincia con una legatura pp, e si segue con quella specie di k incompleta che si rivela essere una variante della l. Ma perché non si usava la forma base della lettera, che pure esiste?
Probabilmente quel segno aggiuntivo serve solo per dire che bisogna indovinare qualche lettera mancante, in questo caso la u che precede.
Ci sono in commercio digitalizzazioni dei caratteri realizzati da Gutenberg, e almeno una è gratuita. Ma se io copio dal web il testo in latino dell'epistola di San Gerolamo, lo incollo in un programma di videoscrittura, lo seleziono e lo visualizzo nel font digitale ispirato a Gutenberg ottengo qualcosa di completamente diverso da quello che otteneva l'inventore della tipografia ai suoi tempi.
Forse con qualche funzionalità OpenType avanzata si potrebbe automatizzare alcune di queste convenzioni senza ricorrere a macro esterne.
Ma dovrebbero tenere conto di troppe cose: pensiamo ad esempio alla lettera s, che compare nella forma normale in finale di parola, mentre compare in forma lunga, come una f senza trattino orizzontale, quando si trova in mezzo alla parola, anche se seguita da un punto mediano senza spazio in mezzo, ma non compare quando viene sostituita da una delle abbreviazioni -us...
Infine noto una cosa strana: davo per scontato che anticamente le lettere u e v non fossero differenziate: erano entrambe u scrivendo in minuscolo ed erano entrambe V scrivendo in maiuscolo.
E invece guardando la Bibbia di Gutenberg sono differenziate eccome. La u è fatta di due elementi identici che si ripetono, mentre la v ha un tratto obliquo a scendere che unisce il primo elemento al secondo.
Solo che questa v viene usata solo in inizio di parola: quando Gutenberg scrive "nouerant" intende una parola che mi risulta traslitterata "noverant".
Osservare le lettere della Bibbia di Gutenberg è un'esperienza anche senza capire una parola di latino: un'altra complicazione che si nota saltando da una lettera all'altra è l'uso della r rotunda. La r ha la forma normale che conosciamo noi, anche se ha una grazia inferiore ingombrante che la fa somigliare a una c, tranne quando segue una o: in quel caso è disegnata nella sua forma rotunda, che sarebbe simile ad una R maiuscola senza il tratto verticale, ma alta come una minuscola, o meglio a un numero 2.
Queste abbreviazioni, 236..., non si confondevano coi numeri? No, perché non credo che i numeri arabi fossero inseriti nella Bibbia di Gutenberg. Non c'erano pagine o note da numerare, i capitoli erano in numeri romani mentre nel testo i numeri venivano scritti per esteso anche quando erano lunghi.
L'intera Bibbia di Gutenberg può essere sfogliata su Archive.org.
Notiamo che la prima pagina è diversa da quella che si vede su Wikipedia: non solo perché sono diverse le decorazioni aggiunte a mano, in tutt'altro stile, ma perché il testo va a capo in maniera diversa. Qui le righe sono 42 per ciascuna colonna.
A pagina 13 del file, Genesi capitolo quinto, leggiamo che Matusalemme visse novecentosessantanove anni, scritto a lettere ("nougentisexagintanoue", dove quella che ho trascritto come x è una steana lettera a quattro piani, diversa dalla x che compare nella parola "vixit" nella riga di sotto). Poco da stupirsi: anche nelle edizioni moderne della Bibbia i numeri vengono scritti per esteso.
Sul sito Finaltype si può vedere un'immagine con tutti i glifi identificati nella Bibbia di Gutenberg, incluse alcune minime varianti impercettibili.
Vediamo le lettere maiuscole, le minuscole incluse quelle abbreviate e con diacritici e le legature. Infine ci sono i cinque segni di punteggiatura: punto basso, punto medio, due punti, doppio trattino per la sillabazione e punto interrogativo, di forma strana. Ah, lo vedi che il punto interrogativo c'era?
Sulla Bibbia di Gutenberg, l'epistola di San Gerolamo va avanti alcune pagine e si conclude con un Prologo. La Genesi inizia alla pagina 10 del file che si trova su Archive.
All'epoca di Gutenberg la numerazione delle pagine non era ancora stata inventata.
La numerazione del file è abbastanza strana, perché chiama 0 la copertina e 1 la facciata posteriore della copertina. Quindi la prima pagina dell'epistola, che si trova a destra, è chiamata 2.
Normalmente nell'editoria le pagine di destra sono quelle dispari e quelle di sinistra sono quelle pari.
Anticamente si usava anche un altro modo di assegnare i numeri: ogni pagina aveva un unico numero per entrambe le facciate, che si distinguevano tra di loro perché una era il recto e l'altra il verso.





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