L'anglo-sassone di John Day
Il primo libro in lingua inglese venne stampato nel 1473 da William Caxton a Bruges, Fiandre, nell'odierno Belgio.
Caxton era inglese, nativo di Kent, e si era trasferito sul continente per imparare l'arte della stampa, inventata da poco.
Tornò in patria tre anni dopo, e qui aprì la prima tipografia in Inghilterra, a Londra.
Il suo nome chiaramente è un punto di riferimento fondamentale per gli inglesi, sia perché lui è considerato il capostipite di tutti i tipografi britannici, sia per il contributo che diede nella sistematizzazione della lingua inglese, che all'epoca praticamente non esisteva. C'erano vari dialetti inglesi tra cui lui dovette fare delle scelte, che in seguito vennero adottate come regole fondamentali della lingua nazionale.
Tra i tipografi degli albori un altro nome di rilievo che viene ricordato è quello di John Day, che iniziò a lavorare una settantina di anni dopo Caxton.
La sua prima tipografia entrò in funzione nel 1547. La sua attività è collegata con la Riforma protestante, che aveva preso piede da poco in Inghilterra. Stampò molti libri religiosi, e rimase anche in carcere per un anno a causa della sua attività e delle persecuzioni dei cattolici nei confronti dei protestanti.
Su Wikipedia in italiano c'è un lungo articolo che lo riguarda, con dettagliate note biografiche e con un paragrafo intero dedicato al cosiddetto Libro dei Martiri, ossia Atti E Monumenti, di John Foxe, che "lo consacrò come Maestro Stampatore della sua epoca".
"Tra le innovazioni apportate ci fu l'uso di diversi caratteri tipografici per distinguere il testo delle fonti dalle aggiunte e dai commenti di Foxe", dice l'enciclopedia.
Accanto all'articolo non ci sono pagine intere di questo libro, ma solo le immagini di due xilografie che vennero inserite accanto al testo.
Le xilografie erano illustrazioni realizzate in rilievo su una tavoletta di legno che potevano essere stampate con la stessa pressa con cui si stampavano i testi composti usando i caratteri mobili in metallo.
Un contributo secondario alla storia della tipografia fu quello di mettere a punto un carattere tipografico per la lingua anglo-sassone, che veniva parlata anticamente in Inghilterra.
Questa innovazione ebbe la sua importanza nell'ambito delle battaglie religiose che si combattevano all'epoca.
La Chiesa d'Inghilterra era nata da poco e doveva conquistare una legittimità agli occhi degli inglesi che ancora non aveva. L'arcivescovo di Canterbury Matthew Parker ritrovò antichi documenti scritti in lingua anglo-sassone che sostenevano delle tesi che erano in linea con quelle dei protestanti.
Pensò quindi di darli alle stampe, ma non solo nella traduzione in inglese moderno, bensì anche nella loro versione in lingua originale.
Solo che sugli antichi manoscritti comparivano caratteri che non facevano parte dell'alfabeto in uso. Inoltre venne l'idea che se anche la forma delle lettere esistenti fosse modificata per renderla simile a quella degli antichi manoscritti, l'intero testo stampato avrebbe acquisito un fascino e un'autorevolezza aggiuntivi.
Così Parker ingaggiò Day e gli commissionò il nuovo carattere anglosassone. Che tra l'altro dovette essere anche un'impresa abbastanza costosa, sembra.
Sul sito della Kenneth Spencer Research Library c'è un articolo in inglese che ricostruisce tutta la storia, scritto nel 2014, e soprattutto alcune foto delle stampe originali cinquecentesche.
In una possiamo vedere la tabella delle corrispondenze tra lettere latine (quelle normali che usiamo anche noi oggi) e quelle anglo-sassoni. La d normale viene disegnata con una particolare conformazione a s chiusa in basso col tratto ascendente curvo che spunta di poco a sinistra anziché a destra.
Ci sono poi due versioni della combinazione th, per due suoni che in inglese sono abbastanza diversi e che danno qualche grattacapo agli studenti perché oggi si scrivono nello stesso modo, pensate alle parole that e thin.
La f non aveva un tratto ascendente ma uno discendente. Le lettere gsr avevano quelle forme che spesso vengono chiamate insulari, perché appunto usate anticamente nelle isole di Inghilterra e Irlanda. La g non aveva un occhiello superiore ma una semplice linea orizzontale da cui partiva un tratto discendente a forma di s; la r e la s si basavano su un tratto verticale che scendeva sotto la linea di base e a cui si agganciava in alto un tratto a forma di r rotunda nel primo caso o rampante nel secondo caso.
La t non aveva il tratto ascendente ma era un trattino orizzontale alto con sotto una specie di c.
La z era una specie di 3 con un tratto discendente aggiunto. La congiunzione "and" era resa con la corrispondente legatura medievale et. Esisteva un carattere apposito per la parola that, che era una specie di croce con una pancia sulla destra.
Il simbolo che desta le maggiori perplessità era quello che indicava la w, che a prima vista è né più né meno che una lettera p.
La spiegazione di una scelta così assurda è stata ripresa una forma che derivava da un'antica runa e che si chiamava wynn.
Solo che non ho ancora visto come in un testo si riusciva a distinguere una vera p da una lettera wynn.
Oltre a queste lettere minuscole, il font conteneva anche alcune maiuscole nella versione anglo-sassone: la E era una C con trattino centrale, la M era formata di tratti curvi che si ripiegavano verso il centro.
Più avanti sullo stesso sito possiamo vedere due pagine significative di un libro stampato da John Day.
Nella pagina di sinistra c'è il testo scritto in lingua e caratteri anglo-sassoni. Nella pagina di destra c'è la traduzione in inglese, impaginata in corsivo.
Il testo è giustificato in entrambi i casi, anche se a prima vista non sembra perché il contorno destro nella pagina di destra è un po' frastagliato.
Se ci facciamo un po' mente locale, vediamo che nel testo sono presenti degli asterischi che richiamano delle note che vengono aggiunte a destra della colonna, con un margine troppo ridotto, sempre in corsivo italico ma in dimensione più piccola.
All'epoca non esistevano i font scalabili: se il testo era grande e le note piccole vuol dire che nella stessa pagina erano stati usati due font diversi.
Cosa che a noi può parere scontata ma non lo è sempre stata: la Bibbia di Gutenberg venne stampata usando un font soltanto.
Notiamo le vecchie convenzioni tipografiche: su ogni pagina dopo l'ultima riga è aggiunta la prima parola della pagina seguente. Solo che non si tratta della pagina a fianco, ossia quella della traduzione, ma della pagina successiva nella stessa lingua.
Inoltre leggiamo "E.iij." al centro della pagina di destra, in basso, che probabilmente è una segnatura. All'epoca venivano stampate varie pagine sullo stesso foglio, che poi doveva essere ripiegato nella maniera corretta per formare un fascicolo.
Ogni foglio era indicato da una lettera (o da una combinazione) seguendo un ordine preciso, facendo distinzione tra maiuscole e minuscole, ad esempio a A B C D..., Sulla pagina che compariva per prima c'era la lettera da sola, mentre sulle pagine di destra successive (dispari) la lettera veniva seguita da un numero romano (i, ii, iii, iiii) per indicare al rilegatore come doveva piegare il tutto.
Notiamo anche che in alto ci sono delle diciture, anche queste in corsivo italico e in caratteri piccoli, e un numero in cifre arabe, 35, che probabilmente non era il numero di pagina.





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