Riproduzione del torchio di Gutenberg

Sul sito del museo dedicato a Gutenberg che si trova a Magonza è possibile vedere la foto di una riproduzione del torchio di Gutenberg che si trova esposta lì.

La pressa originale era fatta in legno, un materiale molto deperibile, e non è sopravvissuta fino ai giorni nostri. Tuttavia alcuni artigiani in giro per il mondo hanno provato a ricostruire come poteva essere fatta, basandosi sulle più antiche illustrazioni che sono riusciti a trovare. 

In questo torchio i caratteri venivano fissati su un piano orizzontale che veniva fatto scorrere sotto un altro piano, la platina

Questa era collegata ad una grossa vite verticale che veniva ruotata a mano con una leva ed esercitava la pressione sul foglio che era stato appoggiato al disopra dei caratteri inchiostrati. 

Il meccanismo era stato già inventato in precedenza ed era in uso per la pigiatura dell'uva. Gutenberg tuttavia dovette faticare un po' per adattarlo alla tipografia, perché nel suo caso era necessario che la platina non ruotasse insieme con la vite, perché questo avrebbe potuto sbaffare l'inchiostro sulla pagina. Quindi bisognò inventare una serie di meccanismi in grado di separare il movimento circolare della vite dal movimento della platina che doveva essere solo verticale. 

Nell'immagine possiamo vedere sotto la leva una scatola di legno collegata alla platina con dei tiranti e appoggiata su questa tramite un cuneo che riduceva al minimo la superficie di contatto. 

La struttura della pressa era basata su due pilastri laterali collegati da un'architrave, tutti in legno e fissati senza chiodi, come si usava all'epoca. Più c'erano altri elementi orizzontali per mantenere fisse le parti laterali, e un tavolo centrale. 

Questo schema di base rimase in uso fino all'Ottocento, quando la necessità di applicare la forza della macchina al vapore alle presse da stampa per velocizzare le operazioni spinse gli ingegneri a riprogettare completamente il funzionamento delle presse. 

Nell'Ottocento però il materiale utilizzato per la costruzione del torchio era il metallo, più robusto e indeformabile del legno, e che permetteva un numero maggiore di regolazioni precise. 

Nel museo di Magonza il torchio di Gutenberg è un po' decontestualizzato: si trova inserito in un ambiente asettico, con pareti e pavimenti grigi. Giusto è accostato a qualche elemento di mobilio in legno, dove si vedono rulli inchiostratori e barattoli d'inchiostro, e soprattutto un'enorme cassa di caratteri. 

Sullo sfondo, l'ingrandimento di una stampa d'epoca in cui si vedono dei tipografi al lavoro per comporre dei testi, in un locale col soffitto di legno, grandi finestre ad arco, tendaggi, eccetera. 

All'epoca di Gutenberg non esistevano i barattoli in latta con etichetta stampata a colori, suppongo, e non esistevano nemmeno i rulli inchiostratori: si usavano i "mazzi", ossia tamponi di pelle che venivano battuti prima sull'inchiostro e poi sulla forma da inchiostrare. La persona che li maneggiava si chiamava "battitore". 

La grossa cassa esposta nel museo di Magonza è vuota: non ci sono i caratteri di metallo nei vari scompartimenti. 

In giro per il mondo ci sono varie persone che hanno costruito copie del torchio di Gutenberg, magari mettendo in atto soluzioni leggermente diverse fra di loro. 

Per rendersi conto delle difficoltà di far funzionare il tutto si può vedere il famoso documentario di Stephen Fry, in cui appunto si seguono le varie fasi della lavorazione del legno per ottenere un torchio funzionante. 

La pressa che viene messa a punto in quel filmato è molto più grezza rispetto a quella che si vede nel museo di Magonza. 

Una pressa più elaborata è in mostra al Crandall Historical Printing Museum, nello Utah, Stati Uniti, e in un video su Youtube si possono seguire le fasi di inchiostratura e stampa. 

Sul web si possono vedere altre illustrazioni, ricostruzioni 3d e ahimè immagini prodotte con l'intelligenza artificiale per scopi educativi. 

Queste ultime si riconoscono per il fatto che mostrano presse con tanti ingranaggi inutili e senza elementi essenziali come la platina. Insomma, forniscono una ricostruzione della realtà sbagliata, insensata, incomprensibile. Non so che risultato possono avere sulla mente dei ragazzi più curiosi, che cercano di capire il funzionamento e non ci riescono, senza rendersi conto che non c'è niente da capire perché si tratta di un'immagine priva di senso. 

Se questi filmati sono prodotti da qualche malintenzionato che vuole rimbecillire la gente lo posso pure capire, ma se sono realizzati da qualche insegnante a scopi didattici, è segno di incompetenza imperdonabile. 

La scatola sotto cui è montata la platina e su cui spinge la vite si chiama "bussola", spiega Wikipedia

La punta della bussola invece si chiamava "pirrone", e questo questo è spiegato nel pdf "Ars artificialiter scribendi - Il libro antico a stampa" di Carlo Pastena, 224 pagine, scaricabile gratuitamente da un sito riconducibile all'assessorato dei Beni Culturali della Regione Sicilia. 

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