Appunti dalla vacanza
Ad agosto, mese di vacanze, questo blog è rimasto un po' abbandonato. Ciò non toglie che le lettere dell'alfabeto sono dappertutto, e sul mio telefono è rimasta qualche foto scattata qua e là con qualche spunto interessante.
Cominciamo con un'iscrizione romana vista in un museo, risalente probabilmente al quarto o quinto secolo dopo Cristo.
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| Una lapide romana con una legatura imprevista. |
Sono passati 1500 anni eppure è molto agevole riconoscere le lettere, dato che le lettere che usiamo oggi hanno la stessa forma di quelle romane, in linea di massima. Questo non significa che in tutti questi secoli non sia cambiato niente: nel medioevo si era passati allo stile gotico, per cui esistono delle lapidi medievali che sono di difficile lettura. Lo stile romano antico è stato ripreso dopo la fine del medioevo ed è poi confluito nella stampa, anche se il primo carattere tipografico della storia era in stile gotico.
A differenza della tipografia, dove ogni carattere deve essere disegnato per disporsi in maniera decente con qualunque altro carattere si trova nelle vicinanze, a meno che il disegnatore non abbia stabilito delle coppie di crenatura per gestire situazioni precise, nelle iscrizioni incise le lettere venivano disegnate a mano ed eventualmente deformate a seconda delle esigenze.
In questa iscrizione notiamo il modo in cui si dispongono le lettere MVM, che in un carattere tipografico senza crenatura sarebbero molto più distanti tra di loro, anche tenuto conto della particolare forma della M che è più che altro una nostra W rovesciata.
Ma soprattutto notiamo nel nome "Montanianis" una legatura tra N e T che non è poi così scontata.
In un font digitale con le funzionalità più avanzate è possibile gestire entrambe queste situazioni: il disegnatore può impostare il kerning creando due coppie di crenatura, MV e VM; inoltre può creare una legatura NT che può andare a sostituirsi alle due lettere digitate, quando il grafico autorizza il software a farlo.
Molti software inseriscono di default solo le legature con la f (fi, fl, ff, ffi, ffl).
Le aste sono abbastanza sottili, il contrasto è minimo.
Questa iscrizione può sembrare abbastanza grezza rispetto ad altre iscrizioni romane più celebri, ma accanto ce n'erano altre veramente grezze e dilettantesche. Sembra che la persona che le ha realizzate non ha tracciato le lettere da incidere prima di iniziare a incidere. Il risultato è qualcosa di estremamente irregolare. Sul momento non ci ho fatto caso, ma dalla foto sembra che anche le righe orizzontali di riferimento siano state incise nella pietra anziché tracciate provvisoriamente.
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| Altra lapide romana con un lavoro estremamente rozzo. |
Prendiamo una lapide più recente, ottocentesca, fotografata nella penombra di una chiesa.
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| Lapide ottocentesca in una chiesa. |
Vediamo che il contrasto è maggiore: alcuni tratti sono sottilissimi, altri sono molto pesanti.
La lettera più singolare secondo me è la T, con le grazie oblique e simmetriche, che spuntano anche in alto oltre che in basso.
Comunque qui le grazie non sono triangolari, ma filiformi e si allontanano un bel po' dall'asta da cui partono.
Lapide più recente ancora, novecentesca, che in effetti ho fotografato solo perché c'era sopra ci camminava un enorme geco. Qui lo stile è maiuscoletto. La lettera più caratteristica è la G, che sembra un 6 aperto.
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| Ma che strane quelle G! |
Tutto ciò c'entrano con le lettere dell'alfabeto, ma non c'entra con la tipografia che invece prevede uso di caratteri mobili al fine di stampare su carta.
E allora diamo un'occhiata a qualcosa di stampato.
Risistemando una cantina è uscito fuori un giornale non meglio precisato risalente al 1983, abbastanza stropicciato.
Alcuni articoli sono scritti in caratteri con grazie, altri in caratteri senza, altri in corsivo. Anche nei font dei titoli c'è una notevole varietà di stili, a differenza dei giornali di oggi in cui la scelta è più limitata.
Ho scattato un paio di foto ad un articolo firmato Gianni Barrella (chi sa a quale giornale lavorava nel 1983?) e impaginato in corsivo.
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| Un quotidiano del 1983. La pagina stropicciata è stata ritrovata in una cantina, con vari strappi: non so che giornale fosse. |
Che c'è da notare qui? Una f corsiva poco ingombrante, che non va a interferire con la lettera successiva, neanche quando questa è una i. In teoria non dovrebbe interferire neanche con la lettera precedente, ma lo fa dato che il tratto inferiore si allunga a sinistra, aumentando un po' troppo lo spazio con la lettera precedente.
Anche negli articoli in stile romano la f sta molto sulle sue. Questo deriva da fatto che con le macchine per la composizione che si usavano all'epoca non era possibile realizzare lettere che si allungassero nello spazio vuoto di competenza delle lettere adiacenti, né era possibile per il disegnatore creare delle coppie di crenatura. Si potevano creare legature, ma questo significava dedicare loro un tasto apposito sulla tastiera, o inserire la matrice a mano nel caso delle linotype e non conveniva. Oggi non è un problema allungare una lettera nello spazio delle lettere adiacenti, per cui nei font moderni le f sono molto più invadenti e quelle così strette non si trovano quasi più, in serif e corsivi.
Noto poi che al posto della E maiuscola accentata c'è una E seguita da un apostrofo. Stesso discorso: una maiuscola accentata avrebbe richiesto un tasto dedicato. neanche oggi sulle nostre tastiere è possibile inserire lettere maiuscole accentate. Per fortuna molti software effettuano la sostituzione in automatico.
I font dell'epoca non avevano proprio maiuscole accentate, perché questo avrebbe influito sullo spazio presente al di sopra, e quindi avrebbero aumentato l'interlinea: così come i tratti non potevano invadere lo spazio delle lettere a destra e sinistra, non potevano neanche invadere lo spazio al disopra.
Questo articolo aveva attirato la mia attenzione per la presenza di simboli particolari che lo dividevano in varie parti. In questo caso si trattava di due rettangolini outline in parte sovrapposti. Questo tanto per ricordare che un font non è fatto solo di lettere dell'alfabeto, ma anche di simboli vari. Questo non è un simbolo standard: non si trova nei comuni font e non ha un valore Unicode dedicato.
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| Un simbolo per separare le sezioni di un articolo, che in inglese è chiamato "dinkus". |
Già che ci siamo notiamo la forma della Q, che non viene più usata nella stragrande maggioranza dei font moderni, e l'uso di virgolette primarie e secondarie, rispettivamente francesi e inglesi.
Vado a buttare la spazzatura e trovo che qualcuno ha fatto spazio nella libreria. Nel secchione del riciclaggio della carta, che dovrebbe essere chiuso ma è aperto perché lo sportello elettronico è guasto, vedo vari volumi di cui qualcuno si è sbarazzato. Uno di questi è un "Nuovissimo vocabolario inglese e italiano" firmato da "Lysle-Severino", editore "F. Casanova & C.".
Purtroppo non ho fotografato il colophon, ma mi sembra risalga agli anni Sessanta. C'era perfino il nome della proprietaria scritto a penna in prima pagina. Per un po' ho pensato se conveniva salvarlo dalla distruzione, poi però l'ho abbandonato al suo destino. Restano solo alcune fotografie fatte sul posto (mentre i passanti guardavano e si chiedevano perché stessi fotografando l'immondizia altrui).
La copertina è rigida, in tessuto rosso. C'è impresso il marchio dell'editore, senza inchiostro.
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| Sulla copertina di un dizionario italiano-inglese degli anni Sessanta. |
Il motivo per cui ho soffermato la mia attenzione su questo volume è che i caratteri utilizzati sono molto fuori moda: nessun editore moderno li sceglierebbe. Il romano ha i tratti molto particolari, con le a dalla codina all'insù. In funzione di grassetto c'è un font in uno stile che oggi definiremmo forse "elephant": i tratti spessi sono pesantissimi, ma si alternano a tratti molto sottili. Anche nel corsivo grassetto troviamo le stesse caratteristiche.
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| Romano, grassetto, corsivo e grassetto corsivo in uno stile un po' fuori moda, dopo che sono passati sessant'anni. |
Qui vediamo che è presente la legatura fi. Il tratto discendente della f corsiva non curva verso sinistra, per non distanziare troppo la lettera da quella che la precede.
Altro libro che ha fatto una finaccia: questo non è stato propriamente gettato, ma è entrato a far parte di un'opera d'arte. E' stato cosparso di una sostanza collosa che lo ha praticamente plastificato, e inchiodato insieme ad altri in una composizione accanto ad una citazione del film Centochiodi di Olmi: "Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico".
In alto si legge "Vita di F. Paolo".
Impossibile schiodarlo e leggere il titolo, l'editore, l'anno di pubblicazione.
Tuttavia un dettaglio non può passare inosservato: nel testo si usa l'esse lunga, una cosa che si faceva in Italia all'incirca fino alla fine del Settecento.
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| Legatura tra una s e una t. Dovendo digitalizzare questo font, quale delle a o delle r scegliereste come base per il vostro disegno, visto che sono notevolmente diverse tra loro? |
Davvero una persona aveva un libro del Settecento e lo ha ricoperto di colla per farne un'opera d'arte?
Nessuno potrà sfogliarlo più, quindi. Vendendolo quanto ci avrebbe ricavato?
Notiamo altre due usanze desuete: quella di aggiungere in basso a destra su ogni pagina la prima parola della pagina successiva, e quella di scrivere al centro delle pagine di destra, in basso, la lettera che identificava il fascicolo seguita da un numero progressivo.
Entrambe queste informazioni servivano al rilegatore per piegare il foglio nella maniera corretta, dato che su ogni foglio erano stampate diverse pagine. Per il lettore erano inutili, e infatti sui libri moderni non compaiono più.
C'è poi un artista locale che ha iniziato a realizzare le sue opere a computer e stamparle con la stampante 3d, a usare l'intelligenza artificiale e a realizzare incisioni laser su pietra, legno, cartone, anche per fabbricare dei souvenir da vendere.
In occasione di una mostra di alcune sue opere più ispirate aveva scritto alcune frasi di presentazione che aveva inciso col laser su tavolette di compensato.
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| Font digitale non identificato? Le lettere sono diverse una dall'altra. C'è lo zampino dell'IA? |
Il font era medievaleggiante. Ho fotografato una scritta e ho provato a identificare il carattere con tutti i servizi online che conosco. Non è uscita nessuna corrispondenza perfetta.
Tra l'altro l'artista mi ha visto che fotografavo e mi ha chiesto: "Ti piace quello che ho scritto?". Ho dovuto rispondergli che stavo solo cercando di identificare il carattere. La tipica cosa che metteva in imbarazzo mio fratello quando andavamo in giro insieme. Si avvicinava la guida del museo e mi chiedeva se stavo decifrando una lapide latina e io le rispondevo che invece stavo osservando il fatto che i romani disegnassero una P molto aperta.
Comunque, l'artista mi ha detto di non sapere il nome del font utilizzato, ma che è uno dei pochi in dotazione al software di incisione.
Forse era meglio dedicare un post diverso a ciascuna di queste osservazioni, comunque io le ho ripescate tutte insieme e le ho accatastate qui tutte insieme alla rinfusa.
Concludo osservando un'ultima foto, quella di un furgone a noleggio che aveva portato gli strumenti per un concerto in piazza. La lettera n era ad arco, le lettere t e g avevano la forma della maiuscola mentre a ed e quella della minuscola, la o era disegnata all'interno di una circonferenza, come pure e, a, g. La r era un tre quarti di arco. La i non aveva puntino. Le estremità erano tagliate preferibilmente in obliquo.
Stavolta What Font Is ci becca al primo colpo: Stereofunk, un font con licenza 100% free che può essere scaricato da Dafont.
L'autore sarebbe Alanbrowndesign, che ha caricato sul sito solo un altro lavoro, chiamato Velocity, che ha totalizzato più di 600 mila download.
Lo Stereofunk è quasi a quota 500 mila a partire dal 2011.
E' stato catalogato come Techno/Varie.
Non pubblico la foto del furgone perché trattandosi di un font digitale la scritta è facilmente riproducibile, a differenza di quelle delle stampe d'epoca e delle lapidi.

















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