Giappone, stampa con caratteri in metallo

Su Youtube si può vedere un bel documentario che mostra come si producevano e utilizzavano i caratteri in metallo con cui le tipografie lavoravano prima dell'arrivo dell'informatica.

E' stato caricato da DNP Official ed è in lingua giapponese. Grazie ai sottotitoli generati in automatico da Youtube è possibile farsi un'idea di cosa si vede nelle immagini anche senza parlare la lingua. Comunque, si tratta di riprese di qualità, montate in maniera professionale. La voce originale in sottofondo è piacevole, accompagnata da musica rilassante. Si tratta di riprese di grande valore, tanto più che ora Youtube viene invaso da filmati di infima qualità realizzati con l'intelligenza artificiale che mostrano caratteri deformi e operazioni senza senso. Inoltre l'intero settore tipografico è ora passato all'informatica quindi è difficile che qualche documentarista moderno riesca a trovare qualcuno che abbia le stesse apparecchiature che si usavano in passato, funzionanti, o sia in grado di applicare le stesse tecniche.

Oggi per disegnare i caratteri c'è bisogno di un software apposito. Si apre una finestra e si inseriscono i dati sulle estremità delle linee e sulla loro curvatura. 

All'epoca serviva un foglio bianco da disegno, su cui il disegnatore tracciava col righello dei quadrati di dimensioni fisse, dentro cui disegnava la forma dei glifi a matita, per ricalcarli poi a penna. 

Nell'alfabeto che usiamo noi le lettere hanno diverse larghezze, ma il filmato mostra un disegnatore giapponese al lavoro. E nella scrittura giapponese tutti i glifi rientrano all'interno di un un quadrato. 

La penna con cui si ricalcano i tratti non è una biro, ma una di quelle col pennino che va intinto nel calamaio con l'inchiostro. 

Da questi disegni su carta la forma delle lettere veniva trasferita su una lastra di zinco su cui veniva incisa. A questo punto i contorni venivano seguiti usando un pantografo, una macchina che serviva per rimpicciolire le dimensioni e contemporaneamente produrre una matrice. La macchina era composta da un lungo braccio verticale che terminava con la punta che veniva spostata dall'operatore per seguire il profilo del carattere. Vicino all'estremità superiore era fissato il blocchetto di ottone su cui bisognava incidere il glifo rimpicciolito. 

Da lì si otteneva la matrice che veniva montata in un'apposita macchina per produrre in serie varie copie dello stesso carattere utilizzando una lega a base di piombo fuso. 

Tradizionalmente i tipografi realizzavano i punzoni che poi battevano sul  piombo per ottenere le matrici che servivano per produrre i caratteri. Questo filmato però i punzoni non li nomina nemmeno. Sembrerebbe che la lastra di zinco incisa abbia la funzione del punzone, e che la battitura sia stata sostituita dalle operazioni svolte col pantografo. 

A questo punto le riprese passano all'interno di un laboratorio tipografico, dove i caratteri sono disposti in numerose casse per l'estensione dell'intera stanza. L'alfabeto che si usa in Occidente, quello latino, è composto da sole 26 lettere maiuscole, 26 minuscole, più una manciata di lettere accentate, numeri, segni di interpunzione e matematici. L'intero font può entrare in un'unica cassa. La scrittura cinese e giapponese invece si basa su almeno 3.000 glifi diversi. Produrre un "font" costava molto di più, costava di più acquistarlo, e ingombrava molto di più. 

Per comporre un testo in tempi rapidi c'era bisogno che il tipografo avesse memorizzato la posizione di gran parte dei caratteri necessari. La traduzione automatica dice che un tipografo bravo arrivava a comporre circa 1.500 caratteri l'ora, ossia uno ogni 23 secondi. I conti non tornano: 1.500 all'ora significa uno ogni 2,3 secondi, mentre uno ogni 23 secondi significa vuol dire 150 l'ora. Chissà se è sbagliata solo la traduzione o anche l'originale in lingua giapponese. 

Nelle opere classiche giapponesi può capitare di trovare qualche glifo desueto, che non è uno di quelli prodotti in serie per uso comune. In quel caso, un artigiano doveva mettersi al lavoro e inciderlo direttamente sul carattere in piombo, nelle dimensioni a cui sarebbe stato stampato. Un lavoro che richiedeva pazienza, precisione, mano ferma, e parecchio tempo curvo sul tavolino con l'occhio appoggiato a una lente di ingrandimento. 

Il filmato prosegue con la composizione dell'intero testo della pagina da stampare e l'aggiunta di pezzetti di piombo a riempire gli spazi vuoti. Il tutto veniva legato insieme con uno spago.

La pagina veniva stampata in una copia con una pressa chiamata "tirabozze", il risultato veniva sottoposto ad un correttore di bozze per individuare gli errori. 

I caratteri sbagliati andavano sostituiti a mano. A quel punto si poteva montare la forma nella pressa da stampa e passare alla tiratura, ossia stampare tutte le copie necessarie dello stesso documento. 

Il documentario si ferma qui. Ma il tipografo non aveva finito il suo lavoro, perché a quel punto doveva riporre a mano tutti i caratteri usati, ciascuno nel suo scompartimento, e rimettere a posto tutti gli spazi e le marginature. 

I caratteri in piombo erano riutilizzabili: le stesse lettere sarebbero state usate per comporre il testo della pagina successiva. 

L'invenzione della tipografia viene fatta risalire a Johannes Gutenberg, vissuto in Germania nel quindicesimo secolo. 

I caratteri mobili erano già stati sperimentati qualche secolo prima in Asia, ma non avevano portato a cambiamenti significativi nel metodo di produzione dei libri, a causa dei vari fattori tra cui la complessità del sistema di scrittura e il fatto che si usavano materiali diversi dal piombo che non permettevano la produzione di caratteri in serie. 

Il documentario dice che la tipografia venne introdotta in Giappone alla fine del diciannovesimo secolo, più di quattro secoli dopo la sua invenzione in Europa. 

Nell'Ottocento in Occidente vennero messi a punto dei sistemi di composizione a caldo, in cui il tipografo anziché comprare dalla fonderia i caratteri già pronti, li realizzava sul momento digitando il testo da comporre su un'apposita macchina. Comunque ci si basava su blocchetti di metallo realizzati in una lega a base di piombo. 

Solo nella seconda metà del Novecento iniziarono a prendere piede sistemi di fotocomposizione, prima basati su matrici con le lettere realizzate in trasparenza, poi sul tubo catodico manovrato da un computer. 

Negli ultimi decenni del secolo i computer hanno mandato definitivamente in pensione i sistemi che si basavano sui caratteri in piombo. 

Le tipografie si sono sbarazzate degli inutili e ingombranti macchinari che si usavano in precedenza, e dei mobiletti interi pieni di caratteri in piombo. 

Solo in minima parte questo materiale è stato conservato nei musei o da qualche collezionista, e non tutte le macchine sono in condizioni di poter funzionare. Per poterle riparare c'è bisogno di competenze e pezzi di ricambio che ormai non ci sono quasi più. 

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