Macchine per la produzione di caratteri in piombo
Su Circuitous Root c'è un lungo articolo che ricostruisce la storia delle varie macchine per la produzione di caratteri tipografici, con tanto di illustrazioni.
Il problema è che è in inglese, quindi non solo vede le cose dal punto di vista del mercato americano, ma fornisce una nomenclatura di cui sul web è difficile trovare una traduzione in lingua italiana coi termini che erano in uso tra i veri tipografi.
L'Italia è stato uno dei primi Paesi ad usare la tecnica tipografica a partire dal Quattrocento, eppure tutto il patrimonio accumulato rischia di lasciare poche tracce frammentarie sul web.
Il primo e fondamentale dispositivo inventato per la produzione di caratteri è quello che costituisce lo stampo in cui versare il piombo fuso. Si compone di due parti, collegate tra di loro e smontabili. Inoltre c'è un alloggiamento in cui posizionare la matrice, ossia una barretta di metallo duro su cui è riprodotta in incavo la lettera di cui vogliamo produrre i caratteri. Una volta chiuso il tutto, un operatore prendeva il piombo fuso dal crogiolo usando un mestolo e lo versava dentro questo oggetto che veniva chiamato "forma". Con un movimento del polso faceva in modo che il piombo liquido si disponesse rapidamente in tutto lo spazio disponibile, dato che la solidificazione era quasi istantanea e c'era il rischio che rimanessero bolle d'aria.
La forma veniva aperta, il carattere veniva rimosso, poi si richiudeva il tutto e si versava un altro po' di piombo fuso.
I caratteri così prodotti non erano pronti all'uso: dovevano essere ripuliti del piombo che si era solidificato nei canaletti che portavano allo stampo, e c'erano delle rifiniture da fare a mano, uno alla volta.
Questo sistema rimase pressoché invariato concettualmente, a parte i dettagli costruttivi, dal Quattrocento all'Ottocento, ossia per quattro secoli.
A partire dal diciannovesimo secolo, con la rivoluzione industriale, cominciarono ad arrivare invenzioni che rivoluzionarono il sistema di produzione dei caratteri. Si comincia con qualche miglioramento della forma a mano, introdotto da John Peek in Inghilterra nel 1809 e poi da Archibald Binny in America nel 1811, e si arriva poi a macchinari in cui le operazioni erano automatizzate.
Circuitous Root ne mostra le foto, che ne fanno intuire la complessità ma non rendono l'idea né di come funzionavano, né della velocità alla quale lavoravano.
Queste macchine non sono associate a un'azienda precisa: ogni fonderia ne elaborava una propria versione, per uso interno, ossia per fabbricare i caratteri da vendere poi ai tipografi
Solo a un certo punto iniziò a diffondersi l'idea che ogni tipografo dovesse essere in grado di produrre i propri caratteri senza comprarli già pronti dalla fonderia. Un'idea che ebbe qualche difficoltà a prendere piede, dato che per le tipografie era una spesa in più quella di acquistare costose macchine per la produzione di caratteri, assumere personale, perderci tempo, tanto più che le prime macchine del genere riuscivano a produrre caratteri in una sola dimensione quindi ne sarebbero servite varie per produrre tutti i caratteri necessari al funzionamento del laboratorio.
Comunque sappiamo che in un modo o nell'altro successe veramente che i tipografi iniziarono a prodursi da sé i caratteri senza acquistarli dalla fonderia, ma questo avvenne soltanto quando vennero prodotte le macchine per la composizione a caldo. Queste avevano una tastiera su cui l'operatore poteva digitare il testo da stampare, ed erano in grado di produrre sul momento, con vari metodi e passaggi diversi, i caratteri in rilievo necessari utilizzando piombo fuso che veniva pompato su una matrice.
La stampa coi caratteri in rilievo sopravvisse, in un modo o nell'altro, fino a gran parte della seconda metà del Novecento. Venne superata grazie all'invenzione del metodo della fotocomposizione, in base al quale i testi venivano realizzati direttamente sulla pellicola utilizzando prima matrici in parte trasparenti e poi il tubo catodico, infine integrando il tutto nell'informatica a partire dagli anni Ottanta.
Tra le cose singolari che noto nell'articolo di Circuitous Root c'è un paragrafo che riguarda una macchina fonditrice giapponese inventata per produrre i caratteri delle macchine da scrivere Sugimoto, che molti considerano una variante di quella prodotta da Thompson.
L'autore del testo ha potuto vedere la versione giapponese solo in foto e video, ma conosce bene la Thompson e afferma che quella giapponese funzionava in maniera diversa e non ne era una derivazione.
Il paragrafo mi ha colpito perché i nomi giapponesi sono scritti in caratteri giapponesi, con la traslitterazione messa tra parentesi, una cosa che di solito non si fa, preferendo mettere soltanto la traslitterazione in lettere latine.
Cercare informazioni sulla forma usata per la produzione dei caratteri tipografici con Google porta a risultati estremamente fuorvianti, anche perché l'intelligenza artificiale cerca di interpretare la richiesta anziché elencare solo le pagine contenenti tutte le parole inserite. Dato che l'argomento non è d'attualità e riguarda una tecnologia obsoleta, viene messo da parte e nessuna delle foto mostrate mostra ciò che stiamo cercando. Anche se i contenuti ci sono, perfino in italiano: su Wikipedia esiste un articolo intitolato "Forma (tipografia)" che parla appunto di questo argomento e che include un'immagine dell'oggetto in questione tratta dall'Encyclopedie di Diderot nel 1793.
C'è anche il disegno di una fonderia tratto dalla stessa enciclopedia settecentesca. Sulla sinistra si vedono tre persone al lavoro, si presume con alcune forme, attorno a una stufetta usata per fondere il piombo da usare per la produzione di caratteri. In fondo alla stanza si vedono delle vasche più grandi da cui apparentemente si attinge per fare dei lingotti. A destra ci sono due donne al lavoro ad un tavolino, ma non si sa cosa stiano facendo di preciso.
Il nome dell'articolo di Wikipedia può essere fuorviante: in tipografia viene chiamata forma anche l'insieme dei caratteri in piombo che compongono il testo della pagina, che vengono messi sul piano porta-forma per essere inchiostrati e premuti contro il foglio per stampare.
Almeno l'articolo di Wikipedia ci fornisce un po' della terminologia che si usava nelle fonderie e tipografie italiane: le sguanze della forma scorrevano in maniera tale da unire i due boccami, formando un vuoto del prisma.
Sarebbe bello vedere il video di una persona che mostra il funzionamento di questo dispositivo mentre spiega i nomi delle varie parti, ma questo in italiano non c'è (ne abbiamo visto solo uno in inglese).
Per quanto riguarda invece le macchine per la produzione dei caratteri è molto più difficile trovare dei filmati, perché gli esemplari conservati sono fuori uso. Non è facile trovare o produrre pezzi di ricambio per macchine che non si usano più da oltre cento anni, e servono delle competenze per metterci mano. Per giunta, produrre caratteri in questo modo può essere anche rischioso: in un video che ho visto tempo fa veniva inquadrato il getto del piombo fuso sul soffitto della stanza, partito durante un primo tentativo di far funzionare una macchina che però non chiudeva bene lo stampo. I restauratori avevano realizzato una barriera di plexiglas per poter azionare la macchina restando in sicurezza, avendo paura che potesse succedere di nuovo qualcosa del genere.
Serve tempo, competenza, soldi... E tutto per una semplice curiosità. E' chiaro che la cosa non importa pressoché a nessuno.
Ma come mai ho parlato di questo oggi? Perché ho ritrovato un appunto che diceva "Applegath type casting machine", preso chissà quando attingendo chissà dove.
Cercando con Google non viene fuori niente. L'IA Overview dice che non sa niente di una macchina di Applegath per fondere i caratteri. Il nome di questo personaggio è collegato alla pressa rotativa verticale messa a punto a metà del diciannovesimo secolo, adottata anche dal Times, che era un miglioramento rispetto ai precedenti modelli sviluppati insieme a Edward Cowper.
Su Wikipedia in inglese e in poche altre lingue (non in italiano) c'è un articolo dedicato alla fusione dei caratteri, intitolato "Type casting (typography)".
In inglese la parola "typefounder" è comunemente usata per parlare di chi produceva i caratteri tipografici in metallo. In italiano non è in uso una parola che corrisponde al significato letterale: parlando di gente come Bodoni, Caslon, Baskerville, Garamond, si preferisce definirli "incisori" anziché "fonditori di caratteri".
Questo perché per produrre la matrice che veniva messa nella forma in cui si versava il piombo fuso era prima necessario fabbricare un punzone, che veniva realizzato a mano incidendo il metallo attorno ai tratti della lettera che ci era stata disegnata sopra (rispecchiata).
Comunque era la stessa azienda che poteva occuparsi della fabbricazione dei punzoni, delle matrici e dei caratteri, e che viene chiamata fonderia, in inglese foundry. Il nome è tuttora utilizzato per indicare chi produce i caratteri tipografici, anche se le fonderie digitali non fondono nessun tipo di metallo ma sono studi grafici in cui si disegnano i contorni delle lettere sul monitor di un computer.
Su Wikipedia in inglese il paragrafo "Automazione" della voce dedicata al type casting si apre con la data del 1805, quando Henri Didot brevetta la sua prima macchina fonditrice.
Il secondo nome che viene citato è quello di David Bruce, che ne brevettò un'altra nel 1838. Tutte le macchine ottocentesche citate nell'articolo di Circuitous Root vengono saltate, e si passa subito a parlare di Monotype, Linotype, Intertype e Ludlow, ossia macchine che oltre ad essere fonditrici erano anche compositrici ossia restuivano i caratteri prodotti nell'ordine in cui dovevano essere stampati e già pronti all'uso senza bisogno di lavorazioni intermedie.





Commenti
Posta un commento