Alfabeto dei magi (e altre curiosità a tempo perso)

Stamattina avevo trovato uno short su Youtube che mostrava un tale che incideva dei caratteri sulla pietra lavica. Dopo avere disegnato le lettere, ricalcava le linee con un apposito strumento a punta che faceva un po' di rumore (ai vecchi tempi bisognava picchiettare sullo scalpello con un martelletto, la cosa era molto più lenta ma più rilassante a vedersi). 

Senonché con gli short di Youtube viene spontaneo scorrere verso il basso per vedere se ci sono video simili (scrollare), e il sito propone video di persone che lavorano cose varie, indigeni che tagliano palme, per concludere poi con la solita pubblicità IA su come fare tai chi su una sedia per diventare muscolosissimi. 

Provo una sensazione di disgusto e chiudo. Non ha senso condividere il link.

In precedenza ero stato su Etsy, uno dei siti su cui si possono acquistare i font se si cerca un'alternativa alle piattaforme che fanno capo alla Monotype. Invece di trovare font curati, trovo un pacchetto da 300 font calligrafici a 4,41 euro, un'offerta che sminuisce qualunque lavoro. Quanto può valere uno solo di questi font immerso in un mare di font simili? Quanto tempo può averci dedicato il disegnatore? Quanto tempo dobbiamo perderci noi per valutarne i tratti?

Se l'obiettivo è la quantità, vuol dire che la cura dedicata a ciascuno è minima. Che il singolo font non è collegato ad un bel ricordo nemmeno per il tizio che l'ha disegnato. Vedo una A maiuscola che non chiude, una scritta "cottage" disordinata che si legge a malapena, lettere dalla forma un po' discutibile non studiate, uscite così al primo colpo e prese per buone. 

Alternativa: 200 font di handwriting a 7,89 euro (50% di sconto da 15 e rotti). Categoria "Stampe digitali", dove si trovano cose tipo "pacchetto di oltre 10 milioni di pagine da colorare" a 2 euro (70% di sconto).

Se un bambino dovesse colorare 10 pagine al giorno ci impiegherebbe 2739 anni a finirle tutte.

E' chiaro che è una presa in giro, qualcosa prodotto con l'intelligenza artificiale, si presume, che dice ai bambini di non concentrarsi troppo su nulla, tanto c'è un altro disegno, e poi un altro, e poi un altro, e comunque tanti non li vedranno mai e comunque niente conta in fondo. 

Puah. 

Vado a prendere la mia lista degli spunti per eventuali argomenti da approfondire per questo blog e trovo scritto "Alfabeto dei magi". 

Interessante. Cerco con Google. Il primo risultato della lista è "Alfabeto tebano" , detto anche alfabeto delle streghe, una pagina di Wikipedia che non contiene la parola "magi". 

Dannata intelligenza artificiale, che invece di cercare quello che voglio tenta di interpretare le parole e restituire risultati simili!

Comunque l'AI Overview parla dell'argomento giusto e cita come fonte l'articolo giusto su Wikipedia in inglese.

A quanto pare l'alfabeto veniva usato dagli occultisti seicenteschi per fare delle iscrizioni sui talismani. La forma delle lettere è basata su una variante delle lettere ebraiche. 

Viene fatto risalire a un certo Theseus Ambrosius, vissuto tra Quattrocento e Cinquecento, citato da un certo Claude Duret all'inizio del Seicento. Duret chiama quest'alfabeto "i caratteri dell'angelo Raffaele", perché l'angelo in questione li avrebbe insegnati ad Adamo dopo l'espulsione dal paradiso terrestre, dopodiché sarebbero stati usati da Mosè e dai profeti come alfabeto segreto. 

La pagina è piena di avvisi: in alto si dice che l'articolo potrebbe "non rispettare le linee guida generali di rilevanza di Wikipedia" e aggiunge "Per favore, aiuta a dimostrare la rilevanza dell'argomento citando fonti secondarie affidabili e indipendenti". 

Sotto c'è scritto che l'articolo necessita di ulteriori citazioni.

Infine ci sono tre avvisi che dicono che l'articolo è soltanto un abbozzo. 

Comunque tra le fonti ci sono quattro link a opere in cui viene menzionato questo alfabeto, sfogliabili nella loro versione originale. 

Do un'occhiata al libro seicentesco di Robert Turner. 

Non arrivo fino al punto in cui si cita questo alfabeto perché il sito in questione, quello della libreria del Congresso USA, è basato su un sistema obsoleto ed è molto impacciato nello spostarsi da una pagina alla successiva. E' scomodissimo sfogliare il documento.

Comunque c'è qualche soddisfazione anche a vedere come era impaginato il testo normale. 

La forma delle lettere non è poi così sorprendente, dato che i nostri font librari sono modellati su quelli di quell'epoca. 

Tuttavia le righe sono un po' ballerine, nel senso che il tipografo aveva qualche difficoltà a mantenere le lettere tutte sulla stessa linea di base: alcune sono più in alto, altre più in basso, in maniera casuale. 

Notiamo inoltre che ogni lettera non è sempre uguale a sé stessa, una volta è più inchiostrata, un'altra meno. A volte presenta delle imperfezioni. 

Si usava ancora la s lunga quando la lettera compariva in mezzo alla parola e quella breve quando compariva alla fine, cosa che capitava spesso trattandosi di lingua inglese. Inoltre notiamo la presenza della legatura ct. 

Il testo è giustificato a mano: questo significa che lo spazio non è costante tra una parola e l'altra, ma viene aggiunto o tolto dove pare più opportuno, a volte anche prima o dopo la virgola. 

Noto anche che a volte si usa la & al posto di "and", ma non sempre.

E noto che sono presenti i richiami, ossia dopo l'ultima riga di ogni pagina viene scritta la prima parola della pagina successiva. 

Noto molti capolettera da due o tre righe, semplici, ma anche qualcuno ultra-decorato da otto righe. I numeri di pagina sono in alto sul lato esterno di ogni pagina, a lato del titolo del libro che si ripete su ogni coppia di pagine. 

A separare le varie sezioni del libro possono esserci delle decorazioni tipografiche ottenute affiancando lo stesso elemento decorativo più volte in orizzontale. 

Il testo ovviamente è in caratteri serif, ma intercalati da numerosissime parole in corsivo italico. 

Sul libro sono presenti anche le segnature dei vari fascicoli: ad esempio sulla pagina 35 del file c'è scritto C, sulla 37 c'è scritto C2, sulla 39 c'è scritto C3, sulla 41 c'è scritto C4 (pagine 13, 15, 17 e 19 del libro). 

La lettera D la troviamo a pagina 51 del file (29 del libro). Quindi i fascicoli sono da 16 pagine: la E la troviamo a pagina 67 del file (45 del libro). 

Il libro di Teseo Ambrogio su Google Books può essere sfogliato in maniera molto più scorrevole.

Notiamo una bella copertina con stemma realizzato in oro: per ottenerlo si è dovuto premere un grosso punzone riscaldato su una lamina in oro. L'interno della copertina è in carta marmorizzata, un'altra arte pensata per impreziosire i libri antichi. 

Il frontespizio del libro, datato "M.D.XXXIX." (1539), pure è un capolavoro: all'interno di una cornice nera unica con decorazioni floreali sono presenti numerose righe di testo. Le righe tutte in maiuscolo sono in colore rosso, quelle piccole in minuscolo sono in nero. 

Il testo è in latino, c'è la legatura ct, c'è la s lunga, ma vediamo anche qualche abbreviazione come quelle che si usavano nel medioevo: leggiamo "coformatio" al posto di "conformatio", con una tilde messa sulla prima o per indicare la lettera mancante. 

Vediamo anche le legature ae e oe. 

Il testo della prima pagina è allineato al centro, quello nel resto del libro è giustificato. 

Nelle maiuscole vediamo che viene usata la V al posto della U. Nel testo vediamo sia la u che la v, ma usate diversamente rispetto a come le usiamo noi: la v è usata in posizione iniziale, mentre la u in mezzo alla parola. Così leggiamo parole come "viuifico" o "diuersisq", dove la u è usata per indicare il suono v, e leggiamo "vsum" o "vt" dove la v è usata per indicare il suono della u. 

Anche qui ci sono sia i richiami che le segnature, con la differenza che per queste ultime si comincia dalle lettere minuscole accompagnate dai numeri romani: troviamo a ii a pagina 2, b a pagina 5, b ii a pagina 6...

C'è qualcosa che non va? Ma certo: il numero di pagina in realtà indica il numero di foglio, ossia sono state numerate solo le pagine dispari!

Il numero 2 sta su quella che per noi è pagina 3, il 3 sta su pagina 5, il 4 su pagina 7, il 5 su pagina 9 e così via. 

Insomma, ogni fascicolo era solo da 8 pagine. 

Nel testo vediamo anche il simbolo di inizio paragrafo, una specie di C. 

Il libro ci porta subito in qualcosa di esotico: già dal foglio 9 troviamo le lettere dell'alfabeto caldeo, stampate in rosso accanto alla loro traslitterazione in nero accompagnata dal nome sia in caldeo che in lettere latine. 

Stampare una pagina in due colori era una cosa complicata all'epoca: inchiostrare separatamente le varie parti a mano faceva perdere un sacco di tempo, quindi era più comodo stampare prima tutte le scritte in un colore e poi tutte le scritte dell'altro colore. 

Cosa che è successa qui: in apertura del foglio 9 vediamo che la parola QVI è sovrapposta in parte al numero 9, cosa che non sarebbe potuta succedere con una stampa in un solo passaggio. 

In trasparenza su ogni pagina si vede il testo dell'altra facciata, e questo può essere un po' fastidioso.

Finché si tratta di stampare una tabella con dei simboli era facile eventualmente effettuare un'incisione apposita. Ma più  avanti vediamo che le scritte in alfabeti stranieri sono inserite nel testo, a volte scompaginando l'interlinea. 

Una bella fatica sistemare insieme dei font diversi, senonché noto anche qualche diversità nell'inchiostro usato: ho il fondato sospetto che il tipografo possa avere lasciato in bianco alcuni spazi, e poi le lettere straniere siano state aggiunte a mano su ogni copia!

Per evitare questi problemi, negli ultimi anni Google ha sostenuto il progetto Noto, che prevede di realizzare abbastanza font per supportare tutte le scritture esistenti ed esistite al mondo, in maniera da poter inserire qualsiasi carattere in mezzo a una scrittura in lettere latine senza scompaginare il tutto dovendo attingere a font di altre famiglie, e senza ottenere il cosiddetto "tofu", ossia i rettangoli vuoti che alcuni software mettono al posto delle lettere quando non riescono a trovare nei font di sistema la forma corrispondente. 

Vabbè, forse ci siamo allontanati un po' troppo dal tema.

Torniamo all'alfabeto dei magi. Cercando un font ispirato a questa forma di scrittura, il primo risultato restituito da Google è l'Alphabet Of The Magi, digitalizzato da chissà chi prima del 2005 in maniera un po' sommaria. Gratuito su Dafont. 

Apparentemente è stato tracciato digitalmente il disegno di qualche antica stampa, senza curarsi troppo di armonizzare e rifinire i tratti. 

Ad ogni lettera dell'alfabeto dei magi ne è stata fatta corrispondere una dell'alfabeto latino, cosa che non sarebbe del tutto corretta visto che non c'è corrispondenza univoca tra l'alfabeto latino e quello ebraico. 

E infatti notiamo che per tappare i buchi è stato ripetuto più volte lo stesso simbolo: U, V e W sono uguali fra di loro, I, J e Y sono uguali fra di loro. 

Il font ripete gli stessi simboli invariati tra maiuscole e minuscole, e riempie tutto il resto col simbolo che si usa per la lettera A. Niente numeri, niente segni di interpunzione, niente lettere accentate. 

Se si prende un testo già composto in lingua italiana e lo si converte in questo font, la traslitterazione non è corretta. 

Si potrebbe fare di meglio, ma a quanto pare nessuno ci ha mai lavorato sopra. 

In passato sono stati elaborati vari alfabeti magici di vario genere, nati per nascondere informazioni segrete a chi non fosse stato iniziato oppure per dare più valore alle scritte da realizzare sugli amuleti, aggiungendo un alone di mistero e quindi di magia. 

Oggi il loro uso è molto secondario. Magari si possono usare per gioco, la religione della Wicca fa qualche riferimento all'alfabeto tebano, ma non è roba che viene presa molto sul serio, per lo più. 

Dal punto di vista crittografico poi il sistema ha ben poco valore, sia perché è già nota la chiave, sia perché conoscendo il sistema è facile decifrarlo anche in presenza di una chiave sconosciuta, se il testo è abbastanza lungo. 

Il gioco "a simbolo uguale corrisponde a lettera uguale" è un passatempo semplice e rilassante sulle riviste di enigmistica. Inoltre non ho verificato, ma in teoria si può usare un'intelligenza artificiale per risolvere un enigma del genere in poco tempo e senza lambiccarsi il cervello, anche per una persona che non sappia di cosa si tratta. 

A proposito di IA e antichi messaggi cifrati: già dal lontano 2018 un'intelligenza artificiale era stata usata nel tentativo di decifrare il famoso manoscritto Voynich, da anni oggetto di dibattito tra gli appassionati.

Il manoscritto, che prende il nome da un mercante polacco che lo acquistò a Frascati nel 1912, contiene disegni di piante sconosciute, e pagine e pagine di una scrittura che apparentemente non significa niente e non è stato possibile ricondurre a nessuna lingua conosciuta. 

Potrebbe essere tutto un nonsense, ma gli studiosi valutano l'ipotesi che possa contenere davvero informazioni di qualche genere, cifrate secondo un codice sconosciuto. 

Appunto, nel 2018 due canadesi avevano messo l'IA al lavoro sul manoscritto basandosi sull'ipotesi che poteva trattarsi di un testo in una lingua esistente, "camuffato sotto forma di alfagrammi (anagrammi ottenuti risistemando le lettere di una parola in ordine alfabetico)", riassumeva Focus.

Era venuto fuori che l'80% delle parole poteva essere ricondotto alla lingua ebraica. Tutto bene? Un cavolo! Le frasi che venivano fuori non significavano niente comunque!

Quando mai l'IA ha fatto qualcosa di buono?

Comunque, negli ultimi nove anni l'intelligenza artificiale ha fatto notevoli passi avanti rispetto ad allora, tuttavia non mi pare che ci siano nuovi sviluppi su questo fronte. 

Magari il manoscritto Voynich è davvero soltanto un grande scherzone...

Il manoscritto è stato datato alla prima metà del Quattrocento, ed è conservato a Yale negli USA. 

Wikipedia in italiano dedica un lungo articolo a questo libro e ai tentativi di decifrazione. L'ultima data indicata è il 2024, quando un ricercatore australiano ha ipotizzato che il testo sia stato cifrato perché conteneva informazioni sul sesso e il concepimento, cose proibite all'epoca. 

In passato, è stato notato che ci sono parecchie ripetizioni nel testo, quindi o le lettere sono state tracciate a caso, o si tratta di una lingua eccessivamente semplice e primitiva. A qualcuno piace credere che si tratti di una lingua filosofica che fa risalire ogni concetto a una categoria di base, come l'idioma analitico inventato da Wilkins, dove tutti i nomi dei colori iniziano per robo- e basta dire roboc o robof per indicare il giallo o il rosso. 

Su Font Library è presente un font ispirato alla scrittura del manoscritto Voynich, caricato 5120 giorni fa, di dominio pubblico. 

Dato che la scrittura non è stata decifrata, la posizione dei simboli è completamente arbitraria, ma non casuale: ciascuno di loro è stato associato alla lettera dell'alfabeto latino a cui somiglia di più. 

Insomma, è abbastanza facile memorizzare le corrispondenze e decifrare eventualmente un messaggio scritto con questo font. 

Niente di serio comunque, è solo un gioco. 


Ho scritto "nome a caso", tanto per usare alcune delle lettere che somigliano di più a quelle latine, e poi ho scritto "occhio tipografico", usando il font Voynic scaricato da Font Library. Il font comunque è difettoso in alcuni software: usandolo in Atlantis Word Processor Light basta digitare un apostrofo per tornare all'Arial in automatico; in Wordpad i tratti ascendenti delle lettere vengono tagliati nella parte superiore e quindi non vengono visualizzati. E' anche parecchio imperfetto nella concezione: le maiuscole a volte sono varianti delle minuscole, a volte sono completamente diverse; lo stesso simbolo è stato usato sia per la B che per la D maiuscola, mentre le lettere F e G maiuscole si differenziano tra loro solo per un piccolo dettaglio che si fa fatica a notare. 

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