Crenature con la T

Una volta ho detto a un tizio che esisteva la legatura fi. Mi ha raccontato poi che gli avevo rovinato l'esperienza della lettura: da quel momento in poi, quando in un romanzo incontrava una delle legature con la f, ci faceva caso distraendosi dalla trama. 

In un certo senso stiamo sulla stessa barca: ieri stavo leggendo Paura E Disgusto A Las Vegas in una vecchia edizione Bompiani risalente a una ventina di anni fa, e il mio sguardo è rimasto piantato su una lettera T seguita da una lettera a. 

Quale era il problema? Che c'era troppo spazio tra le due lettere. Una cosa che il lettore deve accettare così com'è, ma il disegnatore di caratteri deve valutare con cura perché non esiste una regola standard che valga sempre. 


Non mi aspettavo una T così distante dalla a. E qui poi c'è anche un altro elemento di distrazione: vedete come il tratto discendente della p quasi tocca il tratto ascendente di una lettera sulla riga successiva? Qual è il valore dell'interlinea? E se capitasse una maiuscola accentata?


Un disegnatore dopo avere disegnato le lettere deve passare il tempo a sistemare la loro spalla destra e spalla sinistra, ossia lo spazio bianco che separa ogni lettera dallo spazio bianco di competenza della lettera adiacente. L'impresa è abbastanza faticosa perché le lettere sono tutte diverse, non sono simmetriche e per giunta si deve tenere conto degli effetti ottici per cui due tratti verticali sembrano (e sono) più vicini tra loro di due tratti che curvano in direzioni divergenti anche se il valore impostato nel software è lo stesso. 

Quando non è possibile ottenere risultati accettabili in questo modo, si deve ricorrere al kerning o crenatura.  

In tipografia digitale la crenatura è una formula che avvicina due lettere tra di loro di un certo numero di unità quando sono consecutive. Ad esempio, la spalla destra della T non può arrivare a meno di zero, perché altrimenti quando c'è la sequenza TT le due lettere si toccherebbero. Quindi, se nella sequenza Ta è rimasto ancora troppo spazio, si può fare in modo di spostare a sinistra la seconda lettera per avvicinarla all'asta verticale della prima.  

Nei caratteri in metallo non poteva esserci la crenatura come la intendiamo oggi. La parola esisteva, ma si riferiva al fatto che un tratto di una lettera spuntava oltre il blocchetto di appartenenza per andare a invadere lo spazio vuoto del carattere successivo. 

Non era una formula che scatta a certe condizioni: un carattere poteva essere crenato oppure no. 

Con certe macchine per la composizione a caldo era proprio impossibile avere caratteri del genere, per cui ogni lettera era confinata al suo spazio orizzontale di competenza, senza invadere lo spazio altrui. 

Insomma, in certi casi era impossibile realizzare qualcosa che si avvicinasse a un risultato che oggi consideriamo ottimale. E anche oggi alcuni grafici preferiscono attivare la crenatura solo nei testi a dimensioni maggiori. 

Tanto per fare un confronto: quella che pubblico qui sotto è una riga di un libro Mondadori recente, in caratteri Palatino. L'estremità sinistra della o è ben più a sinistra dell'estremità destra della T. 



Più del dovuto? Chi ha provato a disegnare un carattere sa che deve lambiccarsi un po' il cervello per trovare la distanza ideale, perché non esiste una regola fissa e tutto dipende dalla sensibilità del disegnatore. E in un primo momento una certa scelta può sembrare equilibrata, ma quando la vedi in un'altra parola magari pensi che non sia proprio perfetta. 

Questo è un Guanda recente. Anche qui non c'è crenatura, la o comincia quando finisce la T.



Questo è una pagina in Times di un libro Minimum Fax: la o è spostata verso sinistra, ma non troppo, anche perché con queste forme la lettera non è particolarmente distante dalle grazie della T. 


Scusate le volgarità, eventuali. Volevo una o o una a dopo la T, ma tutte le altre combinazioni che ho trovato sfogliando al volo il libro erano con la u o con la i. E se la prima rientra nel discorso che sto facendo, pur non essendo arrotondata in alto a sinistra, la seconda non c'entra niente: guardate a che altezza sta il puntino, è chiaro che non c'è motivo e modo di avvicinarla all'asta di una T. 

Questo è un Signore Degli Anelli di una ventina di anni fa, che però immagino sia una ristampa anastatica di un'edizione precedente anche se non c'è scritto nulla di preciso in proposito. Quell'inchiostro che si allarga oltre le lettere fino ad attaccarsi alle lettere adiacenti è qualcosa di inaccettabile nella stampa moderna, ma che in questo caso contribuisce al fascino del libro. 

Notiamo che tra la T e la o c'è parecchio spazio. 



Questo libro lo vado a prendere spesso quando si tratta di parlare su questo blog della particolare forma della f che si usava all'epoca, e che è quasi introvabile nei serif digitali oggi. 

Questo perché mentre oggi non è un problema disegnare una lettera che invade lo spazio vuoto della successiva, all'epoca ogni lettera era confinata al suo spazio orizzontale, tenuto conto delle limitazioni delle macchine che si usavano all'epoca per la composizione. 

I disegnatori dovevano fare l'impossibile per raggiungere lo scopo: altrove ho fatto vedere come appare la f corsiva, che deve sembrare obliqua pur non potendo allungarsi né in alto a destra né in basso a sinistra. 

Concludo con qualcosa di moderno attinto a tutt'altro genere di pubblicazioni: questa è l'edizione cartacea di Repubblica, i caratteri sono Eugenio, disegnati apposta per il giornale. 



Qui non c'è kerning, e però l'effetto è abbastanza diverso rispetto agli altri esempi che abbiamo visto. Normalmente la o è molto più bassa della T e non interferisce con l'asta superiore o con le sue grazie. 

Qui invece l'estremità superiore della o è più alta dell'estremità inferiore della grazia della T. Avvicinandola troppo la toccherebbe. Non è necessario crenare. 


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