Di parola

Il testo per il percorso formativo 2026 per gruppi adulti di Azione Cattolica Italiana si intitola Di Parola, è acquistabile a 11 euro e 40 dal sito di Ave Editrice (scontato da 12). 

In copertina il titolo è stato scritto in una maniera che ci è familiare: usando caratteri tipografici in legno, di serie diverse, colorati in maniera diversa, suddivisi in quattro righe, due lettere per riga, con allineamento orizzontale diverso, su fondo bianco.  

L'invenzione della tipografia da parte di Gutenberg si basava sui caratteri mobili in metallo, che potevano essere prodotti in serie, erano resistenti e potevano essere riutilizzati per stampare di volta in volta documenti diversi. Per i caratteri di grandi dimensioni però il metallo presenta qualche controindicazione per cui si preferiva usare il legno. Vero che non era possibile la produzione in serie mediante stampi e che è più deperibile, ma ha il vantaggio che si deforma di meno e con lettere dai tratti spessi è abbastanza resistente.  

Del resto la stampa mediante il legno è addirittura precedente all'invenzione di Gutenberg: in Europa e prima ancora in Asia si stampava già utilizzando lettere in rilievo, realizzate tutte su un'unica tavoletta di legno nell'ordine in cui dovevano essere stampate, e che quindi non era possibile riutilizzare per stampare testi diversi. 

Il principio di base, tanto per i caratteri in legno quanto per quello in metallo, è lo stesso: hai un blocchetto di materiale su una faccia del quale si alza in rilievo la forma della lettera da stampare. Questa va cosparsa di inchiostro e quando viene premuta sul foglio lascia la sua impronta. Un concetto che capiscono anche i bambini, a cui talvolta viene fatto fare il gioco di inchiostrarsi le mani per lasciare la loro impronta su un cartellone o su una maglietta. 

Nella copertina del libro però c'è qualcosa di strano: il titolo si legge normalmente. Nella realtà la forma delle lettere sui caratteri tipografici risulta rispecchiata, perché quando vai a stampare il disegno si ribalta. 

Questo significa che per ottenere una foto del genere usando caratteri veri, bisogna scattare la foto e poi rispecchiarla. 

Le lettere visualizzate qui sono in stili diversi, ma sono tutte nella stessa dimensione, o corpo. Nei caratteri digitali è impossibile misurare il corpo, perché questo rappresenta la distanza tra una linea immaginaria che si trova al disopra degli accenti delle maiuscole a una linea immaginaria che si trova al disotto dei tratti discendenti delle minuscole. Quando i caratteri sono oggetti concreti invece, il corpo coincide con l'altezza del blocchetto su cui è realizzata la lettera in rilievo, misurata nella stessa direzione della lettera. Faccio quest'ultima precisazione perché dato che i tipografi disponevano i caratteri in piano con la faccia rivolta verso l'alto, chiamavano altezza quella dimensione che va dalla faccia con la lettera fino alla faccia opposta. 

In questo caso notiamo che non c'è spazio aggiuntivo al disopra delle lettere. Questo significa che era impossibile che ci fossero lettere accentate: pensate a voler sostituire la O o l'ultima A con una versione accentata della stessa lettera. Non c'è spazio, bisognerebbe aumentare l'interlinea, e rimerrebbe spazio vuoto sopra le lettere adiacenti. 

Davvero alcuni set di maiuscole nel passato venivano forniti senza lettere accentate. Se erano necessari accenti venivano usati gli apostrofi al loro posto. Nessun problema nelle eventuali minuscole, dove lo spazio c'era e un qualsiasi tipo di carattere venduto in Italia doveva avere per forza anche le minuscole accentate. 

Sotto le lettere invece vediamo che il blocchetto si estende ancora un po'. E' quello lo spazio che serve per eventuali tratti discendenti, che però in questo caso non compaiono dato che le lettere sono tutte maiuscole. 

Non è detto che un carattere display in legno avesse per forza lo spazio per i tratti discendenti. Un font pensato per i titoli di grandi dimensioni può anche avere soltanto le maiuscole. Non era quindi necessario lo spazio al di sotto, e infatti alcuni font non lo avevano. In quei casi, il corpo del carattere corrispondeva all'altezza della maiuscola. 

Il rapporto tra altezza della maiuscola e corpo qui è lo stesso nei diversi font utilizzati. Tutte le lettere poggiano sulla stessa linea immaginaria di base. Nella realtà non esiste una proporzione fissa: font diversi nella stessa dimensione possono avere maiuscole di altezza diversa, per non parlare delle minuscole che possono essere molto grandi o molto piccole in font che in teoria sarebbero della stessa grandezza. 

Qui vediamo due lettere provenienti da font senza grazie stretti (DP), una proveniente da un senza grazie pesante ma con un certo contrasto (A), una I dalle grazie molto lunghe con estremità a goccia, una A con contrasto e tratto obliquo di sinistra che incontra quello di destra abbastanza più in basso della sua estremità superiore. Poi abbiamo una R particolare, con una gamba che sembra una foglia e che è staccata dall'occhiello superiore. Una O che lascia intuire una sorta di ombra, con un accenno di contorni spostati a destra e in basso, sia all'esterno che all'interno, infine una L con grazie bodoniane, ossia rettilinee e sottili, ad eccezione di quella di destra che fa un'ampia curva. 

In effetti i Bodoni in circolazione hanno la stessa soluzione per la grazia di destra, anche se la curva non è così ampia.  

La forma della A mi ricorda quella del Federo, disponibile su Google Fonts, ispirato al Feder Grotesk disegnato da Erbar nel 1909. Le proporzioni non sono le stesse, ma lo stesso carattere dovrebbe esistere in pesi diversi altrove, senza contare che è stato di ispirazione ad altri disegnatori. 

La lettera più strana è la R, e mi piacerebbe vedere il resto del font. 

Provo a cercare con What Font Is, ma i primi risultati non sono granché somiglianti. Poi sto usando un vecchio computer con poca memoria, qualche meccanismo della pagina fa crashare il browser, quindi non posso approfondire più di tanto. 

La definizione "wood type" è rimasta anche in epoca digitale. C'è una categoria con questo nome tra le opzioni di Google Fonts che riguardano l'aspetto dei caratteri, che contiene 40 fonts. E' in questa categoria che dobbiamo cercare se dobbiamo realizzare scritte ispirate all'immaginario western.

Tra l'altro i caratteri della copertina vengono definiti "wood type" anche all'interno del testo dell'Azione Cattolica, là dove spiega il significato dell'immagine scelta. 

Da anni chi redige questi testi cerca di sembrare al passo con i tempi, e quindi usa un linguaggio che segue la moda del momento, i termini e le mentalità che vengono insegnati alle giovani generazioni, col risultato in questo caso di dimenticare la tradizione e assimilare l'immaginario anglosassone. Che motivo c'è di chiamare "wood type" quelli che credo i tipografi italiani abbiano sempre chiamato "caratteri in legno", in uno dei Paesi che ha la tradizione tipografica più antica del mondo?

Il fatto è che oggi qualunque disegnatore di caratteri deve fare riferimento alle piattaforme in inglese, così come gran parte dei materiali disponibili sono in inglese, dai filmati sulle vecchie macchine da stampa alle immagini con la nomenclatura delle parti del carattere o degli strumenti del mestiere. 

Comunque il testo dice: "Ogni stampo permette alla parola di imprimersi sulla carta. Ogni lettera è capace di generare parole nuove quando è accostata ad altri caratteri. Ogni discepolo è testimone credibile solo nell'incontro fecondo tra la Parola del Vangelo e la concretezza della storia presente". 

E il discorso continua con l'esigenza dell'adulto che "radicato nei valori assunti responsabilmente nella propria cornice di riferimento, si sappia rimodellare nell'interazione continua con la realtà quotidiana, plurale e multiculturale".

Insomma, come i caratteri interagiscono fra di loro per formare le parole, così le persone devono interagire fra loro e col mondo circostante per fare qualcosa che ha a che vedere con la parola di Dio. 

La storia della tipografia è collegata con quella della religione. Il primo libro stampato da Gutenberg è stato la Bibbia. La Riforma protestante è stata determinata dalla diffusione della stampa tipografica. 

Wikipedia ha una pagina dedicata ai libri più venduti. La Bibbia sarebbe il più venduto di tutti i tempi, con 5 o forse 7 miliardi di copie, a quanto ha scritto il Guinnes dei primati. Il Corano si ferma a 800 milioni, il Libro di Mormon a 190 milioni. 

Già che ci siamo, andiamo in off topic e leggiamo anche il resto della lista.

Al primo posto c'è  Don Chisiotte della Mancia con 500 milioni di copie. Il Piccolo Principe è al terzo, e la Compagnia Dell'Anello al quarto. Dopo l'Alchimista di Paulo Coelho, troviamo il primo di quelli della serie di Harry Potter (H.P. E La Pietra Filosofale), 120 milioni di copie, il più recente tra quelli al vertice, 1997. 

Ho saltato la seconda posizione, dove c'è il Racconto Di Due Città, di Charles Dickens, 200 milioni di copie, perché, scusate l'ignoranza, lo sento nominare adesso per la prima volta.

Il primo degli autori italiani è Carlo Collodi, col suo Le Avventure Di Pinocchio - Storia Di Un Burattino, anno 1883, 80 milioni di copie. 

Se la cava bene anche Umberto Eco, con Il Nome Della Rosa, 1980, 50 milioni di copie.  

Susanna Tamaro è a quota 16 milioni, alla pari con la Storia Infinita (più copie di Cinquanta Sfumature Di Grigio o della Guida Galattica Per Gli Autostoppisti che sono fermi a 15). 

La Divina Commedia di Dante si ferma a quota 11-12 milioni, ma i dati disponibili sono solo quelli relativi al ventesimo secolo. 

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