L'impronta degli incunaboli

Gli incunaboli sono i libri stampati nel periodo che va dall'invenzione della tipografia nel 1455 all'anno 1501. Sono anche detti quattrocentine.

Stiamo parlando di circa 35 mila edizioni, di cui oggi sopravvivono circa 450 mila esemplari. 

Sono pezzi di enorme valore, su cui gli studiosi si sono concentrati particolarmente, nel tentativo di ricostruire i primi passi di una tecnologia che di sicuro ha cambiato il mondo, ma che non è stata documentata a dovere dai contemporanei. 

All'epoca non c'era la stampa nel senso giornalistico del termine, e nemmeno c'era un mercato librario ben definito. Non solo: la forma del libro mancava di tanti elementi che a noi possono sembrare scontati. Non c'erano numeri di pagina, frontespizi, indicazioni sull'editore, sull'anno e sul luogo di produzione...

Inoltre succedevano cose strane. Era possibile che due libri avessero lo stesso identico testo ma le pagine preliminari diverse, oppure che il testo di un'edizione fosse stato ricomposto, e quindi, tra legature e abbreviazioni, impaginato in maniera non del tutto identica. 

Per cercare di catalogare i libri quattrocenteschi negli anni Sessanta, a Parigi, l'Institut de Recerche ed di Histoire des Textes ha messo a punto un sistema di catalogazione basato sulla cosiddetta "impronta". 

In pratica bisogna ottenere una sequenza di 16 caratteri prelevati da un certo libro pescandoli in posizioni ben precise, con l'aggiunta di altre indicazioni.

Se le sequenze di due libri coincidono, vuol dire che fanno parte della stessa edizione. Se coincide solo la seconda parte, vuol dire che sono cambiate solo le pagine preliminari. In caso contrario, si tratterebbe di due edizioni diverse. 

Sul sito dell'Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane (ICCU) sono presenti le istruzioni dettagliate per estrarre l'impronta da un libro antico. 

"L'impronta rilevata su ciascuna unità bibliografica è costituita da 4 gruppi di 4 caratteri, presi nell'ultima e nella penultima riga di 4 pagine determinate, rispettivamente una coppia per riga", dice l'Iccu. 

"I caratteri sono rilevati da sinistra a destra alla fine delle righe se si tratta di un recto, all'inizio delle righe se si tratta di un verso".

Il recto è quella che per noi è una pagina dispari, il verso è la pagina pari che si trova sull'altra facciata del foglio. 

"Si procede risalendo dall'ultima riga alla penultima".

Il primo gruppo di quattro lettere lo si attinge dal "primo recto stampato che segue il frontespizio e non è esso stesso un frontespizio". 

Il secondo gruppo lo si attinge dal "quarto recto dopo quello usato per il primo gruppo". 

Il terzo gruppo va attinto dalla pagina 13, se c'è, o dalla 17, se c'è. 

Se le pagine non sono numerate, bisogna prendere il quarto recto che segue quello utilizzato per il secondo gruppo. 

Il quarto gruppo invece lo si prende dal verso del recto utilizzato per il terzo gruppo. 

A questo bisogna aggiungere un numero o una lettera per far capire da dove è stato rilevato il terzo gruppo, e la data di stampa del libro. 

Credete che tutto ciò sia complicato? Vi confonde le idee tutto ciò? Beh, sappiate che questa è solo la base. Il sito dell'Iccu contiene una lunga pagina di precisazioni, perché nella realtà si possono trovare un numero enorme di situazioni impreviste. 

E se il libro ha delle pagine in numeri romani prima di quelle in numeri arabi? E se contiene erroneamente due pagine 13? E se ci sono delle scritte inserite nei disegni? E come la mettiamo con la punteggiatura? E una legatura tipografica va considerata come lettera unica o come due lettere separate? E le segnature vanno prese in considerazione? Ma i fogli bianchi vanno contati? E i caratteri usati come ornamento?

Insomma, viene il mal di mare solo a pensarci. 

Per giunta, in molti non vedono di buon occhio questo sistema, quindi preferiscono non utilizzarlo. 

Dice l'Ia di google che la Biblioteca Apostolica Vaticana o la Library of Congress preferiscono usare standard descrittivi basati su repertori internazionali, "come l'ISTC e il GW") i quali descrivono analiticamente le varianti di ogni foglio carta per carta. 

Sul sito dell'Università di Roma3 si trova un Pdf di 20 pagine in cui si spiega perché il sistema che si basa sull'impronta non è affidabile: basta che le pagine di una dedica siano lasciate in bianco per cambiare completamente l'impronta. Oppure possono esistere edizioni diverse dello stesso libro, uscite da stamperie diverse, che condividono la stessa impronta. 

Si legge nel documento, il cui autore è il filologo Enrico Garavelli: "Riassumendo, non è sempre vero che l impronta identifichi tutti gli esemplari appartenenti alla medesima edizione, né che tutti gli esemplari di una stessa edizione presentino la medesima impronta; l'impronta si comporta in maniera contraddittoria e intermittente anche quando si tratta di identificare o discriminare emissioni diverse; sono riscontrabili casi di evidenti ristampe pagina per pagina non segnalati da identità, neppure parziale, di impronta; non è, infine, di nessuna utilità per la cosiddetta bibliografia testuale". 

Insomma, gli stessi addetti ai lavori hanno accantonato questo metodo, figuriamoci tutti gli altri.

Il primo libro ad essere stato stampato nel Quattrocento è la Bibbia di Gutenberg. Quale è la sua impronta?

Lo chiedo a Google. 

Che mi risponde: "La Bibbia di Gutenberg è un'opera profondamente instabile a livello tipografico: durante la stessa tiratura, Gutenberg modificò il numero di linee per pagina (passando da 40 a 41 e infine a 42 nei primi fogli) e gli esemplari superstiti presentano ampie varianti, fogli ricomposti e soprattutto, decorazioni e capilettera miniati a mano che cambiano da copia a copia. Generare un'unica "impronta standard" valida per tutti gli esemplari è quindi tecnicamente impossibile". 

Dice ancora Google: "L'impronta è un codice concepito per descrivere un'edizione nel suo complesso e non una specifica copia fisica". 

Non mi fido granché di quello che l'IA di Google mette insieme. Ad esempio la questione dei capilettera non c'entra assolutamente niente con l'impronta del libro, al di là del fatto che rende un libro diverso dall'altro. Sia perché la decorazione non influisce minimamente sul risultato che si potrebbe ottenere, sia perché al punto 3.1.a.2 della Guida alla catalogazione in SBN sul sito della Iccu c'è scritto esplicitamente: "Non si tiene conto delle lettere, ornate o no, che si estendono accanto a due o più righe tipografiche".

Fatto sta che l'Ia del motore di ricerca non trova nessuna impronta associata alla Bibbia di Gutenberg, ma trova i suoi codici ISTC (ib00526000) e GW (4201).

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