L'intelligenza artificiale nel Cinquecento

Ad agosto scorso la Folger Shakespeare Library ha raccontato di avere trovato un libro cinquecentesco che parlava di intelligenza artificiale. 

Il libro è del 1588 e si intitola "A discorsiue probleme concerning prophesies". A pagina 30 troviamo una riga che contiene le parole "naturall or artificiall intelligence?". 

L'articolo firmato da Brandi K. Adams, donna, assistente all'università dell'Arizona, spiega qual è il senso del libro. L'autore, John Harvey, se la prendeva cogli almanacchi contenenti profezie che spopolavano in quel periodo. Chi li scriveva vantava capacità profetiche, o semplicemente affermava di avere trovato un metodo artificiale per individuare gli schemi che c'erano dietro l'accadere di eventi apparentemente casuali allo scopo di predirli. 

Anche se nel Cinquecento non c'erano computer e nessuno pensava a software in grado di lavorare in autonomia, comunque il problema di base era simile: anche i modelli su cui si basa la moderna intelligenza artificiale sono finalizzati a predire qualcosa, sia che li si usi in medicina o meteorologia, sia che li si usi semplicemente per scegliere le parole giuste da inserire in un testo. 

Comunque il sito mostra la foto del frontespizio, della prima pagina e della pagina in questione, oltre a immagini di una pagina di un'almanacco di profezie e di due pagine di un libro di Friar Bacon con un'opera teatrale in cui il protagonista realizza una testa parlante che deve produrre aforismi per capire il futuro e proteggere l'Inghilterra. 

Il frontespizio del libro di Harvey è caratterizzato da un'appariscente cornice con disegni astratti e ripetitivi: evidentemente è stata assemblata mettendo insieme ornamenti tipografici.  

Il titolo è lungo parecchie righe: si comincia tutto in maiuscolo, poi si prosegue in dimensioni più piccole alternando romano e corsivo. 

Il tutto è allineato al centro. 

"Printed at London, by Iohn Iackson, for Richard Wakins.", è scritto in basso, seguito dalla data "1588", numeri minuscoli molto spaziati. 

La forma delle lettere è simile a quella dei serif a cui siamo abituati, ma ci sono quelle usanze obsolete che rendono strano il testo. All'epoca le lettere u e v non erano ancora differenziate: in maiuscolo si  usava sempre la V, in minuscolo sempre la u. Quindi la parola "discoursive" in seconda riga, essendo maiuscola, contiene due V, mentre la parola "devised" è scritta con la u, essendo minuscola. In questa parola notiamo anche una lettera che sembra una f minuscola senza trattino orizzontale: è una s lunga, che si usava in mezzo alla parola. In finale di parola si usava la stessa s che conosciamo noi, e la vediamo comparire spesso visto che in inglese parecchie parole finiscono con la s. 

In quarta riga ad esempio c'è la parola "prophesies": l'ultima s è normale, la prima è lunga, e siccome è seguita da una i non viene inserita a parte ma come legatura si. 

Nel testo si vede anche una legatura ct. 

Quello che non mi aspettavo invece è l'assenza della J: il nome Iohn Iackson scritto così è stranissimo. 

Il testo della pagina 30 ha un aspetto inatteso. E' in caratteri gotici, old english, e già questo oggi sarebbe improponibile. Ma al suo interno vediamo parecchie parole in romano o italico, dove i tratti delle lettere sono molto più sottili al resto, e anche la linea di base non coincide alla perfezione. Insomma, sono stati combinati insieme font diversi, non progettati per essere usati insieme. Comunque si riesce ad evitare di scombinare l'interlinea, anche capita una Q romana con una coda molto ingombrante. 

In alto leggiamo una parte del titolo "A discoursiue Probleme", dove essendo minuscolo si usa la u anche al posto della v, e a sinistra il numero di pagina, 30. 

Dimenticavo: nel testo si notano anche parecchi numeri a quattro, cinque, sei cifre. Ma non sono in stile gotico come il testo circostante: lo spessore delle aste è in linea con quello dello stile romano. 

Il sito mostra anche la foto di un almanacco datato "1576.". 

Il frontespizio ha sempre una ingombrante cornice attorno al testo, ma in questo caso è incisa con disegni: un viso, il muso di un leone, ornamenti vari. 

Qui alcune righe sono stampate in nero, altre in rosso, che ha probabilmente implicato due stampe successive dello stesso foglio nella stessa pressa con forme diverse. 

Le principali righe del frontespizio sono in stile romano e italico, ma sotto c'è anche parecchio gotico, old english.

E nella pagina di dicembre che si vede di fianco (evidentemente era in quarta di copertina) a parte tre righe in romano tutti i testi sono in old english. 

Qui compaiono i numeri arabi per alcune indicazioni (sono gli stessi numeri che usiamo noi), ma i giorni e le ore sono scritti in numeri romani, in stile gotico sempre.

"The sonne ryseth at. vii. of the clocke, and. lii. minutes.", si legge in alto: il sole sorge alle 7 e 53.

"December hath. xxxi. dayes.", dicembre ha 31 giorni. Il punto viene messo dopo il numero, ma anche dopo la parola precedente. 

Ma se il numero è scritto per esteso il punto non ci vuole, né prima né dopo: "Setteth at foure of the clocke, and. vii. minutes.", [il sole] tramonta alle 4:07. 

"Te day is. viii. houres long, and .xiiii. minutes.", il giorno è lungo 8 ore e 14 minuti. 

I giorni della settimana non sono indicati con l'iniziale ma con lettere dell'alfabeto, dalla a alla f in nero, mentre le domeniche sono indicate da una specie di S in rosso. 

Nella colonna di destra vengono aggiunte informazioni in corrispondenza delle fasi lunari, quindi il tipografo doveva avere i simboli di luna piena, nuova, primo e ultimo quarto. 

Vediamo anche la prima pagina di "A discoursiue probleme", con il titolo esteso su varie righe, in romano e italico, seguito dal testo in gotico con un'enorme capolettera ornato da 14 righe, largo quasi mezza pagina. 

In basso vediamo sia la segnatura che il richiamo. La segnatura è una lettera che compariva sulla prima pagina di ogni fascicolo, che era utile a chi rilegava il libro per mettere le pagine nell'ordine giusto. In questo caso la lettera è B, segno che prima dell'inizio del testo doveva esserci un intero fascicolo contenente dediche e introduzioni. Il richiamo invece è la prima parola della pagina successiva, aggiunga in basso dopo l'ultima riga a destra. 

Il libro di Bacon invece, datato 1630 è tutto scritto in romano e italico, e non c'è traccia di old english. 

Sul frontespizio non c'è nessuna cornice, ma una grossa illustrazione a centro pagina che raffigura una scena del dramma da rappresentare. 

L'impaginazione lascia un po' a desiderare: i margini sono praticamente inesistenti, il testo arriva quasi a bordo pagina. 

Anche se siamo nel secolo successivo, vediamo ancora l'uso della s lunga e la u al posto della v ("seuen yeeres", sette anni).

Vediamo anche l'uso della v al posto della u: vp per dire up. In minuscolo, la v si usava come iniziale, e la u in mezzo alla parola.  

Il numero della pagina non si vede, sempre che non sia coperto da un cordino che teneva fermo il libro mentre lo fotografavano, ma si vedono segnatura (G) e richiamo. 

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