Special Elite
Su Google ci sono 58 tipi di carattere classificati come monospace, cioè quelli in cui tutte le lettere hanno la stessa larghezza, o meglio, fanno avanzare il cursore dello stesso spazio in orizzontale.
Il più popolare è il Roboto Mono, seguito dal JetBrains Mono (che io non ho mai sentito finora), dall'Inconsolata e dal Source Code Pro.
L'ultimo della lista è il Datatype di Frank Tisellano, che pure sento nominare ora per la prima volta.
L'esigenza di avere un tipo di carattere monospace non si è mai sentita particolarmente nel corso della storia, almeno per quanto riguarda l'alfabeto latino. Da che mondo è mondo, una M è più larga di una l o di una i, e la W è la lettera più larga di tutte. Senonché alla fine dell'Ottocento sono state inventate le macchine da scrivere, basate su dispositivi meccanici che facevano avanzare il foglio di uno scatto di larghezza fissa alla pressione di un qualsiasi tasto. Costruire un ingranaggio in grado di dosare l'avanzamento a seconda del tasto premuto sarebbe stato troppo complesso, costoso, avrebbe richiesto spazio e sarebbe stato inutile.
Quindi venne chiesto ai type designer di ridisegnare le lettere per renderle tutte della stessa larghezza. Bisognò comprimere il più possibile le M e le W, e allargare invece le lettere strette come la I maiuscola o la l minuscola, dotandole di grazie orizzontali spropositate.
La stessa esigenza si è riproposta nel secolo successivo, quando sono stati inventati i computer: il monitor era organizzato come una griglia di posizioni fisse, ad esempio 25 righe da 40 caratteri l'una (il Commodore 64 del 1982), quindi di nuovo bisognava fare ricorso a lettere monospace, stavolta disegnate in bassa risoluzione un pixel alla volta.
I caratteri monospace sono ancora usati oggi in vari ambiti, ad esempio la contabilità o l'amministrazione in genere, sul modello di quei moduli da riempire a mano dove viene delimitato uno spazio fisso per ciascuna lettera; oppure nella programmazione, dove il codice deve avere un aspetto ordinato senza che ci siano lettere più o meno ingombranti.
Per quanto riguarda i numeri, l'esigenza di poterli incolonnare è sempre stata fondamentale per poter eseguire i calcoli, ma quando quest'esigenza non c'è non c'è neanche un motivo per cui l'1 deve essere largo quanto lo 0.
Molti font digitali offrono due set di numeri, uno monospace e l'altro non monospace, attivabili a piacimento tramite istruzioni software.
La stragrande maggioranza dei monospace che si trovano su Google Fonts è disegnata in maniera moderna, per consentire usi in contesti reali, non per nostalgia. Mentre le lettere come la I vengono per forza disegnate con grazie ingombranti per evitare di lasciare spazio vuoto a destra e sinistra, lettere come al m minuscola vengono disegnate senza grazie per evitare di appesantire troppo il disegno.
Tuttavia in passato la scelta che facevano i disegnatori era diversa: molti dei font per macchina da scrivere erano dei serif, e la m aveva le grazie pur essendo strettissima.
Un solo font su Google Fonts è ispirato direttamente ai caratteri delle macchine da scrivere: il Cutive Mono di Vernon Adams.
Secondo la descrizione si è presa come ispirazione dai caratteri per macchina da scrivere Executive della IBM e Smith Premier.
L'impostazione complessiva è molto simile a quella del Courier New, con la grazia sulla A che si allunga in alto a sinistra. Il Courier è il monospace per eccellenza, perché fornito di default con Windows.
In realtà se andiamo a ingrandire le lettere notiamo molte differenze notevoli. Le grazie superiori di lettere come i e l non sono orizzontali ma oblique. La g è quella a due piani. La a ha l'estremità superiore a goccia. Il puntino sulla i è tondo anziché rettangolare.
E nemmeno le metriche sono proprio le stesse. Insomma, i due font possono essere usati per gli stessi scopi ma non sono del tutto intercambiabili.
Altri font che fanno parte della lista dei Monospace di Google sono decorativi, come il Monofett sempre di Vernon Adams e il Sixtyfour di Jens Kutilek, disponibile anche a colori.
Il Bytesized di Baltdev è una semplice curiosità: il tentativo di ottenere un alfabeto completo usando il minor numero possibile di pixel, a costo di deformare le lettere in maniera intollerabile.
Tuttavia io mi ricordo che su Google Fonts c'era anche un Elite alla vecchia maniera, no?
Esatto, è lo Special Elite di Astigmatic, che riproduce i caratteri di una macchina da scrivere in maniera simile a come sarebbero venuti fuori ai vecchi tempi, ossia con le imperfezioni nei tratti delle lettere dovute a irregolarità nell'inchiostro o nella pressione con cui si battevano i tasti.
Ogni lettera è sempre uguale a sé stessa, è vero, mentre all'epoca sarebbe stata una volta più calcata e un'altra meno, ma i parametri sono alterati da una lettera all'altra: la t è leggermente più calcata del dovuto, mentre la W è scolorita in alto a sinistra.
Il font "imita i modelli di macchina da scrivere Smith Corona Special Elite Type Number NR6 e Remington Noisleless". E' pensato per dare un'aspetto vintage alle tue grafiche e ai tuoi siti web, dice la descrizione.
Già, ma perché non è elencato tra i monospace?
Semplice: perché non è monospace.
Lo scopo del disegnatore non era quello di riprodurre lo stesso identico effetto di una vera macchina da scrivere, ma solo di creare un'atmosfera rétro per delle grafiche moderne. Laddove ha visto qualche effetto sgradevole, come lettere troppo distanti tra loro, ha corretto variando i valori di spalla o creando quello che all'epoca si sarebbe chiamato kerning, ossia allungando un po' i tratti di una lettera nello spazio vuoto di un'altra lettera.
Oggi kerning indica un'altra cosa: quando il disegnatore stabilisce una coppia di crenatura e fissa un un numero che determina di quanto queste lettere devono avvicinarsi. All'epoca indicava una lettera che stava un po' di qua e un po' di là: la radice della parola kerning è la stessa di cerniera, appunto.
Ci si accorge di questa cosa scrivendo: se scrivo fo noto che la punta della f si avvicina molto alla o, invadendo il suo spazio. Se provo a evidenziare solo la f, noto che la punta della f esce fuori dallo spazio evidenziato. Tant'è vero che se scrivo fl le due lettere si toccano, in alto.
Un effetto realistico? Non credo: le ultime macchine da scrivere, quelle elettriche, avevano un meccanismo per avanzare il carrello di uno spazio diverso a seconda del tasto premuto, ma è pure vero che questo permetteva al disegnatore di realizzare le lettere in maniera diversa da quella tradizionale. Potendo scegliere tra un numero limitato di larghezze fisse (fino a sei su certi modelli, mi pare di ricordare) poteva disegnare una i più stretta rispetto alla W. Qui invece vediamo una W così stretta da chiudersi in alto, e una i notevolmente larga, scelta tipica di chi non ha scelta e ha una larghezza unica per tutte le lettere.
La licenza di questo font non è Ofl, come per molti dei font che si trovano su Google, ma è Apache. Comunque consente il diritto "perpetuo, mondiale, non esclusivo, gratuito, e irrevocabile" di "riprodurre, preparare lavori derivati, mostrare, concedere in licenza e distribuire il lavoro e i lavori derivati in forma di sorgente o oggetto".
La licenza dà anche la definizione di lavori derivati, e il sito consiglia di consultare anche un avvocato prima di utilizzare in qualche modo il font, ma in linea teorica il font è modificabile da chiunque.
Questo significa che se voglio usarlo come monospace posso modificarlo per adattarlo allo scopo.
La teoria è semplice: apro il file con FontForge, seleziono tutti i glifi esistenti nel tabellone, clicco su Metriche e fisso per tutti la stessa larghezza, scegliendo un numero in base a quanto sono effettivamente larghe le lettere più larghe.
Lo spazio aggiuntivo viene aggiunto solo sul lato destro, quindi devo intervenire nello stesso menù e cliccare sull'opzione che permette di mettere le lettere al centro dello spazio assegnato.
A questo punto posso esportare il file e usarlo nei miei progetti. Tutta la procedura richiede un minuto o poco più.
La forma delle lettere rimane esattamente la stessa, ma ciascuna di esse viene depositata al centro di uno spazio di larghezza fissa. E dato che i glifi sono già nella forma pensata apposta per dominare lo spazio a disposizione senza lasciare vuoti, il risultato è abbastanza accettabile.
Certo, dato che le lettere non hanno tutte la stessa forma e sono sbilanciate da una parte rischia di restare troppo spazio dall'altra, e forse si potrebbe provare a decentrarle un po' per provare ridurre il problema.
Oggi che coi font digitali è facile ottenere la soluzione ottimale gli osservatori più sensibili possono risultare infastiditi notando un lieve squilibrio. Magari all'epoca ci si rassegnava più facilmente, tenuto conto che non c'era alternativa. Tanto più che il testo battuto a macchina era in piccole dimensioni, mentre oggi una grafica in stile typewriter può essere impaginata in dimensioni display.
Un ultima osservazione: quando inizio una frase con una E maiuscola accentata, l'accento non c'è. Pensavo che il disegnatore non ce l'avesse messo, invece nel glifo c'è, solo che nella visualizzazione nel programma di videoscrittura viene tagliato. Questo perché nelle vere macchine da scrivere l'accento sulle maiuscole non c'era, infatti si usava la lettera normale seguita dall'apostrofo.
Le righe di un testo scritto in Special Elite sono molto ravvicinate, ma aumentare l'interlinea non risolve niente, almeno per me. Chi scrive in inglese neanche se ne accorge, dato che in quella lingua gli accenti non si usano, ma per chi scrive in italiano è un bel problema.
Se uno ha un testo già pronto e corretto e lo converte nel nuovo font senza rileggerlo, rischia di pubblicarlo con l'errore apparente, una E che sembra non accentata anche se lo è.









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